I Libri Sibillini, preziosi e venerati, tra storia e leggenda

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Non è semplice affermare con certezza il numero, il nome e le “sedi operative” delle Sibille e che non solo esse avevano l’esclusiva di predire il futuro. Da Franciscus Patricius apprendiamo che “vi furono ancora cert’altre Vergini consacrate agli Iddei, delle quali alcune, si legge, essere state indovine: come le Febadee consacrate a Febo chiamate Menade, le Bacchee consacrate a Bacco, e molte altre ad altri Iddei; come lo furono le Ninfe, e le vergini Vestali; e alcune havere fatto miracoli, altre generato divina prole. Si sono ancor trovati degli huomini, che sono stati tenuti divini: come fù appresso i Greci Melampode e appresso i Romani Martio”.

 

I vaticini ambigui

Sembra accertato che le varie Sibille ricevessero i “clienti“ in giorni e orari ben definiti. Il vaticinio era, generalmente, elargito per iscritto, con frasi ambigue e spesso ambivalenti. Si ricorda spesso la risposta a un soldato che, prima di andare in battaglia, chiedeva di conoscere il suo prossimo futuro. In risposta, gli fu scritto: “Ibis redibis non morieris in bello”. I romani non usavano la virgola. Se la virgola fosse andata intesa prima o dopo il non, il senso della frase sarebbe cambiato e molto. Nel primo caso si doveva leggere “andrai, non tornerai, morirai in battaglia”; nel secondo caso“andrai, tornerai, non morirai in battaglia”. Se l’oracolo fosse stato letto alla fine della guerra la Sibilla, comunque fosse andata, avrebbe previsto l’evento, quale che fosse stata la sorte del soldato. Gli uomini hanno sempre creduto ai vaticini “ex post”: vedi il successo, pure ai nostri giorni, delle “Profezie” di Nostradamus (Provence, 1503 – 1566). Quando è già successo un evento, c’è sempre qualcuno che trova i versetti che lo avevano descritto. Le interpretazioni sono numerose e controverse.

 

I libri e i loro nemici

Nei secoli antecedenti l’era cristiana non erano molti quelli che sapevano leggere e scrivere. Quei pochi erano instancabili: Pietro Messia ricorda che la Sibilla Persiana scrisse ben 24 libri (in versi). Anche i maschi (filosofi, poeti, storici… Cicerone compreso) non erano da meno. I libri sono fonte e documento storico della cultura, della storia e della civiltà dei popoli. E forse per questi motivi hanno sempre avuto fortuna altalenante, dovendo combattere una impari guerra contro: Ignoranza, Incuria, Inquisizioni, Indici, Imprimatur, Incendi, Grandi o piccole Rivoluzioni Culturali e contro il Politicamente Corretto. La Biblioteca di Alessandria era considerata il più grande centro culturale del mondo antico, per l’immensa  raccolta dei testi in essa contenuti. Subì varie distruzioni in conseguenza di eventi militari: tra il 48 a.C. (Giulio Cesare) e il 642 d.C. (espansionismo islamico). Anche l’antica Roma aveva la sua raccolta di molti e importanti testi, custoditi sotto il tempio di Giove Capitolino, dove nell’83 a.C. la caduta di un fulmine scatenò l’incendio. Molti libri andarono persi, altri subirono danni e si cercò di ricostruirli, integrando il salvabile con i testi reperibili in altre sedi. Per la nuova collocazione si scelse il tempio di Apollo Palatino. Quella ricca raccolta era nata sotto una cattiva stella e nel 408 i libri scompaiono. Rutilio Namaziano accusa Stilicone di averli bruciati. Non è dato conoscere l’esito della denuncia, ma… finirono in cenere molti antichi libri di grande valore storico ed economico. L’incendio del 408 fu solo il primo dei tanti casi in cui guerre, incendi e terremoti salvarono (e salvano…) la reputazione dei ladri e dei custodi infedeli.

 

Augusto1 Pontefice Massimo

Roma era molto tollerante con le numerose religioni che vi si praticavano. Per coordinarle e pure per evitare abusi, venivano eletti i pontefici massimi. Da Cesare in poi, il titolo e le funzioni competevano agli imperatori. Svetonio2 nel capitolo “Le coſe da lui operate nel pontificato massimo” afferma che Augusto appena divenne sommo pontefice (12 a.C.), costatato che a Roma giravano numerosi libri, i quali “trattavano delle cose future”, fece raccogliere tutti i libri, Greci e Latini, che non riportavano il nome dell’autore o “con autore di poca fede” (non affidabili). Ne raccolse circa duemila e li fece bruciare. Dopo aver imposto una severa verifica, conservò i libri sibillini e li ripose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino. Ripristinò anche alcune antiche tradizioni religiose che a poco a poco erano cadute in disuso, come la cerimonia “del conoscere, mediante i segni degli uccelli”. Ripristinò i giochi compitalizii, (da farsi ogni anno sui crocicchi delle strade maestre), “in onore degli Iddii preposti a dette regioni. Stabilì che i Lari Compitali, cioè gli Iddii dei predetti crocicchi, venissero ornati di fiori novelli due volte l’anno, in primavera e in estate”.

 

La storia o leggenda dei 9 (o 3) libri sibillini

Sono molti gli storici che trattano l’argomento: tutti concordi, fatta eccezione per alcune sfumature. Ne riportiamo due:

1 – Pellegrino Farini “Compendio della storia Romana” Napoli 1858.

“Si racconta che in quei tempi venisse a Roma una donna sconosciuta, per vendere a Tarquinio nove volumi degli oracoli delle Sibille, vergini sacerdotesse, che credevasi predire il futuro, ed essa era una di quelle, e alcuni credono che fosse la Cumana per nome Amaltea e domandogliene sì grande prezzo, che Tarquinio non li volle. La donna partì, ne bruciò tre, poi tornò per vendergli i sei, chiedendo lo stesso prezzo di prima. Parve a Tarquinio, che colei fosse una fatua, e la rimandò; essa ne bruciò altri tre e tornò coi tre che le rimanevano, e ne domandò il medesimo prezzo, minacciando di bruciare anche quelli, se non li comprava. Tarquinio meravigliato, ne consultò gli auguri, i quali dissero che li comprasse, ed egli li comprò, e nominò due uomini, che furono detti Duomviri, a custodirli, con precetto di non farli vedere a nessuno sotto pena della morte. Il duomviro Attilio poi, perché diede a trascriverne uno a Petronio Sabino, fu gittato in mare.

2 – Il Sacro Regno del vero reggimento e de la vera felicità del principe – Patritio3 Vescovo di Gaeta, Tradotto da G. Fabrini – VE1569.

La sibilla Cumana chiamata Amaltea, et Eresile, e Demofile ancora, questa portò nove libri a Tarquinio Superbo, chiedendo trecento Filippi d’oro. Onde il Re, non gli piacendo tal suono… gli dette la baia, facendosene beffe come d’una pazza, del che sdegnandosi in presenza sua n’abbrucciò tre, dimandando dei sei che gli erano restati il medesimo prezzo; ma, essendo di nuovo sbeffata, ne prese tre altri, e di nuovo innanzi al Re gli gettò in sul fuoco, riporgendo gli altri, e dimandandone il medesimo, con dirgli, che se non gliene dava, ella abbrucerebbe anco quelli, come gli altri. Onde il Re, havendo veduto la pertinacia de la femmina gli prese, e gli fece contare i trecento Filippi, che di tutti ella dimandava. Furono questi libri tenuti in grandissima venerazione e riverenza infino a tanto, ch’al tempo di Silla dittatore il Campidoglio fu combusto”.  I libri sibillini potevano essere consultati solo da pochi e selezionatissimi personaggi, previo ordine del Senato emanato per prendere decisioni in caso di eventi eccezionali. La interpretazione che ne scaturiva era inoppugnabile e obbligatoria.

 

Considerazioni

1 – Il notevole esborso, per l’acquisto dei tre libri sibillini doveva essere ben noto ai romani. Infatti Plauto nella prima scena del Poenulus fa dire a Milfione e Agorastocle: “MIL. Ed io mi ci metterò tutto per contentarvi: avete voi in casa un  trecento  filippi d’oro?/ AGO. anche seicento. / MIL. Bastano trecento. / AGO. E che vuoi farne? / MIL. State zitto: oggi vi do nell’ugne quel pollastriere e tutta la sua famiglia” (traduzione Donini).

 

2 – A quanto equivarrebbero i 300 filippi d’oro? Non sono stati reperiti i dati specifici.  Da “La moneta” di Giuseppe Amisano, si può dedurre che il filippo d’oro pesava 87 grammi. Considerato il valore attuale dell’oro pari a 40 euro/gr, il prezzo dei tre libri sibillini dovrebbe essere pari a 104.400 euro. Quei tre volumi dovevano essere considerati fondamentali e forse sono stati acquistati a buon mercato: nel 1994 Bill Gates acquistò il Codex Leicester di Leonardo per 30,8 milioni di dollari.

 

3 – L’intera stanza e i due armadi dorati dovevano contenere anche molti libri che riguardavano la forma di governo, la religione, i sacerdozii e i pubblici annali che risalivano ai tempi dei re, come sostiene Cicerone. Non potevano mancare i testi dei vari riti religiosi. Sembra certa la presenza dei “libri fulgurales” (vaticinio dai fulmini) di provenienza etrusca, mentre non è noto se vi fossero i testi e le copie delle tavole Iguvine. Ottaviano però privilegia i riti Piceni largamente descritti nelle tavole di Gubbio (compreso il vaticinio con gli uccelli: gazza parva e cornacchia grigia, picchio rosso e ghiandaia) e si  preoccupa di rinvigorire il rito dei Lari campestri4 che fanno riferimento a Fauno e a Pico.

 

4 – …Il resto alla prossima occasione.

 

Note

1 – Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus; Roma, 23 settembre 63 a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C., meglio noto come Ottaviano o Augusto, primo imperatore romano dal 27 a.C. al 14 d.C).

 

2 – (Gaio Svetonio Tranquillo, 69 circa – post 122),  nel De Vita Cesarorum – tradotte in volgar Fiorentino da Paolo Del Rosso Cavalier  Gerosolimitano – VE 1738.

 

3 – Franciscus Patricius Senensis (Siena 1413 – Gaeta 1492): discepolo di Francesco Filelfo, erudito, storico, umanista, vescovo, politico, esiliato da Siena, governatore di Foligno, messo di Francesco I di Napoli.

 

4 – Vedi

https://www.larucola.org/2018/06/06/re-pico-tra-storia-e-leggende-fauni-fate-satiri-e-boccaccio/e articolo sulle edicole picene pubblicato su La rucola n° 253.

Nazzareno Graziosi

1 ottobre 2019

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