A proposito di Urbisaglia

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Risalita sulla cresta del poggio, Urbisaglia guarda ai suoi piedi le poche tracce emergenti del suo passato grandioso. Circa 40 ettari di città antica circondata da mura. È un notevole comprensorio, ma certamente l’estensione ancora nascosta sotto terra è senz’altro maggiore.

 

Insediamento di coloni?

Nel I secolo d.C. poche città possono vantare una tale ampiezza e sono strategici centri mercantili sulle vie delle Gallie come, a esempio, Mediolanum e Augusta Taurinorum. La mia curiosità sul passato di questo centro è grande, ma una visione complessiva della questione urbana della “città salvia” per quanto ne so non è ancora disponibile. Ho letto varie pubblicazioni che la vogliono genericamente insediamento di coloni romani, ma questa destinazione d’uso è antitetica al fatto che da quando esistono i contadini stanziali in Europa (i primi erano seminomadi) e fino all’era dell’automobile e del trattore, il coltivatore ha sempre abitato il fondo che coltivava e non in una città da 8000 abitanti circa a giudicare dall’estensione.

 

Quel farloccatore del Mommsen

Ho cercato nei nostri musei le tracce epigrafiche di Urbs Salvia, perché le fonti che la identificano con questo nome sanno soltanto di trascrizioni degli storici classici tra il leggero e il fantasioso come la citazione di un passo attribuito a Plinio, ma secondo me “integrato” dal suo tra-scrittore del 1400 o ancora più tardi. La frase in questione mette i nomi dei clan degli abitanti piceni dell’interno in ordine alfabetico: “intus Auximates, Beregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falerienses, Pausolani, Planinenses, Ricinenses, Septempedani, Tolentinates, Treienses, Urbesalvia Pollentini” curiosamente per il poco che ne so, i romani non usavano elencare in ordine alfabetico ma cartografico (da nord a sud o da est a ovest ecc.) o di importanza del sito, inoltre a fare proprio i fiscali i Pollentini di Urbesalvia non dovrebbero essere gli ultimi, ma subito dopo i Planinenses e seguire la sorte dei Cuprenses cognomine Montani. Ma questa frase “perfetta” consente a un certo Mommsen citato come caposaldo (che conosco per aver scritto una storia di Roma ad hoc per il cesarismo bismarkiano del II reich) il quale scrive e opina in buon latino che Urbs Salvia avesse anche un altro nome: Pollenza: Urbs Salvia…altero nomine Pollentia dicta videtur fuisse; certe eo ducit, quod apud Plinium 3, 13, 111, in recensu ordine alphabetico et secundum ethnico instituto populorum Piceni mediterraneorum post Treienses nominantur Urbe Salvia Pollentini (polentini Lugd.), neque sine specie veri apud Strabonem 5, 4, 2, p. 241: etc.. (in C.I.L. IX, p. 526) (1). Siccome questo “autorevole” personaggio è a mio avviso annoverabile fra la schiera di farloccatori della storia del “gruppo M.G.H” ho cercato come mia abitudine le tracce fisiche di questo toponimo, perché se era una realtà al tempo di Roma imperiale, certamente qualche riferimento doveva essere rimasto scolpito nel marmo come d’uso.

 

Scripta (sul marmo) manent

Tralascio il fatto che di Pollenza nell’attuale sito urbano non c’è la benché minima traccia fisica dell’ascendenza a Roma di questo toponimo, ma sia la collocazione orografica sia il toponimo altomedievale Mons Miloni, Monte Milone, ne fanno un sito molto, molto più tardo dell’età pre-romana alla quale dovrebbero ascendere gli abitatori piceni, i Pollentini.

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Nonostante la ben nota carenza di fonti locali su questi argomenti, ho ottenuto almeno tre risultati, che però non quadrano a mio sommesso avviso con la Città Salvia, ma mi sembrano piuttosto allineati col negazionismo storico umanistico, voluto dal Papa Re per rompere il legame millenario, anche nella memoria popolare, fra i Salici altomedievali (ovverosia i Franchi) e i Salui o Salluvi o Salii, (gens alla quale indubbiamente appartennero Pipino e CarloMagno, cioè gli abitatori da sempre del comprensorio centrale delle Marche. Ecco cosa ho trovato… Nella raccolta di reperti romani dell’abbazia di Fiastra campeggia un cippo, dono di un procuratore in oriente probabilmente urbisagliese, la cui traslitterazione e traduzione poste a lato si leggono così:

DIS DEABUSQ[UE] URBISALVIENSIBVS T[ITUS] FLAVIVS MAXIMUS PROC[URATOR] AVG[VSTI] AB ORIENT[E] DONUM MISIT.

La traduzione posta a lato in Italiano è: Agli dei ed alle dee di Urbisaglia Tito Flavio Massimo procuratore imperiale ha mandato in dono dall’oriente.

(Ndr  condivisa dall’autore – nella traduzione di cui sopra c’è un errore fondamentale… ed è il termine urbisalvientibus, tradotto con il genitivo singolare “di Urbisaglia”, quando invece si tratta di un dativo plurale che aggettiva Deis Deabusque e cioè “agli dei e alle dee urbisagliesi”, differenza di non poco conto spostando l’interesse non a una città ma a un popolo, quello dei Salii).

 

Le tre considerazioni

La prima considerazione è che URBISALVIENSIBVS sia stato tradotto Urbisaglia e non Urbs Salvia il nome romano, preferendogli quello medievale recente che però si riferisce a un insediamento di diversa funzione e localizzazione di quello romano cui dovrebbe riferirsi il cippo. Se la traduzione è “dei e dee di Urbs Salvia”, per quanto ne so il nome dovrebbe essere declinato al genitivo Urbi Salviae, ma sul cippo non è così e non penso che lo sponsor del lavoro e lo scalpellino fossero sprovveduti in latino. Il nome scolpito sull’epigrafe però combina con un catasto augusteo: il Libri Coloniarum (2) in cui si legge: Ager Vrbis Saluiensis limitibus maritimis et montani lege triumvirale; et loca ereditaria eius popolus accepit; non è la stessa letterale espressione del cippo, ma sono forse passati secoli fra la stesura del Libro e la sua trascrizione con l’eventuale scioglimento dell’abbreviazione, (le abbreviazioni sono la manna e il cruccio dei trascrittori) ci leggo comunque una espressione molto più vicina a Urbi- saluiensibus che a Urbs Salvia.

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Poi c’è l’embrice del tempio della Salute conservato nel museo della Rancia dove si  legge una scritta  circolare  stampigliata come marchio di fabbrica: SALVTIS.AVG.SALVIENS anche questa non si ricollega alla salvia profumata ma è molto più vicina a Saluiens[ibus] oppure [is]. Nome della città del I sec. forse condizionato da altri nomi di città augustee legate agli abitatori locali (tipo Augusta Taurinorum, Augusta Treverorum oppure Augusta Praetoria ecc.) mi vien da pensare la lettura seguente: SALUTIS AVGUSTA SALVIENSIS, cioè della Salute di Augusta Saluiense e quindi di ipotizzare che la città in età imperiale avesse subito, dopo l’inevitabile perdita di importanza conseguente alla supremazia dell’Urbe, anche un cambio del nome. Anche questa lettura è comunque lontana dalla Salvia ed ancor più da Urbesalvia Pollentini del Mommsen. Mi sono scervellato pure sul fatto che Saluiensibus è un dativo plurale e non un genitivo, mi sento però riappacificato con le declinazioni pensando che il nome della città possa essere anzi sia di origine pre-romana e che significhi “il capoluogo [della terra] che appartiene ai Salii”, attribuendo al lemma Urb/Orv Piceno/Etrusco il significato di capoluogo se non proprio di Capitale. Giustifico l’uso del dativo per esprimere proprietà-appartenenza se considero l’espressione parte di un nascente idioma che si evolverà nel latino e che questo nome non venga più cambiato perché nome proprio della città. In questa accezione funziona anche il riferimento all’ager ereditario dei Salii come recita il Libri Coloniarum, anche se questa espressione come le altre scolpite o stampigliate su materiali non modificabili contribuisce a contrare sia la “colonizzazione” del territorio che un improbabile riferimento all’erba aromatica o ad altro.

 

(1) Ref. :http://docenti.unimc.it/roberto.perna/teaching/2014/13182/files/archeologia-classica-aa-2014-2015_bibliografia-piceno/la-colonizzazione-di-polentia-urbs-salvia-nel-quadro-della-romanizzazione-dell2019area-medio-adriatica – pag. 55

(2) Blume, Lachmann, Rudorff – Die Schriften der römischen feldmesser –Berlin 1848 pag 225 e segg. (Google books)

10 ottobre 2016

 

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