Una officina maceratese dai birocci fino a Mario Ruffini e alle auto d’epoca

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Mario Ruffini, meccanico e pilota gentleman, amico fin da tanti anni fa… lo andiamo a trovare in via Trento, a Macerata, nella sua officina che ha una lunga storia. Due parole caratterizzano il suo atelier motoristico: ordine e pulizia; unica eccezione le foto che decorano le colonne interne al locale: tutte le auto con cui ha corso.

Hai appeso il casco al chiodo? – “La passione per le gare automobilistiche ancora non si è spenta, partecipo a un paio di corse l’anno, giusto per non perdere il vizio”.

Oggi in questa officina ti prendi cura delle “nonnine”, prima cosa c’era? – “Qui c’era una fabbrica antesignana delle auto, i fratelli Mariani ci costruivano i  birocci  e  in  mezzo  al  piazzale c’era una grossa pietra dove lavoravano i cerchi di ferro da applicare alle ruote. Qui accanto poi, dove oggi è la villa Verdicchio, c’era una stazione di posta per il cambio dei cavalli perché di qui passava la via Lauretana”.

Poi sono arrivati i motori? – “Finita l’epoca dei birocci, credo intorno agli anni ’50-’60, i Mariani si sono aggiornati e sono diventati costruttori di autocarri e macchine per la sgranatura del granturco. Modificavano le Fiat 1100 e le Topolino adattandole alle nuove necessità. Memori delle necessità di trasporto che prima avvenivano con i carri trainati dai buoi, tagliavano le carrozzerie realizzando autocarri con il cassone aperto e le sponde. Durante il periodo bellico, quando c’è stata penuria di carburante, si sono ingegnati nella realizzazione dei gasogeni, per cui le auto potevano muoversi (più piano) bruciando legna o carbone”.

Da qualche anno qui è arrivato Mario Ruffini: in che segmento motoristico ti sei specializzato? – “In collaborazione con carrozzieri ed elettrauto mi occupo quasi esclusivamente delle auto d’epoca”.

In che consiste il tuo lavoro? – “Prendo in carico un veicolo fermo da anni per un ripristino completo in modo da renderlo perfettamente viaggiante, idoneo a passare la revisione ed essere iscritto all’Asi, il registro nazionale delle auto storiche”.

Si trovano ancora i pezzi originali di queste vetture? – “Sì, li reperiamo da commercianti specializzati in ricambi d’epoca e anche nelle mostre-scambio. Poi con la  odierna tecnologia i pezzi si possono ricostruire e  diventano  perfettamente simili agli originali”.

Gli appassionati di questo settore sono… “datati”? – “No, è un hobby che attira anche i giovani i quali hanno una predilezione per le auto degli anni ’50 – ‘60”.

Da dove arrivano i tuoi clienti? – “Per la maggior parte dal territorio marchigiano, però capita che mi vengano richieste consulenze da paesi esteri, specialmente dalla Francia”.

Qual è l’auto più vecchia che hai avuto in officina? – “Una splendida Fiat 514 torpedo 1500 cc del 1929, di proprietà del segretario Asi, il dottor Massimo Serra”.

Questo monoblocco cui stai lavorando di che auto è? – “Fa parte del motore di una Fiat 1100 TV che sto allestendo, una macchina del dottor Marchesini; un’auto che ha una sua storia sportiva alle spalle, perché questo esemplare ha partecipato alla Mille Miglia”.

E quel motore imponente con la sigla Abarth? – “Una rarità. È il sei cilindri con cui la Fiat equipaggiava il 2300 S Coupé, di quando la casa torinese, per fare economia, aveva modificato il motore del 1500 aggiungendo altri due cilindri e ottenere così un sei cilindri in linea”.

Le auto d’epoca sono affascinanti, le segui anche al di fuori della tua officina? – “Sì, presto assistenza durante le manifestazioni d’epoca e seguo i partecipanti con il mio carro attrezzi. Partecipano auto vecchissime, con chassis in legno, e potrebbero aver bisogno di aiuto”.

Ci racconti un paio di episodi? –  “Strada in forte pendenza per arrivare a Cingoli. Una De Dion Bouton (motore da 3,5 cavalli di potenza) arrancava lentissima per cui l’ho trainata fino alle porte della città. Ci sarebbe arrivata egualmente anche senza il mio aiuto ma con tempi lunghissimi. Per la manifestazione Sibillini e Dintorni una coppia, arrivata da Mantova con una 501 Sport, aveva trovato alloggio al campus universitario a qui a Macerata. La loro vettura però si era piantata: era in panne. Erano veramente dispiaciuti perché il mattino seguente non sarebbero stati della partita. Il problema era dato dal galleggiante del carburatore. Lavorando tutta la notte l’ho ricostruito e reso funzionante. Per me la soddisfazione più grande, quando il mattino successivo hanno messo in moto la 501, è stata la loro gioia e i ringraziamenti, sia per aver curato la ‘nonnina’ che per aver loro permesso di prendere parte a Sibillini e Dintorni”. 

Fernando Pallocchini

1 agosto 2020

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