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Ricordi di quando a Macerata si poteva scegliere un lavoro

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Un tourbillon di personaggi tra Aci, Esattoria Comunale, Cassa di Risparmio e Inam
Piazza-Vittorio-veneto macerata

Nel corso di tristi evenienze che ebbero a colpire la mia famiglia, fui chiamato presso l’Esattoria Comunale di Macerata, quale vincitore di concorso. In precedenza avevo lavorato saltuariamente presso l’A.C.I. occupazione che, fin dall’inizio, non mi offrì sufficienti garanzie di durata. Una volta conseguito il sospirato pezzo di carta della laurea, mi fu offerta l’opportunità – come dicevo – di inserirmi fra gli ingranaggi dell’Automobil Club, quando questo Ente aveva una propria sede distaccata sotto il loggiato  di piazza Vittorio Veneto, nota ai concittadini come piazza San Giovanni. Ne ricordo il Presidente, figura di gentiluomo di campagna, di una eleganza impeccabile, i pochi capelli  sempre lucidissimi di brillantina (il gel non esisteva) incollati sulla nuca. Non lo si vedeva spesso in giro per uffici, si diceva che preferisse badare più alle varie colonìe mezzadrili e  ai suoi terreni irrigui lungo il Potenza e, in egual misura, a due sorelle nubili e avanti con gli anni dai nomi impossibili: Fides e Flores, ben presto ribattezzate dall’arguzia popolare come Flic e Floc…  Alla cassa dell’ufficio di città c’era un unico impiegato pacioso e cordiale che, tra una risata e gli sbuffi di un sigaro puzzolente, mi addestrò alle prime malizie della contabilità giornaliera e mi abituò agli strattagemmi di chi deve stare a contatto diretto con il pubblico. Si compilavano “a mano” i bolli auto di circolazione, con scadenza a quattro,  sei, otto mesi, un anno. Una volta che, da inesperto tirocinante, sbagliai un bollettino, mi accompagnarono di gran corsa – alle nove di sera – in una sperduta frazione di Sarnano a rettificare il bollettino incriminato e soprattutto a recuperare i quattrini. Questo lavoro, seppure saltuario, mi piaceva per la novità e per la continua frequentazione della gente; ma, nonostante l’impomatato presidente dell’Ente avesse più volte accennato alla possibilità di una futura stabilità del posto, preferii andarmene, tanto più che, nel frattempo, ero stato assunto alla Esattoria Comunale di Macerata. Quasi contemporaneamente – per le strane involuzioni del destino – mi si presentò un’altra opportunità di lavoro presso l’Amministrazione Provinciale del capoluogo. Anche qui sembrava fatta, essendo all’inizio l’unico pretendente al posto, con le previste credenziali in tasca. Poi, per le inesplicabili strategie e i rimescolamenti della politica, mi trovai a dover lottare con un concorrente diretto, strenuamente sostenuto da un consigliere provinciale di R***. Di conseguenza la Provincia fu costretta a bandire  una specie di gara interna, con la prospettiva di un inopportuno ballottaggio a due. E così, a scanso di polemiche e inutili recriminazioni, optai decisamente per la Cassa di Risparmio del capoluogo che, all’epoca, gestiva il servizio di riscossione tasse e tributi comunali. Trascorsero quasi 5 anni, tra la fine del 1950 e  il 1960 (veloci come una saetta se osservati oggi con il binocolo rovesciato del tempo) che servirono tuttavia a svezzarmi da una pigrizia congenita e spensierata, abituandomi alla trincea ribollente dello sportello al pubblico, ai calcoli numerici, alle percentuali, alla cosiddetta “prima nota” di chiusura serale. Sfilano sulla  passerella della memoria personaggi dal marchio indelebile, accompagnati ad altri dai contorni più sfumati. Il rag. Consalvo a esempio, mio primo capoufficio, dalle spesse lenti da miope, dotato di una irresistibile carica di simpatia, distratto e scombinato, sepolto tra nuvole di fumo di sigaretta nel marasma di pratiche, carte e scartoffie, sparse alla rinfusa sul ripiano della scrivania. Parlava a denti stretti, schizzando, tra molecole di saliva, formule non sempre decifrabili al primo ascolto, vuoi per una pronuncia sibilante di stampo romagnolo, vuoi per una perenne precaria instabilità della protesi dentaria. Amava la compagnia, le belle scorpacciate nei locali tipici della zona, le sane bevute di verdicchio o di rosso piceno. Aveva una figlia procace e spigliata, corteggiata da tutto il personale dell’esattoria, per lo meno da quello più giovane e intraprendente. Memorabile un pranzo nelle campagne vicino Loreto, in occasione del matrimonio di un dipendente neo assunto: trecento invitati circa stipati sotto “lu cappannò” di tela cerata blu, guarnita da grandi striscioni tricolori, come festoni di un carnevale anticipato. Grandi bevute, balli estemporanei sull’aia, tutta la classica confusione dei festini di questo genere. Ecco che segue nell’ordine di parata Armando P., impiegato sciatto ed efficiente a un tempo, che amava rievocare, nelle ciarle dei rari momenti di rilassatezza quotidiana, i bei tempi in cui, tirocinante di belle speranze, aveva fatto il messo notificatore in uno sperduto borgo di montagna. Pur di evitare inutili scarpinate per i vicoli e gli impervi sentieri della zona,  preferiva arrampicarsi – raccontava con un pizzico di astuta coloritura – sulla cima della torre civica da cui gettava al vento le cartelle esattoriali, accompagnandole come in un magico rituale, con la formula: “Jàte, cartacce mia, jàte da sole, tanto ve ‘rcojerà solo chi vòle…” Alla cassa troneggiava Corrado M., dal piglio deciso e autoritario, di sciplinando con la voce o con una mimica stringata l’afflusso della clientela, quasi fosse il comandante di un battello d’acqua dolce, e governasse la ciurma dall’alto del cassero di poppa. A disturbare questa organizzazione  piombava inatteso Peppino C. – dalla qualifica a mezza strada tra il fattorino/commesso e l’impiegato di infima categoria – il quale, piuttosto che ammuffire  dietro una scrivania, preferiva vagabondare per gli uffici, a consegnare o ritirare plichi di corrispondenza. Peppino entrava e usciva a suo piacimento: una battuta qui, un ordinativo lì, un pettegolezzo al terzo piano, una pizzetta e una gazzosa dal bar di fronte, per sé o per gli affamati delle dieci e trenta e il suo “lavoro” filava via liscio liscio e senza intoppi. Aveva fama, tra il personale, di perdigiorno stipendiato. Ma lui ci scherzava su, rendendosi comunque accetto per una innata signorilità, arricchita da una perenne espressione ironica e sorniona; per tacita intesa, gli impiegati sembravano tollerare questo suo stato di strafottente indipendenza. Con invidiabile senso di autoironia, faceva il suo ingresso ufficiale nel corridoio del reparto, gridando a gran voce: “Attenzione, popolo della carta e delle bollette, che io guardo, sorveglio, controllo e –soprattutto- riferisco!”. Ritengo che mai abbia fatto ricorso ad alcuno di questi mezzucci per suoi fini utilitaristici. Lasciò  il servizio anzitempo per una grave malformazione cardiaca; ma nessuno, fino alla sua scomparsa, seppe mai di questa malattia che lo affliggeva da tempo. Dopo un logico periodo di apprendistato, fui assegnato allo sportello del Servizio di Tesoreria. Qui si dovevano compilare a mano piccoli moduli gialli mediante lo sviluppo degli appositi “mandati” di pagamento, da passare poi ai cassieri per la corresponsione delle paghe mensili. Alla fine delle operazioni era d’obbligo effettuare la quadratura contabile generale. Un lavoro interessante, ma ripetitivo e monotono a lungo andare, tutto basato su operazioni di dare e avere. Per uno come me, laureato in giurisprudenza, con una innata repulsione per la matematica, e per il quale gli unici numeri da riportare a memoria erano quelli degli articoli dei Codici fu, fin dagli inizi, una fatica improba. Poi la ripetitività degli adempimenti e una certa puntigliosità di carattere, mi facilitarono e mi aiutarono a superare gli scogli operativi. Dopo il primo anno conoscevo a memoria i nominativi di quanti si presentassero allo sportello a riscuotere le proprie spettanze. Tra i tanti clienti veniva (spesso in notevole ritardo sulle scadenze) una splendida bruna, dal vago accento veneto, dall’atteggiamento fiero, ma schivo e riservato. Studentessa  presso un Ateneo del nord Italia, come venni poi a sapere, stava effettuando supplenze nelle scuole di Macerata e provincia. Una eleganza la sua che riusciva a calamitare l’attenzione dei presenti e a zittire qualunque brusìo di fondo. Si chiamava Aida Ginaldi, come risultava dai moduli di pagamento. Di origine triestina era l’unica figlia di un maresciallo della Polizia, trasferito in città nell’immediato periodo postbellico. Mai avrei immaginato che, anni dopo, l’insegnante in questione sarebbe diventata mia moglie. Il corteggiamento vero e proprio si concretizzò comunque in tempi successivi, durante la comune frequentazione di una scuola guida. Imparai dal citato rag. Consalvo che, alla base di tutto il meccanismo della riscossione e dei pagamenti, c’era da tener presente, in ogni momento della giornata, una massima da imprimere nel cervello a lettere di fuoco: “I numeri hanno sempre ragione”. Purtroppo in più di una occasione dovetti sperimentare sulla mia pelle questa amara verità, costretto a uscire a sera inoltrata dopo l’orario prefissato, per far tornare i conti di cassa. E spesso mi trovai a piangere amaramente sopra i tasti della calcolatrice azionata a mano, che, alla fine della giornata, mi appariva come un mostro nero e cigolante assai poco gradevole sia per il funereo colore che per l’antiestetica struttura. All’esattoria rimasi dunque per circa cinque anni, costantemente incorniciato dalla cintola in su dal riquadro dello sportello, ad assolvere un incarico che, in certo qual modo, sviliva e mortificava il tanto sudato optional della laurea. Prospettive di carriera, finanche nel settore prettamente bancario ce ne sarebbero state; dovevo soltanto aspettare. Chiesi in varie occasioni un incontro con il “Megadirettore” della Banca, per chiarire finalmente quelli che ritenevo gli svantaggi di una posizione ingrata e stressante. Ottenni il colloquio, dopo estenuanti anticamere; ma ottenni altresì un cortese quanto deciso rifiuto a ogni plausibile speranza di avanzamento. D’altronde ero vincitore di  apposito concorso – mi si disse – per cui si trattava soltanto di portare pazienza. Queste drastiche chiusure da parte dell’apparato dirigenziale, reiterate a più riprese, non disgiunte da determinanti vicende familiari, mi convinsero, mio malgrado, a lasciare il posto all’Esattoria per approdare grazie alla provvidenziale consuetudine del turn-over, all’Istituto Nazionale Assistenza Malattia (la Mutua) che già aveva avuto in mio padre uno dei più stimati funzionari;  almeno a livello provinciale.  Ma questa, come si suol dire, è tutta un’altra storia…

Goffredo Giachini

14 aprile 2019

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