La scartocciatura e la prima polenta con la farina nuova

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Nella prima quindicina di agosto i nostri contadini usavano ispezionare lu randurcà (il campo piantato a mais), per tener d’occhio le pannocchie che mostravano di maturare per prime. Una volta individuatene un certo numero le coglievano, le sfogliavano e le lasciavano asciugare bene all’aria, appendendole da qualche parte per un fiocco formato da poche brattee appositamente lasciate. Non appena bene asciutte le sgranavano a mano, con lu sgranarólu (uno zipolo di forma adeguata, per lo più di legno, ma che poteva anche essere di corno o di bronzo, quando costituiva il dono che si scambiavano i fidanzati). Riposto il granturco sgranato in una sacchetta, si recavano al mulino e con la farina ottenuta, chiamata la farina nòa (la prima della nuova annata), facevano subito una bella polenta in famiglia. Poi di farina ne portavano una còtta (il quantitativo sufficiente per un pasto di polenta) al padrone, se un padrone avevano. Il resto della farina serviva per fare, di lì a poche settimane, la polenta a li scartocciatù (coloro che avrebbero proceduto allo spoglio delle pannocchie mature). L’operazione di spoglio veniva detta scartocciatura o scartocciata, perché le brattee che avvolgono la pannocchia del mais danno in effetti l’idea di un cartoccio. Alla scartocciata partecipavano in allegria tutti i vicinati, più i parenti e gli amici venuti anche da lontano, perché era considerata una festa, così come ogni altra raccolta agricola importante. Per satireggiare su coloro che, da furbi, si presentavano sull’aia quando il lavoro già volgeva al termine e accampavano scuse diverse, si usava cantare la seguente quartina di derisione:

 

Scusa, vergara mia, se staco in tórtu:

àgghjo feràto lu musu a lu pórcu;

àgghjo scortato la coda a lu cà;

scusa se ‘rrigo tardo a scartoccià’!

 

(Scusa, vergara mia, se sto in torto: / ho ferrato il muso al porco; / ho tagliato la coda al cane; / scusa se arrivo tardi a scartocciare!)

Per estensione la stessa quartina veniva cantata anche in caso di ritardi che si potevano verificare per altri lavori collettivi in corso. Ma per tornare alla prima polenta offerta a li scartocciatù va ricordato che, dopo la sbafata del pasto tradizionale, i lavoratori indirizzavano altri canti alla vergara, sia per lodare la polenta e sia per invitarla a prepararne altra. Uno di questi canti era il seguente:

 

E sse vvoléte che vve dica “cara”,

vinite fòra co’ la spianatóra;

vinite fòra ‘ngó, vèlla vergara,

co’ la pulè cunnita a la fattóra!

 

(E se volete che vi dica “cara”, / venite fuori con la tavola; / venite fuori ancora, bella vergara, / con la polenta condita alla fattora! – cioè riccamente)

Al termine della scartocciata, ben rimpinzati di polenta, i convenuti si davano a ballare lu sardaréllu, tipico ballo di una volta, al suono di un urghinìttu (organetto), che mai mancava in queste circostanze.

8 dicembre 2019

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