“La battaglia dei Campi Catalaunici” – II puntata

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Pubblichiamo a puntate il romanzo storico “La battaglia dei Campi Catalaunici”, scritto da Giuseppe Sabbatini e illustrato da Lorenzo Sabbatini, dove accanto alla figura del generale Ezio c’è, protagonista e testimone, il giovane soldato Terenzio, proveniente da Ricina, oggi Villa Potenza di Macerata.

Ricina – Notizie se ne avevano poche di quanto altrove succedeva. Solo grazie a qualche viandante transitante per il borgo, diretto magari alla Città di Urbs Salvia o ad una delle belle ville esistenti sulle colline della vicina Pollentia, in grado di raccontare le novità di quei periodi e delle vicende dell’Impero, che si susseguivano tumultuose. Ricina d’altronde era un punto di riferimento per traghettare il Potenza anche se, a motivo della scarsa portata del fiume nei periodi di magra, il passaggio pure in altri punti si presentava quasi sempre agevole e sicuro. Quell’acqua scorrente era la più grande attrattiva per Terenzio e gli altri ragazzi che ogni giorno vi si recavano sia per camminare o per andare a pesca con canne o piccole reti, sia per ricercare levigati ciottoli che poi decoravano colorandovi sopra disegni di piante o animali. Terenzio, che alternava l’attività a contatto con la natura alle ore trascorse ad ascoltare gli insegnamenti del padre che cercava di interessarlo alle lettere di cui era maestro, in questo modo cresceva sano irrobustendo un corpo per sua natura armonioso ma non particolarmente prestante. Un’altezza di poco superiore alla media, uno sguardo sereno e un modo di fare cortese completavano una personalità che dimostrava un elevato grado di sensibilità che lo distingueva fra tutti i coetanei.

“Pensavi a Giunia?” – Elvio, da quel birbante che era, aveva provato a mettere il coltello nella piaga. Sapeva tutto di quell’amore combattuto e anche se da alcuni anni non si era visto più con Terenzio, non aveva dimenticato quella delusione che aveva tanto angustiato l’amico. “Giunia?” Certo che la ricordava e qualche volta ancora ci pensava. Ci mancherebbe altro! Era successo quel giorno in cui, vagando con l’amico lungo la sponda del fiume alla ricerca di qualche avventura, in un’ansa riparata l’aveva scoperta – nuda – al bagno con le amiche con cui trascorreva in letizia quel caldo meriggio d’Estate. Una Dea uscita dalle acque, tale parve a Terenzio, abbagliato dal fulgore di quella bianca natura carezzata dal sole. Subito le amiche pudiche avevano steso un purpureo velo per coprire le belle fattezze ma Terenzio, arrossato in viso, aveva udito gli uccellini ronzar nella testa e, un po’ vergognoso, si era subito posto in rapida ritirata balbettando sconclusionate parole. Il fatidico dardo scoccato da Eros aveva colto nel segno ed Elvio, che da qualche distanza aveva osservato la scena, si trovò accanto un amico eccitato e confuso. Era stato quello l’inizio della storia. Terenzio da quel giorno, innamorato cotto, non aveva perduto occasione per cercare la bella Giunia e così incontrarla ovunque gli riuscisse, fermandola con ogni pretesto pur di parlarle e di farsi notare. Giunia non era nata ieri ma quel giovanotto spiantato, pur di bello aspetto, non era certo il massimo per pensare a metter su famiglia. Tuttavia, lusingata dall’insistenza con la quale Terenzio la corteggiava, civettando si faceva bella con le amiche, che avrebbero anche loro tanto bramato di avere appresso un simil giovine di bei modi e piacevole sembiante. Poi un certo giorno, pensando di voler trovare di meglio, lo aveva liquidato in fretta e senza ripensamenti, lasciandolo deluso e amareggiato. “Chi va là? Fermi! All’armi!” Le grida delle sentinelle interruppero all’istante senza farlo concludere il fluire di quei vecchi ricordi, risvegliati dalla intrigante domanda di Elvio. Un piccolo drappello di cavalieri si avvinava al galoppo e, sbucato dalle tenebre alla luce dei fuochi di vedetta posti a breve distanza dall’accampamento fortificato, chiedeva di entrare con urgenza per riferire notizie di massima importanza.

Ezio – Ezio, il Magister utriusque militiae (peditum et equitum), come da sua abitudine vegliava ancora all’interno della tenda-comando e studiava, avvalendosi delle osservazioni dei suoi collaboratori di grado più elevato, i piani della battaglia che ormai appariva sicura e vicina. Era un tipo giovanile e robusto. Le quasi sessanta primavere non avevano lasciato traccia sulla sua fibra di combattente e stratega nato e anche le tormentate vicende degli intrighi di Palazzo e le battaglie sostenute contro nemici interni, o Barbari provenienti da ogni parte del Mondo conosciuto, non avevano ancora intaccato la sua voglia di agire nel rispetto della meritata fama di uomo forte e deciso che si era guadagnato sul campo. Le esperienze passate, assieme alla forte ambizione di emergere che lo caratterizzava, lo avevano reso ben accorto nel trattare le armi e soprattutto gli uomini, avendo sempre presenti consolidate convinzioni di principio, come quel “divide et impera”, che aveva consentito al traballante Impero romano d’Occidente di sopravvivere per tanti secoli al declino dei valori che avevano fatto grande Roma.

Strategia militare – Quella sera si interessava di esaminare l’orografia della zona, utilizzando per questo le rudimentali mappe di cui disponeva, arricchite dalle osservazioni riportate dagli esploratori. Ciò non solo per predisporre lo schieramento delle truppe in vista dell’imminente scontro, ma anche per decidere la logistica dei rifornimenti la cui soluzione appariva della massima importanza stante la massa degli armati già a sua disposizione, con la prospettiva di arrivo delle ingenti milizie foederate, indispensabili per affrontare l’evento con qualche possibilità di successo. La perfetta conoscenza dei luoghi e delle caratteristiche di ogni tracciato era dunque di primaria importanza e l’essere giunto sul presumibile luogo di svolgimento dello scontro in anticipo rispetto agli invasori Unni costituiva un importante vantaggio da tener presente e sfruttare a dovere. D’altronde i luoghi in cui si trovavano erano territori dell’Impero entrati sotto il dominio romano sin dai tempi di Giulio Cesare e quindi la maggior conoscenza degli stessi da parte dei Romani era un ulteriore tassello del grande puzzle in gioco, che poteva tornare a loro favore. E dunque, secondo le aspettative, mentre gli Unni invasori si sarebbero trovati a prendere solo per la prima volta conoscenza di quelle lande, i Romani, che addirittura le praticavano da secoli, sulla carta partivano per questo avvantaggiati. In sostanza e con il gergo moderno: Ezio giocava in casa e Attila in trasferta.

La “cavalleria” di Attila – C’era un altro punto di vantaggio: il condottiero romano ben conosceva le orde di Attila per avere utilizzato i suoi guerrieri come mercenari in altre occasioni e pertanto, sulla base delle precedenti esperienze, aveva ritenuto che l’avversario, disponendo di un esercito prevalentemente composto da uomini che combattevano normalmente a cavallo, avrebbe scelto per lo scontro un terreno pianeggiante ed esteso, con grande possibilità di manovra. Su un simile terreno i Romani, che ancora cavalcavano coprendo il dorso dei cavalli con un ruvido panno e senza staffe, avrebbero avuto difficoltà perché gli Unni all’epoca avevano già adottato selle anatomiche che favorivano il loro modo di battersi con archi e frecce rimanendo in groppa, senza dover smontare e combattere da pedoni.

La collina – Ciò che aveva però spinto Ezio ad attirare il nemico in quel territorio era la presenza, quasi al centro dei Campi, di una discreta collina, occupando la quale le sue truppe avrebbero potuto meglio utilizzare le armi bianche a loro disposizione e in particolare i famosi pila, giavellotti maneggevoli e pungenti di cui erano dotati i suoi fanti e cavalieri. Gettando gli stessi da posizione più elevata, la forza e la distanza del lancio di queste per l’epoca potenti armi sarebbero state grandemente accresciute ed Ezio stava studiando il modo di potersi impadronire di quel sito in anticipo rispetto ai suoi avversari in arrivo. Di contro Attila a sua volta non era semplicemente un bruto rivolto solo al saccheggio e alla rovina, come lo riteneva la gente di quel tempo tanto da avergli affibbiato l’epiteto di “flagello di Dio”, ma era pure un condottiero accorto che sapeva disporre le sue forze prima degli scontri armati, scegliendo il terreno più favorevole ai mezzi ed agli uomini di cui disponeva.

Saccheggi e razzie – Gli Unni, che avevano svolto una travolgente avanzata tutto saccheggiando e distruggendo al loro passaggio, erano ormai arrivati al punto di non potersi sottrarre allo scontro perché, inoltrandosi ancora più profondamente nella Gallia, a quei ritmi si sarebbero presto trovati in grave difficoltà per disporre degli approvvigionamenti, rischiando di rimanere intrappolati da un esercito alle loro spalle in grado di attaccare e distruggere il cordone ombelicale dei rifornimenti di armi e vettovaglie, indispensabile per poter portare a compimento un’invasione così ambiziosa. D’altronde, all’approssimarsi delle orde, gli abitanti delle zone interessate fuggivano portando via quanto possibile ed i saccheggi e le razzie non erano stati sin lì in grado di assicurare sufficienti scorte per la sterminata massa degli Unni in movimento, con al seguito – ormai distanti – le loro famiglie e le prede raccolte. Non conoscendo appieno i luoghi, quale miglior terreno per lo scontro armato Attila poteva dunque scegliere per dare battaglia ai resti delle armate dell’Impero di quello che le distese dei Campi Catalaunici, riferite dagli esploratori, sembravano offrire ai suoi cavalieri?

I foederati – Ezio che per come detto era arrivato alla stessa conclusione aveva disposto il suo campo fortificato aspettandosi sulla base delle informazioni l’invasione da nord, attendendo al tempo stesso dalla direzione opposta l’arrivo dei foederati Visigoti e Alani, che condividevano in quel momento con i Romani la necessità (ingigantita da auree promesse romane…) di respingere gli Unni da quelle zone. I messaggeri arrivati all’accampamento senza preavviso vennero portati nella tenda di Ezio che non li aspettava di certo, convinto com’era della fondatezza delle sue previsioni basate sulle conoscenze sin lì acquisite e su considerazioni logiche, ma ovviamente non aveva comunque esitato ad ammetterli subito alla sua presenza.

Continua

17 marzo 2020

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