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Il rosso fiore della violenza – XLIX puntata

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Un romanzo storico di Matteo Ricucci sugli anni delle Brigate Rosse
giulia polizia squadra volante

I Giornalisti ristettero, perché sapevano per esperienza che il Questore manteneva sempre le promesse fatte. Le Giuliette della polizia filavano attraverso il concitato traffico cittadino a sirene spiegate, ululanti lugubremente. I cittadini, mai abituati a quel suono di sventura, appena appena giravano il capo, più infastiditi che preoccupati.

 

Il cadavere

Arrivarono sul luogo del ritrovamento: il corpo giaceva riverso sopra un mucchio di rifiuti e pareva dormisse tanta era la serenità del volto. Non mostrava segni di violenza alcuna. Il Questore chiamò il medico legale che lo aveva già esaminato: “Dottore a quanto risale la morte?” – “Al massimo tra le quattordici e le quindici di oggi stesso” – “Non hanno aspettato tanto a  disfarsene senza alcun timore d’esser visti”. Aggiunse il Commissario Sirtori il quale era provato più di tutti da quella morte, giudicando ingiusta la sorte di quella povera ragazza per la quale il futuro era carico solo di belle promesse. “Quindi  non ci sono testimoni dell’accaduto?” Chiese il Questore.

 

Un testimone

Un agente si fece avanti e disse: “Una donna ha visto, da una finestra di casa sua, una macchina di colore azzurro arrivare a tutta velocità e scaricare un grosso involto senza fermarsi”. – “Dottore, presumibilmente, qual è la causa della morte?” – “Nessuna lesione traumatica, forse una probabile overdose: presenta un piccolo foro sull’avambraccio destro”. – “Potrebbe essere stato un incidente di quelli che capitano spesso ai drogati, che so una droga tagliata male?” Chiese il Questore che si aggrappava sempre alla tesi più ovvia quando gli capitavano problemi da risolvere. “A me non risulta che la Barilatti si drogasse”. Disse il Commissario. “Potrebbe aver cominciato durante la latitanza”, aggiunse il Questore.

 

Il cartello

“È probabile, ma io non ci credo. Per me l’hanno fatta fuori e questo cartello lo testimonia chiaramente: era un elemento scomodo per quei clandestini. Sappiamo che lei non vi aveva aderito per motivi ideologici, ma per una infatuazione per uno del gruppo. Forse s’è  rifiutata di eseguire qualche compito gravoso, forse avrà tentato di fuggire, oppure si sono convinti che lei, prima o poi, li avrebbe potuto tradire. Chi può conoscerla la verità vera?” – “Fate trasportare il corpo all’obitorio per ulteriori accertamenti. Tu, Alberico, prenditi la scocciatura di comunicarlo alla famiglia e dopo vedi di farti accompagnare da qualcuno della famiglia per il riconoscimento”. – “Sarà fatto, signor Questore, però vorrei pregarla di tenere a bada la curiosità della stampa, non vorrei che il padre lo venisse a sapere prima del dovuto”. – “Ci penso io, non ti preoccupare”.

 

Il gravoso compito

Il commissario Sirtori ci teneva a essere lui il messaggero di quella triste notizia. Egli percepiva il fastidio di sentirsi addosso i gelidi occhi della bella e giovane moglie dell’Avvocato  la quale, a parer suo, era l’unico personaggio estraneo in quel dramma familiare. Cercava d’immaginare le reazioni di ognuno di loro, per essere preparato mentalmente all’urto che quella notizia avrebbe scatenato. Temeva, comunque, una recidiva del suo male in quell’uomo, già provato da mille traversie: troppe emozioni, in un lasso di tempo così breve! Eppure non c’era modo d’estraniarlo dall’epilogo di quella  tragedia. Erano circa le ventidue quando il Commissario suonò alla porta. Egli temeva che l’Avvocato fosse già a letto.

 

L’incontro

Sentì lo scalpiccio frettoloso della Tata che, prima di aprire, chiese: “Chi è?” – “Sono il commissario Sirtori…” – “Eccomi, apro subito”. E, dopo aver brigato con serrature e chiavistelli, aprì. “È già a letto l’Avvocato?” – “No, non ancora, è nello studio con la signora. Venga, venga che l’accompagno”. Alberico aveva notato che ormai anche la Tata lo considerava come uno di famiglia, evitandogli l’anticamera. Lo accompagnò direttamente nello studio. “C’è il signor Commissario, signor Avvocato, lo faccio accomodare?” L’Avvocato si tirò su a fatica dalla poltrona per andargli incontro, mentre Beatrice restò tranquillamente a sedere nella sua.

 

La triste notizia

“Venga, venga Commissario, si accomodi”. – “Chiedo scusa per l’ora inopportuna, ma l’importanza della notizia che vi porto, scuserà la mia indelicatezza”. – “Avete notizie della mia bambina?” – “Purtroppo sì”. Aggiunse il commissario con un tono di voce che non faceva prevedere nulla di buono. L’Avvocato impallidì istantaneamente: “Come ‘purtroppo’, cosa è accaduto a mia figlia?” Egli cercava di prepararsi al peggio, eppure istintivamente sperava in qualcosa di buono. “Si faccia forza Avvocato, sua figlia è morta!” – “Come morta, ma cosa dice, non è vero, ciò che mi dice non può esser vero. Lei mi ha telefonato stamattina!”

 

Un padre stravolto

E il povero uomo si guardava attorno nell’assurda speranza che qualcuno gli dicesse che il Commissario si sbagliava. La Tata singhiozzava in un angolo, coprendosi il viso con il grembiule, Beatrice era saltata in piedi dallo stupore, tentando d’abbracciare il marito. Ma questi l’allontanò da sé con un gesto imperioso. “Mia figlia è morta? mia figlia è morta…”. Andava ripetendo, incredulo e disperato, girando senza senso per la stanza, arrestandosi di colpo e fissando oggetti e persone che certamente non vedeva. Come se a quel punto cercasse solo in sé la risposta che lo avrebbe rassicurato, cadde in un mutismo estraniante. Il dr. Sirtori era sconcertato dallo stato confusionale di quel povero uomo.

 

La reazione

“Il suo corpo è stato rinvenuto, nel tardo pomeriggio dalle parti dei Mercati Generali”. Egli aggiunse, nella speranza che, precisando ora e luogo del ritrovamento, scuotesse il povero uomo dall’apatia in cui stava chiudendosi. “È stata uccisa?” Chiese Beatrice. “È un’ipotesi verosimile, ma ancora da accertare poiché sul suo corpo non sono state trovate tracce visibili di violenza. Forse un overdose o un altro veleno”. – “Angela, la mia bambina è morta? O Dio mio se è vero ti ringrazio, tu hai ascoltato la mia supplica: quante volte ho pensato a una sua provvidenziale morte invece d’una latitanza, farcita d’insidie, di sofferenza e di violenza. Era così sensibile, così bella e così buona. Sì, sì’, sono contento Commissario che me l’abbiano uccisa, così me l’hanno restituita intatta con tutte le sue virtù. Se l’hanno fatto vuol dire che lei non s’è piegata alla loro schiavitù, alla loro follia omicida!” Riattaccò a dire l’Avvocato. Beatrice corse a prendere le gocce per il cuore. La Tata gli si avvicinò e timidamente gli pose una mano sulla spalla che quello, riaprendo gli occhi, le afferrò convulsamente, coprendola di baci. (continua)

Matteo Ricucci

5 agosto 2018

 

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