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“Il rosso fiore della violenza” – XLI puntata

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Un romanzo storico di Matteo Ricucci sugli anni delle Brigate Rosse
manifestazione

La piazza sembrava più vasta del solito, immersa in un silenzio che nutriva l’ansia dell’attesa. I colombi, abituali e timorosi ospiti, non accennavano a planare dai sicuri rifugi dei palazzi circostanti. Essi presagivano l’evento drammatico, ormai prossimo. I colpi dei martelli, concitati e frettolosi, degli operai che stavano ultimando la sistemazione del palco, risuonavano sinistramente; quella piazza deserta faceva da cassa di risonanza a tutti i rumori delle maestranze i quali, nell’attesa della vittima sacrificale, vestivano i neri panni di una notizia ferale. I gestori dei negozi sostavano sulle porte interrogandosi con sguardi muti. Alla fine, come se avessero ubbidito a un comando telepatico e simultaneo, abbassarono all’unisono ognuno la propria saracinesca e, quasi fuggendo, s’allontanarono da quel luogo di prossima sventura. Essi purtroppo erano esperti della furia scatenata e selvaggia degli espropri proletari, delle lotte sindacali e contestatrici delle nuove generazioni. Non che si sentissero sicuri dell’incolumità dei loro beni abbassando le saracinesche, ma preferivano pur sempre tutelare la loro incolumità personale. Le camionette della Celere erano state parcheggiate nei punti chiave degli accessi alla piazza. I caschi, le visiere, gli scudi di plastica trasparente scintillavano al sole. Nessuno degli allievi della Scuola Sottufficiale aveva voglia di parlare. I loro sguardi spaziavano inquieti per la vastità della piazza e pareva che non volessero trovare un appiglio o una prospettiva su cui adagiarsi. I loro pensieri preferivano esorcizzare il drago che di lì a poco si sarebbe rintanato in quello spiazzo circoscritto, cercando di ridurlo a proporzioni più accettabili. I rari e frettolosi passanti sembravano schizzare verso le uscite per non correre il rischio di rimanervi intrappolati. I più solleciti erano coloro i quali avevano bambini da mettere al sicuro. A un certo momento i poliziotti percepirono un rumore rotolante, come una massa d’acqua o una valanga di neve che da un punto lontano precipita a valle. Essi ebbero un attimo di sbandamento e istintivamente serrarono le fila, girando lo sguardo nella direzione del rumore. I poliziotti più anziani e i rispettivi superiori invitarono i giovani allievi alla calma, disponendosi davanti a loro, quasi a proteggerli dal  primo  impatto  con le avanguardie dei dimostranti. Il rumore ingigantiva sempre più; i colombi spaventati si impennarono in rapidi e disordinati voli di fuga. Gli stormi, dapprima compatti, improvvisamente si ruppero in gruppetti di indecisi che tentavano vanamente di raggiungere rifugi ancora più sicuri. Ondate di colori e di suoni, di striscioni e di vessilli, di pugni chiusi protesi e minacciosi, di occhi scintillanti, di visi sfigurati dalla violenza della protesta, per la gran parte celati agli sguardi indagatori della polizia da caschi, fazzoletti, passamontagna a strisce, offendendo la dolcezza di quella giornata primaverile, si riversarono compatti nella piazza: tutti correvano urlando verso il centro nel tentativo di conquistarsi la posizione più vicina al palco degli oratori. Le più eccitate erano certamente le donne che con urla stridule e taglienti assordivano i timpani, provocando di riflesso il tentativo di tapparsi le orecchie con le mani. La invasione della piazza durò a lungo e quando essa fu tutta gremita, la retroguardia intasò anche le strade d’accesso. Le prove dei microfoni e degli altoparlanti, con improvvisi sibili assordanti, tendevano ancora di più i nervi degli astanti. Il primo oratore che salì sul palco fu accolto da un uragano di fischi e di applausi, di urla e di sorrisi. “Compagni, oggi siamo qui riuniti, compatti e decisi, per dimostrare ai padroni la nostra forza, una forza che sarà usata civilmente a tutela dei nostri interessi e di quelli dell’intera classe operaia; isolate ed espellete, vi prego, dalle vostre fila i violenti, gli asociali, i provocatori il cui unico scopo, credetemi, è screditarci agli occhi dell’intera società. Usiamo e godiamo sacrosantamente del diritto sancito dalla Costituzione di liberamente riunirci per manifestare liberamente la nostra protesta”. Applausi corali da parte di quegli operai che sinceramente manifestavano contro la ventilata volontà dei padroni di licenziarli. Fischi assordanti, invece, da parte delle frange estremistiche, quasi tutte composte da studenti con il viso coperto che non approvavano la linea morbida della confederazione sindacale  e che fremevano di battersi per l’affermazione delle loro ideologie. “Noi diciamo ai padroni: fuori dalle fabbriche! Esse sono le nostre chiese, i nostri santuari e le nostre case. Ogni loro mattone è stato cementato con il sudore delle nostre fronti, la loro realizzazione è stata suggellata con il nostro sangue, perciò noi esigiamo e imponiamo di smetterla di profanarle con la loro continua intromissione. Che vadano fuori dalle loro mura a ordire congiure contro di noi che delle fabbriche siamo l’anima!” Il Questore e il commissario Sirtori seguivano preoccupati l’evolversi della situazione. “Ho paura che tra poco arriveranno i guai”. Il Questore disse al Commissario, dopo aver scorto tra la folla visi nascosti da passamontagna a strisce. “Che Dio ce la mandi buona! Va a finire che per salvarci la faccia questa volta ci giochiamo il culo!” – “Che culo e culo, Alberico, non ti ci mettere anche tu complicarmi le cose! Piuttosto passa parola che tengano d’occhio gli allievi perché se qualcuno se la fa addosso e mi combina qualche casino, quanto è vero Iddio lo sbatto a Gaeta!

continua

4 dicembre 2017

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