Il regista Henning Brockhaus

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La Traviata degli specchi, ricca di simbologie

 

traviata_brockhausAnno 2012, La Traviata firmata Joseph Svoboda ed Henning Brockhaus compie vent’anni. Questo è anche l’anno del decennale dalla morte dello scenografo Svoboda. Il regista Brockhaus dirige, allo Sferisterio, un nuovo cast con l’allestimento di successo del ‘92 e riporta in scena la sua “Traviata dei rispecchiamenti”. Dai più definito il regista visionario, Brockhaus ci tiene a sfuggire alle etichettature e precisa che questo spettacolo da lui allestito è ricco di simbolismo, non di illusionismo. Ci dice come, in primis, dallo specchio mobile, ai teli fino ai costumi, tutto sia emblematico della condizione dei personaggi di Traviata.

Maestro, com’è nata questa idea così originale della Traviata degli specchi? “Partì tutto dal fatto che non volevo niente di realistico. Eravamo insieme a Milano io e Svoboda quando, dopo mesi di lunghe discussioni, abbiamo partorito questo progetto”.

Il regista spiega che lo specchio mobile su cui si riflettono i teli interscambiabili in un risultato tridimensionale della scena, è come un libro da sfogliare. Quel libro si apre così come la memoria degli eventi e degli affetti. I teli, distesi sul palcoscenico, si riflettono sullo specchio inclinato e in posizione frontale rispetto al pubblico. Essi sono come dei dipinti surreali di Magritte o di Chagall, su cui i personaggi sembrano sospesi nella loro immagine riflessa allo specchio. I costumi, ispirati ai dipinti del pittore della Bella Époque Boldini, risultano leggeri e impalpabili, simboli della vita mondana e vacua che Violetta conduceva prima di conoscere il suo Alfredo. Brockhaus ci rivela che lo specchio simboleggia anche un certo voyeurismo, uno spiare la vita di Violetta e tutto ciò che succede intorno a lei. Questa Traviata si conclude con il posizionamento dello specchio a novanta gradi; in modo tale che il pubblico si rifletta in esso come se fosse dentro la scena. Un allestimento totalizzante, che ingloba in sé i protagonisti della scena, gli addetti ai lavori e il pubblico in un incantesimo meraviglioso. Questo spettacolo è di grande impatto visivo e, contemporaneamente, induce a riflettere sulla condizione umana e a guardarsi dentro superando le convenzioni sociali. Sarà per questo che, dopo vent’anni, è ancora una bandiera del teatro moderno.

Raffaella D’Adderio

 

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