Centenario della morte del principe Sigismondo Giustiniani Bandini

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Questo anno è la ricorrenza della morte, a soli 32 anni, di un personaggio dalla grande nobiltà di animo, il principe Sigismondo Giustiniani Bandini. Nella seconda metà del XIII secolo, alcuni membri della famiglia Bandini, guelfi di Firenze, si trasferirono nel ducato di Camerino, presso la corte dei Varano. Nel tempo la famiglia acquisì grande lustro, che toccò l’apice nel XVI secolo con il riconoscimento del titolo di marchese.

 

Promotore di iniziative filantropiche

Parimenti entrarono in possesso di grandi proprietà terriere in tutto il territorio maceratese, compresi castelli, importanti palazzi e tra questi possedimenti spiccava la tenuta dell’abbadia di Fiastra. L’ultimo della dinastia fu Sigismondo, la cui breve esistenza fu animata da un forte senso religioso e fu fortemente legata da un particolare amore alla proprietà dell’abbadia di Fiastra. Qui portò a termine i lavori di sistemazione del palazzo che abbellì con i tromp l’oeil della Sala delle Tenute e gli affreschi della scala nobile. Fu anche un sensibile promotore di iniziative filantropiche, tra cui la istituzione dell’Opera Nazionale per l’Assistenza Civile e Religiosa degli Orfani di Guerra, sezione di Macerata, della quale divenne socio benemerito.

 

Il matrimonio

L’impegno sociale di Sigismondo, al pari di quello di sua sorella Maria Sofia, fu ispirato idealmente da colei che, insieme con la madre, esercitò una forte influenza sulla educazione del giovane, la zia Maria Cristina, presidente dell’Unione Donne Cattoliche d’Italia. Nel 1910 sposò Teresa Boncompagni-Ludovisi dei principi di Piombino e Venosa, una bellezza distaccata, che ricordava molto la grazia della nonna paterna, Teresa dei conti Marescotti, la musa del conte Gegè Primoli, una delle dame più ammirate della capitale.

 

Il testamento

Dal matrimonio Sigismondo non ebbe eredi, per cui fu ancor più provato dalla perdita del fratello Giuseppe, morto combattendo valorosamente a Gorizia il 16 agosto del 1916, nel quale riponeva la speranza per la continuazione del casato. Aveva già nel 1917 stilato il suo testamento, una memoria dove traspare la nobiltà d’animo più di quella del casato, dove mette per iscritto i suoi sentimenti di dolore per la perdita del fratello e la mancanza di eredi, l’affetto per la moglie, la sorella, i genitori, gli amici, e quanto importante fosse per lui la tenuta di Fiastra che desidera rimanga indivisa: nomina erede usufruttuaria la moglie, e in mancanza di prole, erede proprietario di tutto il patrimonio l’eventuale figlio della sorella Maria Sofia.

 

La Fondazione

La moglie Teresa morì nel 1969 e Maria Sofia rimase usufruttuaria del patrimonio che, alla sua morte avvenuta nel 1977, divenne una fondazione, come era nel desiderio di Sigismondo. Nel gennaio del 1918, prima di ammalarsi della febbre spagnola che nello stesso anno lo avrebbe portato alla morte a soli 32 anni, si era fatto spedire da Roma un manoscritto contenente le memorie di famiglia, forse per darlo alle stampe e preservare le glorie del casato dall’oblio del tempo: purtroppo questo documento è andato perduto, ma a distanza di 100 anni dalla sua morte, l’abbadia di Fiastra è testimonianza viva della sua generosità e nobiltà d’animo, un patrimonio di valore inestimabile per arte, natura e storia, messo a disposizione della collettività. La tenuta è curata e promossa con dedizione dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione Giustiniani Bandini, istituita dopo la morte della contessa Maria Sofia, ultima componente della famiglia.         

 

Pensieri tratti dal testamento

“Qualora mia sorella Maria Sofia non prendesse marito o non avesse prole, desidero che il mio patrimonio immobiliare ed annessi serva a costituire una Fondazione Giustiniani Bandini, con l’unico scopo che con le rendite di esso si istituisca nella Tenuta dell’abbadia di Fiastra una scuola per giovani agenti rurali dove si debba dar loro anzitutto una sana e solida educazione religiosa e civile, accoppiata a una seria istruzione tecnica agricola in modo che da essa possano uscire dei buoni cristiani, integri cittadini ed esperti agricoltori. Intendo che essa sia una specie di semenzaio dal quale dovranno sbocciare uomini che unendo a sani principi cristiani, francamente professati, una congrua erudizione di cose agricole, possano spargere nelle aziende che saranno chiamati a dirigere oltre che i buoni germi di una sana istruzione e organizzazione agricola anche la parola del Pastor Bonus. Chiunque sia poi l’erede del mio patrimonio immobiliare giuste le mie disposizioni testamentarie, gli ordino di operare scrupolosamente tutti gli oneri religiosi inerenti e di tenere aperta al culto la bellissima e carissima Chiesa di Fiastra, come si è sempre praticato dalla nostra Casa. Desidero che il mio corpo sia sepolto nella Chiesa dell’abbadia di Fiastra, in mezzo ai miei cari contadini che ho considerato ed amato come figli, poiché in mancanza di mia prole possano ogni tanto ricordarsi di me e pregare per l’anima mia. Desidero che i miei funerali siano fatti nella forma più semplice e modesta, senza nessuna solennità, e che il mio corpo sia portato all’ultima dimora senza fiori e senza accompagno di persone perché con la morte il corpo ritorna alla terra e il distacco dalle cose umane deve essere assoluto, e l’anima deve presentarsi umile, povera e modesta al cospetto di Dio dal Quale deve essere giudicata, sperando ottenerne misericordia”.

Simonetta Borgiani

1 marzo 2018

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