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Il megadirigente, il pranzo in ufficio e le “merennate” in campagna

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Piccole storie divertenti tra sotterfugi, fissazioni, ricordi di guerra e scampagnate
merenda contadina

Il Megadirigente, a guardarlo imbalsamato dietro la scrivania di mogano (sei metri per due) o seduto nell’abitacolo della immancabile auto blu parcheggiata alla porta di servizio, sembrava in effetti la caricatura del “Funzionario” per antonomasia.

 

Il caratterista

Quella che, nelle commedie all’italiana, viene di solito affidata a interpreti che sembrano clonati allo scopo. Infatti del caratterista, il Megadirigente ostentava il gesto secco e categorico, il baffetto vibratile, la giravolta improvvisa e imprevedibile, il rubino al mignolo sinistro, l’unghia lunghissima al mignolo destro, i radi capelli diligentemente imbrillantinati e accuratamente riportati e divisi da una “scriminatura” a prova di riga e squadra.

 

La parlata e la gestualità

Parlava telegrafico, facendo intendere, fra le righe, che preferiva non ripetere. La parola a volte appesantita da vaghe reminiscenze sicule (la dentale puntuta, la “erre” appoggiata al palato, qualche “mizzeca” in sovrappiù) fluiva leggera e gradevole all’ascolto, ingentilita dalla morbidezza delle “esse”, retaggio dei lunghi periodi di permanenza nelle sedi del nord.

Nel lungo girovagare per i vari uffici d’Italia, il dr. Cangemi-Assorti, originario della provincia di Agrigento, aveva acquisito una rara padronanza nel modo di porgere il suo lessico verbale, preziosamente affettato. Parlava fitto e senza soluzione di continuità, il mento proteso in avanti,  fissando l’interlocutore nel fondo degli occhi. E dava disposizioni in maniera asciutta, ben certo di essere stato decisamente e autorevolmente capito. Aveva una gestualità da teatrante di bassa lega (da caratterista appunto) e faceva svolazzare in aria le manine bianche, dalle dita lunghe e affusolate, come di persona decisa e complessata allo stesso tempo.

 

Un arredatore?

Aveva una particolare predilezione per l’arredamento in genere e non perdeva occasione, nelle sporadiche apparizioni nelle stanze del Reparto Iscrizioni, per suggerire soluzioni raramente geniali, spesso al limite del paradosso, se non altro per le motivazioni che facevano da supporto ai cervellotici spostamenti del mobilio. Non appena ebbe preso possesso del nuovo incarico presso la sede di C°°°, si divertì un mondo – già dalla prima settimana di permanenza – a mutare di sito a schedari, a credenze, a scaffali, a tavoli, a impiegati, questi ultimi trattati, nella circostanza, alla stregua di pezzi di arredamento. Sembra comunque che quello di modificare l’assetto logistico dei reparti, sia un vizio comune a tanti capetti di prima nomina, i quali forse ritengono, anche con tali strategie, di offrire all’interno dell’organizzazione e alla clientela esterna una immagine innovativa, un look fatto di  sistemazioni anticonvenzionali e di moderna funzionalità.

 

Il set da pranzo nel casellario

Figurarsi le reazioni dei vecchi travet di… periferia, capitati nell’occhio del ciclone, letteralmente scalzati dalle loro ben delimitate zone di lavoro, angoli in penombra, leggiadramente ammobiliati e pazientemente forniti di ogni comfort. C’era Montegrossi, a esempio, che, nel casellario a muro, adibito alla cernita e alla classificazione dei ricettari medici in stretto ordine alfabetico, era solito tenere costantemente un tovagliolo ripiegato, un set cucchiaio/coltello/forchetta e le ampolline con olio/aceto, sale/pepe. Specie nei pomeriggi dedicati al lavoro straordinario, dopo aver sbaraccato carte d’ufficio e ammennicoli vari, Montegrossi amava apparecchiare la scrivania quasi fosse un desco familiare e consumare, con tutta calma, due o tre alicette sott’olio con l’accompagno di un cuore di finocchio condito.

 

Fava e formaggio pecorino

Il Caporeparto lo lasciava fare, dal momento che il vecchio Montegrossi esplicava un servizio ininfluente e di tutto riposo, lontano dalla ressa degli sportelli e dagli occhi indiscreti del pubblico. In altre circostanze il sopraddetto consumava una ricca merenda a base di  pane e lonza, in altre ancora si faceva una spanciata di fave e formaggio pecorino, o di cocomero, o di ciliege, o di castagne, o di olive nere e pezzi di arancio tarocco conditi, a seconda delle risorse stagionali. Così, in tutta semplicità, senza dare troppo nell’occhio, con la occasionale partecipazione discreta di uno o più commensali, meglio se di sesso femminile. Ne erano seguiti anche pettegolezzi e chiacchiere in merito, ma il Montegrossi, con la pancetta da commendatore e il viso rubizzo da vecchio ufficiale di artiglieria in congedo, smentiva di per se stesso ogni maligna insinuazione.

Cangemi-Assorti abolì il casellario medico, anzi eliminò proprio l’ufficio del Montegrossi, destinando quell’angolo di corridoio a locale di sbroglio per le infermiere. Il vecchio impiegato finì nel salone centrale del reparto, confuso con altri quattordici elementi. Nel suo dismesso rifugio accogliente e sempre pervaso da un profumo di mistero e di basilico, si trovarono, a distanza di anni, semi di anguria, lische di pesce ed ossicini di pollo.

 

I quattordici del salone centrale

In mezzo ai quattordici del salone centrale spiccava, per la indubbia personalità e il carattere ribelle l’impiegato di prima categoria Cipressi, originario di P°°°. Era una specie di leader, un punto di riferimento per gli altri dipendenti e sulle sue reazioni si uniformavano un po’ tutti, persino il Caporeparto. Quando dalle stanze dei bottoni arrivava, per le scorciatoie segrete dell’informazione, l’avviso che sarebbe sceso il Megadirigente in giro d’ispezione ai piani bassi, si levava stentorea la voce di Cipressi il quale, quasi  esercitasse nel settore un commercio  di generi di monopolio di contrabbando o avesse in gestione una bisca clandestina, urlava:  “Na bomba c’è, qua sotta a lu canepè…. D’incanto sparivano dai ripiani delle scrivanie giornali, riviste di moda, settimane enigmistiche, schedine del totocalcio  e quant’altro formava il corredo per lo stacco della ricreazione mattutina.

 

“Se va da Melampo?”

Durante la settimana, di solito nella giornata del venerdì, Cipressi lanciava il fatidico grido d’intesa con la collaudata cricca degli sbafatori, che suonava pressappoco in questi termini: “Se va da Melampo?” Il Melampo in questione era un colono-mezzadro con la casa e lu terrenucciu nella zona di Colbuccaro di Corridonia, con il quale il detto Cipressi era stato compagno di naja in terra d’Africa, durante gli anni delle mire espansioniste del Duce. Insieme – dopo la disfatta dell’esercito italiano – furono fatti prigionieri dagli Inglesi.

 

La sposa somala

Ed era uno spasso ascoltare Cipressi quando, con un lampeggio di furbizia nello sguardo bovino, narrava delle sue avventure erotiche con le splendide sòmale che aveva incontrato laggiù: “Ce n’era una, che, tanto per fà le cose come se deve, me l’agghjo spusata – raccontava – ho fattu a càmmio co’ trenta pacchetti de Milit puzzava un moccò, ma quanno facìa lu vagno, era cuscì lustra che parìa ‘na foca!”.  Tra i due ex commilitoni si era instaurata una solida e duratura amicizia che, grazie alla improntitudine dell’impiegato, andava a sfociare in più occasioni in una ricca succosa merenda per sé e per almeno altri quattro colleghi.

 

L’accoglienza contadina

Tutti sembravano gradire senza riserve l’accoglienza della famiglia del contadino, il tepore dell’ampio camino d’inverno, l’aria fina e la “merigghia ‘ccanto a lu pajà o sotta a la cerqua” nei mesi d’estate, nonché  le grandi fiamminghe adorne di fette di ciauscolo (ovviamente di carne e di fètico), di prosciutto, di pecorino o le teglie profumate al finocchietto selvatico del coniglio in porchetta; il tutto ovviamente innaffiato dall’amabile “vinellu de la chiaètta” ossia fatto in casa. Nei momenti di inevitabile esaltazione, tra le risatacce sguaiate, i racconti e le reciproche prese in giro, c’era sempre qualcuno che, con il bicchiere colmo in mano, proponeva  un brindisi agreste: “Lu sole vattìa sulla lama dello perticarò, evviva li spusi…” al che era obbligo rispondere (còmpito lasciato in esclusiva al Cipressi): “Lu vì adè bonu e frescu, l’ha pisciato San Francesco…”.

 

La fermata… liberatoria

Una sera – narrava qualcuno della combriccola, tra la divertita attenzione dell’intero reparto – i cinque protagonisti, reduci dalla bisbocciata a casa del  Melampo, rientravano in città a bordo di una scassatissima 1100 color  albicocca. (Viricòculu metallizzato... diceva Amilcare). Lungo il tragitto – erano le due di notte – dovettero fermarsi a lato della carreggiata per le impellenti necessità connesse al naturale svuotamento delle cinque vesciche traboccanti. Si schierarono allineati sul retro della macchina, sinistramente illuminati dalle bave rossastre dei fanalini dello stop. “Pare la fondana dalle cento cannelle!…” esclamava qualcuno. “Coll’acqua tanta” replicava una voce arrochita;  “Co’ lo vì’ tanto” precisava una terza voce. E giù a morire dal ridere per queste scempiaggini.

 

Scambiar lucciole per… scintille

Amilcare, che nella circostanza fungeva da autista, si accingeva intanto ad aprire il cofano dell’utilitaria per controllare il motore surriscaldato dall’eccesso del carico umano. E mentre gli altri erano intenti alla operazione… idraulica, Cipressi, che era il più vicino al mezzo, girando appena il capo, vide una massa di scintille scaturire dal vano motore e si mise ad urlare con tutto il fiato: “Via, via, sbrigàmoce, che va a fòcu lu motore de ‘sta carretta! ‘Llaccimoce le pattuelle e scanzìmoce, che qui mmò scoppia tutto! Manco per sintì a mògliema, dopo…. L’Amilcare, più coraggioso (o incosciente) degli altri o forse ancora in possesso di una qualche briciola di buonsenso e lucidità, finì di sollevare con cautela il cofano della 1100 e scoppiò in una risata sgangherata, ingigantita dal silenzio della notte. Chiuse il coperchio e, seguitando a sbellicarsi dalle risa, urlò ai compari che già stavano scapicollandosi per i campi, ulteriormente allarmati dall’improvviso botto del cofano che si chiudeva:  “Ndò jete, ‘mbecilli? che scintille ète visto? ‘Mbriaconacci, non ve sète ‘ccorti che adèra solo u’ sciame de lucciole?”.

 

Figli che non riconoscono il padre

Le malelingue sussurravano che Cipressi, a volte, dopo la trasferta campagnola, rientrasse a casa ridotto in così tale stato dalla “merennata” e conseguente sbronza, che i tre figli, ancora in età prescolare, stentavano a riconoscerlo; anzi, il più piccolo della prole, una sera, trovandosi improvvisamente di fronte il padre sudaticcio e barcollante, scarmigliato e paonazzo in volto, scappò a  rifugiarsi tra le gonne della mamma, gridando: “O mà’, c’è uno su lu portó de casa che vòle bboccà per forza…”. L’episodio fece presto il giro dell’Istituto e ancor oggi, quando ci si incontra per strada con qualche raro superstite della comitiva dei quattordici della Sezione, basta sussurrare con tono da cospiratori:Se va da Melampo? per soffocare in una risata sorniona e ammiccante una miriadi di ricordi legati ai bei tempi della Mutua. Come uno sciame di lucciole ormai scomparse…

Goffredo Giachini

5 dicembre 2019

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