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La Sibilla, i riti pagani, la Chiesa e la profezia

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Oggi restano solo l’ingresso della grotta e dei suoi cunicoli, il mito e la leggenda
Sibilla. santa-maria-pantano partic

Il monte Sibilla dà il nome alla catena dei monti Sibillini, teatro da sempre di culti ancestrali legati agli dei pagani che a lungo in questi luoghi hanno resistito all’avvento del cristianesimo. La Sibilla, figura mitica, aveva posto la propria dimora in una grotta del monte che da lei prende il nome; si tratta di un personaggio difficilmente identificabile, probabilmente non facente parte delle dieci “Sibille classiche”, a meno che non si voglia credere alla leggenda della Sibilla Cumana spostatasi nei nostri remoti monti, dai romani chiamati tètrici, cioè luoghi cupi e selvaggi, da cui il termine “tetro”. La stessa definizione di “Sibilla Appenninica” è addirittura della prima metà del XX secolo, come del resto “Lago della Sibilla” veniva chiamato fino al XV secolo l’attuale lago di Pilato.

 

Sibillini, sede di culti pagani

I Sibillini sono stati da tempo immemorabile sede di culti pagani, prima delle popolazione italiche, poi “assorbiti” dalla religiosità romana, per finire, più che sostituiti, inglobati in un fenomeno di sincretismo con la religione cristiana. Per parlare di culti ancestrali basta citare le Tavole Eugubine di Norcia (datazione incerta III-I secolo a.C.), dove nel bronzo sono stati riportati culti umbri risalenti a tempi remoti, da cui appare una religiosità “Panteistica Spirituale” dove il Divino opera nel Mondo attraverso le azioni dell’uomo che è una parte del “Tutto”.

 

 

La mitica grotta

Della mitica grotta della Sibilla ci resta la descrizione fantastica di Andrea da Barberino nel “Guerin Meschino” (1410 ca.) e del francese Antoine de La Sale, che nel IV libro della sua opera “La Salade” (1440 ca.), intitolato “Il monte della Sibilla e il suo lago”, narra l’ascesa e la visita a luoghi che dalla sua giovinezza aveva sentito nominare, dimostrando la fama del luogo. Il francese descrive in maniera reale solo la prima parte della grotta che aveva visitato: dopo la piccola entrata, a cui bisogna accedere a carponi con i piedi rivolti verso il basso, vi era una camera quadrata di otto metri di lato, alta tre, con dei sedili scavati nella roccia e illuminata da uno stretto foro rotondo. Da lì partiva  un corridoio che si inoltrava nel ventre della montagna: cosa ci fosse poi possiamo solo immaginarlo.

 

La grotta oggi

Oggi è visibile solo l’ingresso crollato della grotta, non più accessibile dagli anni ‘50; l’ultima ricognizione è del 1946 ad opera di Cesare Lippi Boncampi che lasciò una mappa con descrizione. Già da diversi secoli, terremoti o vescovi zelanti avevano fatto in modo che fosse ostruita la galleria che partiva dalla camera quadrata.

 

I riti di consacrazione

La chiesa si era battuta in ogni modo per limitare la continuazione di culti pagani che non erano scomparsi dopo l’avvento del cristianesimo; nel medioevo le autorità di Norcia vietarono l’accesso al lago della Sibilla poiché i riti di consacrazione di maghi “bianchi” o “neri”, fate o streghe, cavalieri che chiedevano l’invincibilità in battaglia, erano molto frequenti e pare che venissero da ogni parte del mondo conosciuto.

 

La “Gran Pietra” di Montemonaco

Basta citare la “Gran pietra” di Montemonaco, un masso levigato con iscrizioni indecifrabili: una interpretazione ne è stata data dal professor Cordella che asserisce vi siano incisi i nomi di tre cavalieri spoletini vissuti inizio ‘500 e di cui si hanno riscontri storici.

 

Il ruolo della Chiesa

La Chiesa per spaventare la popolazione locale, aveva messo in giro la storia che durante i riti di consacrazione agli Spiriti si scatenava dal lago una tempesta che avrebbe distrutto i raccolti, con la conseguenza che gli abitanti stessi catturavano o denunciavano alle autorità chi contravveniva al divieto. La Chiesa inoltre nella sua lotta contro il paganesimo aveva costellato la zona di chiese come a voler recintare il “vecchio”, costruendo sugli antichi templi le nuove chiese in sostituzione degli Dei o meglio, come ipotizzo, inconsciamente ereditare la forza delle religioni antiche in un fenomeno di sincretismo religioso. Ci si dimentica che il primo cristianesimo abbia avuto una forte componente esoterica, specialmente nello gnosticismo cristiano di cui abbiamo traccia nei codici di Nag Hammadi, gnosticismo condannato dalla chiesa ufficiale ma del quale resta traccia, anche a insaputa degli stessi sacerdoti, nei riti della Chiesa Cattolica Romana.

 

Le chiese

Abbiamo la chiesa di San Ruffino e Vitale di Amandola con il suo ipogeo che utilizzò un preesistente tempio pagano probabilmente sacro prima ai Piceni e poi ai Romani; S. Maria in Lapide e S. Maria in Pantano o delle Sibille di Montegallo, dove compaiono affreschi dell’inizio del XVII secolo di Martino Bonfini con rappresentati i quattro profeti dell’Antico Testamento con quattro Sibille. Le chiese di San Lorenzo in Vallegrascia, S. Giorgio all’Isola di Montemonaco e del Santuario della Madonna dell’Ambro di Montefortino.

 

La profezia

Del resto la stessa religione cattolica cercò di “cristianizzare” le Sibille come coloro che avevano profetizzato la futura venuta del Cristo e come scrisse nel “Dies Irae” Tommaso da Celano (1190 ca.-1265 ca.):

Dies irae, dies illa

solvet saeclum in favilla

teste David com Sibylla

(Giorno dell’ira sarà quel giorno, dissolverà il mondo terreno in cenere come profetizzato da David e dalla Sibilla)

Modestino Cacciurri

13 gennaio 2019

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