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La somiglianza tra il “Volto Santo” e i capitelli di Val Fucina

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I capitelli dell’ipogeo della chiesetta prossima a Elcito hanno storia da raccontare
capitelli valfucina

Vedendo il fascicoletto sul monastero della Val Fucina di Medardo Arduino, nel quale sono riportate bellissime fotografie dei capitelli ancora esistenti nell’ipogeo sotto la chiesetta nei pressi di Elcito, sono rimasto particolarmente colpito dalle due figure lavorate sulla pietra.

 

Il Volto Santo di Manoppello

Due volte l’anno, la terza domenica di maggio e il 6 agosto, partecipo alla processione del Volto Santo a Manoppello. Appena viste queste due figure sui capitelli, mi sono sembrate imitazioni della Figura abruzzese, particolarmente quella che, a uno sguardo frettoloso, potrebbe apparire con gli occhi chiusi.

 

Primo capitello

Guardando con attenzione e chiedendo anche il parere ad altri, ho avuto la certezza che anche questa immagine ha bellissimi occhi aperti. Ingrandendo i capitelli, sono apparsi due sfavillanti coppie di occhi; l’immagine che sembra meno “appariscente”, con capelli lisci e lunghi che partono dalla riga al centro della fronte e finiscono raccolti dietro la nuca, potrebbe sembrare il volto di una donna, come si potrebbe credere guardando la “Vera Icon” (una delle riproduzioni del Volto Santo), del 1400, opera del maestro di Vestfalia, in mostra al Museo Statale di Berlino (foto in calce all’articolo con altri esempi).

 

Secondo capitello

Anche l’altro capitello, con una immagine di giovane dai capelli ricci, gli occhi spalancati e il volto asimmetrico, mi ricorda copie del Volto Santo che sono circolate come monete sotto Giustiniano II nel 692. Il Monastero di Santa Maria di Valfucina potrebbe essere stato costruito tra l’VIII e il IX secolo, anche se i documenti finora ritrovati e pervenuti fino ai nostri giorni, ampiamente studiati dal professor Giammario Borri, partono dal 1058 e arrivano al 1334. Considerando che il Santo Volto di Manoppello (alias velo della Veronica, alias Mandylion di Edessa, alias immagine di Camulia) è giunto a Roma nel 705, bisogna sottolineare però che è stato mostrato ai fedeli solamente dopo il sacco di Costantinopoli del 1204. Infatti, il Patriarca di Bisanzio aveva sottratto all’imminente furia iconoclasta e quindi alla distruzione, quest’impalpabile e trasparente immagine, facendola portare nella città eterna per metterla in salvo.

 

I Papi nella “Nuova Roma”

Finché però è stato potente e autorevole l’Impero Romano d’Oriente, detto Bizantino, che aveva sempre rivendicato il possesso dell’Italia, il Santo Volto era stato tenuto ben nascosto per evitare ogni possibile rivendicazione da parte di Costantinopoli. È da considerare che sia il professor Giovanni Carnevale sia la professoressa Simonetta Torresi, con studi non concordati né reciprocamente influenzati, sono arrivati alla conclusione che, per oltre tre secoli, i Papi si siano trasferiti in una città appellata nuova Roma nella zona del Piceno.

 

Invasioni arabe e fuga dei monaci

Preciso brevemente: nell’VIII secolo quasi tutte le terre intorno al Mar Tirreno erano state conquistate dagli Arabi che saccheggiavano costantemente quelle non ancora occupate. Non tutti sanno che alla fine del IX secolo il territorio del Garigliano, tra Lazio e Campania, era territorio dei musulmani tanto che avevano distrutto il Monastero di Farfa, che si trova a cinquanta chilometri dal Colosseo. I monaci si sono rifugiati ad Est delle montagne, dette in quel periodo Alpi, a Santa Vittoria in Matenano (FM). Secondo i due studiosi, il Pontefice Gregorio IV, a causa dell’evidente pericolo, sarebbe anche lui venuto in una zone più difendibile tra la catena Appenninica e l’Adriatico, mare ancora quasi totalmente dominato da potenze cristiane, ovviamente portando con sé quanto di più prezioso.

 

E se…

Se le loro tesi fossero confermate, potrei dire, magari sognando, che il Velo della Veronica sia finito nascosto, più di mille anni fa, nei sotterranei del monastero della Valfucina (per essere poi riportato a Roma) e che allora i due splendidi capitelli presenti abbiano svolto la funzione di valletti all’immagine acheropita. Ben sveglio mi auguro e propongo che gigantografie di queste due bellissime immagini presenti nel nostro territorio vengano esposte davanti all’entrata di ogni museo della provincia di Macerata affinché tutti possano usufruire della loro bellezza. Farle conoscere inoltre potrebbe servire ad evitare che anche questi due capolavori prendano la via della Svizzera (mercato internazionale di reperti trafugati), poiché potrebbero essere asportati.

Albino Gobbi

24 febbraio 2018

 

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