Per i 200 anni della stesura dell’Infinito di Giacomo Leopardi

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Quest’anno si ricordano i 200 anni della stesura dell’Infinito di Giacomo Leopardi, quell’Infinito che ha da sempre intrigato critici, poeti e letterati di tutto il mondo con risultati e commenti… i più disparati e inverosimili. Questa lirica leopardiana è la più problematica, ermetica, ambigua ma anche la più limpida, castamente antica eppure nuova come un “paradiso del sentimento”. Il De Santis la definisce “Un puro alito religioso” per quel Io nel pensier mi fingo. La solitudine, la malinconia, la vista della natura suscitano una disposizione religiosa. Per il poeta Giovanni Pascoli è “Il mistero oltre la siepe” ove il poeta si recava nelle sue solitarie passeggiate per meditare e per Leopardi, che l’orizzonte gli fosse nascosto era come fargli vedere più in là, oltre! Pascoli ricorda che Lucrezio espresse la contemplazione col Mare Magnum, corrispondente a “il naufragar m’è dolce in questo mar”! Ricordiamo ora il verso “Ma sedendo e mirando”. Ci si può domandare: cosa si può mirare se la siepe “da tanta parte il guardo esclude?” Per Leopardi mirare non è uguale a vedere ma è un verbo interiore, latineggiante: ciò che è osservato passa nell’animo. É un verbo che si accorda con il “mi fingo”. Il poeta, mirando, giunge a fingersi interminati spazi – sovrumani silenzi – profondissima quiete: un paesaggio cosmico di puro stampo copernicano. Ricordiamo che Leopardi, iniziò giovanissimo lo studio dell’astronomia scrivendo all’età di soli sedici anni il suo “trattato”. E cosi potremmo andare avanti, davvero all’infinito, nel citare commenti e critiche di poeti e studiosi che hanno affondato la loro mente nei brevi ma profondamente oscuri versi di questa lirica. Quando leggiamo una poesia, occorre afferrare l’anima del poeta e andare oltre! Necesse est ricordare che riflessioni e spiegazioni a parole (pensieri che poi divennero versi dell’Infinito) Leopardi le nominava e commentava nel suo Zibaldone, ove si possono incontrare e leggere.  Concludiamo riportando Benedetto Croce, che definisce Leopardi “Poeta dell’Idillio”. Silvia al telaio che canta nel maggio odoroso, con la mente piena d’un vago sogno, e un giovane signore che lascia le carte, tende l’orecchio al suono di quella voce e congiunge il suo sogno a quello della fanciulla; le sere nel giardino della casa paterna, e il cielo stellato e il canto della rana, e la lucciola che erra verso le siepi, le voci domestiche che intanto si alternano tra le mura, mentre il desiderio e il pensiero navigano… nell’infinito.

Fulvia Foti

2 agosto 2019

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