Viaggiando in Egitto: il museo Mamhoud Khalil al Cairo

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Credo siano poche le persone, poste alla direzione di un museo, che vogliano raccontare una esperienza così sofferta. Nella primavera del 2010, durante un soggiorno al Cairo, una mattina decisi di visitare il museo Mamhoud Khalil. È posto vicino alla sponda sinistra della Corniche (il lungo Nilo), poco più a sud di quando il grande fiume si divide in due rami per lasciare spazio all’isola di Gezira Zamalek. Nei pressi si trova anche la villa privata appartenuta al compianto presidente Anwar el Sadat. Il museo è vicino all’albergo, m’incamminai a piedi. Per non perdere tempo in ricerche, domandai a un soldato di leva in servizio nella zona, il giovane mi fece capire che non lo sapeva: l’esposizione permanente, posta in un elegante palazzo, si trovava a circa 15 metri da lui! Nel museo ebbi occasione di conoscere la direttrice che aveva viaggiato in Italia e, dunque, parlava un po’ la lingua di Dante. Quella signora mi fece accompagnare nella visita da una guida interna che parlava solo inglese e arabo. Durante l’attento giro nelle sale l’intesa con la giovane fu completa: perché l’Arte è universale! Il museo conteneva tantissimi capolavori: dipinti e piccole sculture di grande pregio dell’arte francese ed europea tra Otto e Novecento. Trascorsi alcuni mesi dal mio ritorno in Italia, nell’agosto 2010 appresi da un quotidiano che dei ladri, durante l’apertura, avevano asportato, in quel museo, nientedimeno che la famosa tela “I Papaveri” di Van Gogh. Per l’accaduto provai un grande disappunto e numerose perplessità. Nell’aprile 2018, in occasione di un’altra mia visita in città, in hotel ho incontrato di nuovo quella signora che mi ha raccontato altro di lei e di quell’episodio sconcertante. Nata ad Alexandria, aveva viaggiato in Australia, Malesia, Singapore, Libano, Siria, Nigeria, e studiato francese, inglese, italiano, coreano e russo. Aveva compiuto con soddisfazione anche tre viaggi nella nostra Penisola, per complessivi 43 giorni. Il primo a Roma, Napoli, Sorrento e Capri. Durante il secondo aveva trascorso una settimana a Roma. Il terzo si era recata a Forlì per quattro giorni e tre giorni a Roma. Aveva assaggiato e apprezzato anche i Baci Perugina. Le piacque molto Roma con le sue fontane e le belle piazze. A volte aveva cenato all’aperto, in piazza Navona; aveva ammirato anche San Pietro, il Corso e tanto altro. Riteneva Roma, con le sue strade, un museo a cielo aperto, ricordandole Alessandria d’Egitto, fondata dal conquistatore macedone  nel  332 a.C. Curiosamente aveva notato che le sirene della polizia italiana erano simili a quelle di qualche nuova ambulanza della Mezza Luna Rossa (Red Crescent), consorella della nostra Croce Rossa. Dal 2005, per circa un anno, era stata direttrice del museo Effat Nagy and Saad al-Khadem. Poi dal 2006 al 2010, passò alla direzione del Mamhoud Khalil. Mohammed Mahmoud Khalil era stato il ministro dell’agricoltura egiziano e presidente del Senato, durante il regno di Farouk; uomo colto e fondatore della Società degli Amanti delle Belle Arti. La moglie Emiline Lock era francese e lui trascorreva diversi mesi in Francia. Alla sua scomparsa (1953), il palazzo passò alla vedova, alla morte della quale (1972), diventò museo governativo. L’interlocutrice precisò che conteneva una collezione francese di inestimabile valore: dipinti, statue e libri, dalla scuola classica (Ingres) all’impressionista Gauguin. In tutto circa 700 opere degli artisti Renoir, Rodin, Degas, Sisley, Delacroix, Monet, ecc. Madame Emiline aveva trasmesso al marito la passione per la pittura francese. Il primo quadro acquistato fu “La donna con il fiocco bianco” di Renoir: lo pagò solo 400 lire egiziane! Il marito le disse che era pazza a spendere tutto quel denaro: all’epoca, con quella somma, si poteva acquistare una grande villa sul Nilo. Tra i capolavori c’era anche il famoso dipinto “I papaveri” di Van Gogh, che nel giugno 2010 era stato in mostra a Forlì. Sabato 21 agosto 2010 la nostra protagonista passiva (capro espiatorio) era in ferie, sostituita da un vice direttore. L’allarme non funzionava da tempo e le telecamere di video sorveglianza erano in avaria Si sospetta che due donne, forse italiane, conoscevano l’opera avendola ammirata nella mostra forlivese; nella tarda mattinata le due salirono su una sedia e con un taglierino staccarono la tela dalla cornice e la nascosero sotto gli ampi vestiti; poi salutarono e se ne andarono via. A differenza di quanto scritto dai quotidiani italiani, la direttrice mi ha riferito che il servizio di sicurezza si accorse del furto solo il giorno seguente. Per completare la serie di eventi avversi sembra che il dipinto non fosse coperto da assicurazione. La tela era stimata oltre 39 milioni di euro, una delle opere più importanti dei musei egiziani. Fu un duro colpo per il patrimonio culturale della città: il ministro della Cultura Hosni Faruq non la prese bene! “La Repubblica” ha scritto che il ministro ha denunciato i dipendenti e il direttore del museo nonché i dirigenti del suo dicastero. Ma riporta anche l’errata notizia che due italiani erano stati fermati all’aeroporto con la tela, come pure “La Stampa”. Il palazzo fu chiuso per restauro e la nostra direttrice (ritenuta indiretta responsabile) assegnata a un incarico d’ufficio. Per spezzare una lancia in favore di lei bisogna dire che in passato, in quel museo, erano accaduti altri furti, tra cui ritratti di Ibrahim Pascià (figlio di Mohamed Alì). Negli anni Settanta era stata rubata anche la stessa tela del pittore olandese ritrovata una decina d’anni dopo in Kuwait. Conoscendo i meccanismi delle Pubbliche Amministrazioni credo che qualche direttore abbia fatto richiesta scritta di più efficienti misure di sicurezza per la struttura. Ma i burocrati del Ministero non avranno, per qualche motivo, accettato. Quando sarà completato il restauro di quel museo, consiglio ai viaggiatori di visitarlo: non è grande, ma possiede capolavori straordinari! Sperando sia ritrovato presto il capolavoro di Van Gogh.

Eno Santecchia

7 febbraio 2019

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