Che je pijjasse ‘n gorbu

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Un libro in dialetto sibillino, lingua al pari di quella italiana, scritto da Giuseppe Matteucci

 

 

che je pijasseLibro interessante, spassoso, che fa anche riflettere sugli umani comportamenti, quando c’è di mezzo lo scettro del potere da mantenere ben saldo per gestire uomini e cose. E così ac-cadde che le tonnecacce nere, come le chiama l’autore, si dettero da fare a falsificare “Il Guerin Meschino” di Andrea da Barberino, per oscurare il mito della Sibilla. Un mito scomodo, da nascondere, addirittura da sporcare. Due personaggi nel dialetto di Montefortino sviluppano la tematica, tra un fiasco di vino e rosee fette di saporito prosciutto, all’ombra di una quercia (non scelta per caso questa pianta…), con incidenti di percorso su internet, fanno il paragone tra il testo originale e l’edizione (riveduta e… corrotta) stampata nel 1785 a Venezia con licenza de’ superiori (ovvero, puntualizza Matteucci, censura clericale).Dal confronto traggono sconcertanti conclusioni e fanno i loro coloriti commenti, supportati dalla spontaneità fornita dall’idioma dialettale. Particolare interessante è che tutti i dialoghi, condotti in modo teatrale, quasi i due fossero su un palcoscenico, nella seconda parte del volumetto sono tradotti in lingua italiana e permettono una corretta fruizione a chi il dialetto lo mastica poco e lo legge ancor meno. Il libro si chiude con delle prose in cui si scrive di Sibille, Templari celtici, Fate sibilline, del Dio con le corna, Cernunnos, dell’Acerba di Cecco d’Ascoli e, per finire, della mitica Lambretta.

Fernando Pallocchini

 

 

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