Ricordi di un Casettà ottava puntata

Print Friendly, PDF & Email

Continua il racconto di Walter Filoni

Walter Filoni
Walter Filoni

Mappó

Il dottor Mutani, oculista, era solito andare  a caccia di volatili di ogni specie, tra cui le civette le quali costituivano una cacciagione speciale per il suo caro calzolaio Borgiani, detto Mappò. Di solito, riempito il carniere di questa specie, Mutani fermava la macchina proprio davanti all’ingresso della bottega e senza scomporsi, una alla volta, dallo sportello aperto lanciava a volo le povere civette sul tavolo da lavoro di Mappó, il quale accettava ringraziando con il suo tipico vocione, forte e rumoroso. Ma questa scena non sfuggiva ai vicini casettà, come Cutinè, pure lui calzolaio, padre di Schiuma Schiumarola, lu Mischiu, sarto, Monachesi, lu Birroccià e altri. Presi forse dall’invidia, o dal farsi una bella risata per uno scherzo ben riuscito, pensarono di togliere questo privilegio all’amico Mappó, impedendo al Mutani di gettare la pregiata cacciagione in quel modo attraverso la porta. Una notte presero due staffe di legno e le inchiodarono a mò di croce di Sant’Andrea alla porta della bottega di Mappò, poi applicarono un largo cartello con su scritto : “La premiata fabbrica Borgiani con la sua amata Irma si è trasferita ai bagni di Riccione”. Si può immaginare al mattino la reazione del titolare della “premiata fabbrica” Borgiani. Sfoderò una voce così tonante che fece tremare i vetri delle vetrine dei dintorni. Ne nacque un frastuono assordante e pieno di ingiurie vendicative! Ci volle un po’ affinché, dopo la tempesta, tornasse il sereno.

 

Allegra brigata

Allegra brigata, forse un po’ troppo. Si tratta di sei, sette ragazzi adolescenti (di cui anch’io facevo parte), tutti provenienti dalle Casette, attratti dal gioco principalmente del calcio, che vedeva uno spazio proficuo nell’oratorio salesiano. Frequentavamo spesso questi cortili, con l’animo disposto al dialogo, alla collaborazione e al rispetto per tutti. Quest’ultimo, il rispetto, ordine perentorio da parte della propria madre. Oltre al gioco preferito, aiutavamo Luigi Rasponi, brillante restauratore di mobili antichi che aveva l’inclinazione di fare lo sceneggiatore. Una sera, pronti a dare una mano a Luigi, fummo avvicinati dal salesiano don Padovano, che aveva nel sangue la passione per la  composizione e la musica operettistica. Fum-mo pregati di adoperarci per una fresca composizione cantata, la quale doveva svolgersi in palcoscenico, simulando di notte la ricerca di mozziconi di sigarette. Ecco il ritornello: “Tutte le notti si va a cercar/ cerca di qua, cerca di là/ nemmeno una mozza si può trovar./ Che vitaccia da somari/ che ci manca la cavezza,/ fra gli stracci e la monnezza/ come si può tirar a campà”. L’improvvisazione sortì l’effetto sperato: fummo assunti come posticci attori anche per il resto della recita. Intanto, eravamo in attesa di Luigi che tardava al rituale lavoro. “Come mai così tardi ?” – “ Sono  dovuto andare  dal medico  che mi  ha ordinato di fare l’esame delle urine, senza dirmi la quantità”-“ Come non lo sai ? ce ne vòle almeno un fiascu”. Non poteva tardare un attimo lo spirito dei Casettà pronti alla burla e allo scherzo. Il giorno seguente, Luigi si presentò  con il contenitore di vetro colmo fino all’orlo, venne a preparare le scene, collocò imprudentemente in un angolo del palcoscenico il prezioso involucro che non sfuggì ai nostri occhi. Prova di qua prova di là, fino al momento in cui venne a tiro: con un calcio ben mirato il fiasco che cadde in mille pezzi. Il rumore caratteristico del vetro rotto avvertì del grave danno Luigi, che intervenne dicendo: “Per poterlo riempire, ho dovuto bere più di 10 litri di acqua!” – “O Luigi, l’acqua non costa niente, si può ripetere!”. Però, dopo mezz’ora, pentiti, avvicinammo Luigi e quasi in coro chiedemmo di  perdonarci  del pesante  scherzo aggiungendo di volergli bene.

 

Mamma Morichetti

Ho commesso una omissione grave e, per il mio sentire, imperdonabile. Fra le storielle raccontate ho trascurato forse la più importante, quella più nascosta, più umana, quella di mamma Morichetti. Mamma Morichetti abitava al secondo piano di una casa accanto a quella del maestro Giovanni Ginobili, nelle Casette. Era moglie di un falegname e aveva  tre figli maschi. L’umiltà e la riservatezza erano una sua regola, usata come per chiudere nel silenzio un rumore. Si venne a sapere che mamma Morichetti  non aveva più tre figli ma quattro, perché aveva accolto in casa un trovatello e, a quei tempi, il fatto di adottare e accogliere nella propria famiglia un bambino orfano era segno non solo di generosità ma di coraggio, perché si doveva fare tutti i giorni i conti con l’economia familiare. La notizia si diffuse come la luce dell’aurora che illumina pacatamente il mondo, per poi diffondersi sempre più : tutti i Casettà avevano trovato e scoperto fra loro l’essenza della vita, la luce che illumina il cuore. Il nuovo arrivato, Morichetti Antonio, si trovava tra le braccia di mamma Morichetti, insieme con gli altri tre. Esempio brillante, encomiabile di un profumo inebriante che non si vedeva ma si sentiva. Mamma Morichetti si meritava un gesto da “chapeau  bas”. E ben altro direi: l’ammirazione profonda, indelebile del sentimento dell’amore, che nasce e vive nell’anima della donna, capolavoro dei capolavori del Creato.                                                 

continua

 

 

 

A 8 persone piace questo articolo.

Commenti

commenti