Il romanzo storico “La battaglia dei Campi Catalaunici” – VII puntata

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Lasciato Terenzio nelle peste che sappiamo, il drappello di Ezio, guidato questa volta dal giovane mandriano, proseguì speditamente verso sud, attraversando la terra dei Burgundi, alla ricerca di contatti con i Visigoti ed il loro Re Teodorico.

Re Teodorico – Questi era all’epoca vicino ai settanta anni, portati male. Erano state le turbolenti vicende del suo regno, sul cui trono sedeva da oltre quaranta anni, a farlo presto incanutire, ma anche la numerosa prole di nove figli gli aveva dato tanti grattacapi. Specie due delle femmine che aveva mandato in sposa ad altrettanti altolocati delle Corti barbare al fine di concludere sicure alleanze contro gli odiati romani. Una delle quali presto rispedita al mittente addirittura mutilata con la scusa di aver tramato con il veleno nei confronti del legittimo marito. Tutto questo oggi farebbe un grande scalpore; non così nel Tardo Impero, epoca in cui i tradimenti e gli omicidi anche di regnanti, di Imperatori e di Generali, erano quasi all’ordine del giorno senza suscitare soverchio clamore. Per non parlare dei saccheggi e delle stragi non solo provocate dalle armi, ma anche e soprattutto dalle pestilenze che si diffondevano grazie alle rovinose condizioni igieniche in cui vivevano le popolazioni.

I tradimenti e la cupidigia di Teodorico – Ezio conosceva bene Teodorico nei confronti del quale aveva precedenti non proprio edificanti, considerato che una volta era stato dallo stesso tradito in battaglia e che altre due volte ci si era scontrato per il possesso della Città romana di Arles. Ultimamente i rapporti si erano stabilizzati e così erano arrivati a pattuire fra loro l’intervento militare dei Visigoti a fianco degli imperiali romani per contrastare il pericolo unno. Non se ne fidava comunque e allora, immaginando il Re goto dotato di naturale cupidigia, aveva pensato bene di andarlo a trovare ben fornito di sesterzi d’oro, il cui squillante tintinnio lo avrebbe certamente convinto a rispettare l’accordo, più di tanti discorsi che pure, in ossequio alle convenienze, si sarebbero dovuti fare.

L’avvistamento – Il giovane mandriano assunto come nuova guida del drappello sapeva il fatto suo; procedeva spedito nel territorio dei Burgundi facendo fare numerose soste in luoghi appartati nei momenti in cui si recava ad assumere informazioni presso le fattorie della zona al fine di riuscire a stabilire un contatto con il Re visigoto. Ezio si dimostrava sempre più impaziente. Aveva lasciato con i suoi uomini il campo fortificato già da due giorni e ancora non sapeva dove sarebbe riuscito a rintracciare l’alleato. Finalmente, avvicinatisi al massiccio del Morvan, costeggiando per lungo tratto un grosso corso d’acqua (il fiume Yonne nei pressi dell’odierna Auxerre) giunti in una stretta valle notarono a distanza un fumo come di bivacco. La decisione di avvicinarsi fu presa di comune accordo ponendosi comunque Ezio, che come si ricorderà era uscito dal campo in veste dimessa per non farsi riconoscere e individuare nel gruppo, al centro del drappello in posizione difensiva.

Missione in avanscoperta – Il Centurione venne così inviato in avanscoperta assieme alla Guida e ad un eques anche perché, avvicinandosi, quel fumo avvistato da lontano risultava ora accompagnato da una serie di altri segnali certamente indicativi della presenza di un folto numero di persone, probabilmente armate, di incerta nazionalità. L’istinto consigliava prudenza anche se Ezio in cuor suo era convinto di essere giunto alla mèta poiché, se Teodorico aveva rispettato le intese, doveva essersi già mosso e trovarsi con i suoi in quella zona conosciuta dal Magister romano a motivo dei cruenti scontri di anni addietro, sostenuti contro i Burgundi. “Centurione, mi raccomando, la missione che vi affido è della massima importanza. Se capite che quegli armati sono i nostri alleati, si faccia condurre dal Re Teodorico e lo tratti con il massimo rispetto, facendoci pervenire subito un messaggio di conferma con l’accensione di un gran fuoco nel campo”. I tre partirono di galoppo e il resto del drappello si nascose in attesa di notizie, lasciando un osservatore su un punto elevato per conoscere l’esito della missione.

L’attesa – L’addetto alle vettovaglie mise mano al fornello portatile trasportato con la carruca imbandendo seduta stante un appetitoso pasto a base di focacce di farro condite con erbe di campo, che crescevano rigogliose nei pressi. L’acqua dello Yonne venne accompagnata da un robusto Falerno, che Ezio si procurava nella Campania tramite anziani Legionari divenuti assegnatari di terreni e coltivatori, e che non si faceva mai mancare neppure nei momenti più critici ed impegnativi, ricavando da quel vino prezioso una frustata per la sua inesausta energia, da tutti invidiata. L’attesa non fu lunga. “Magister! Si è acceso giù in fondo un fuoco il cui fumo si innalza a grandi volute” riferì subito l’osservatore. “È il segnale convenuto. Presto, tutti a cavallo!”. Abbandonati il braciere e i resti del pranzo, salvato il Falerno residuo per le bevute a venire, il drappello di audaci si precipitò in quella direzione essendo ormai tutti consapevoli del fatto che qualsiasi ritardo poteva dimostrarsi fatale per l’andamento della sfida con Attila.

L’accampamento dei Visigoti e l’incontro – Il campo dei Visigoti era lì e dava ospitalità anche ad un po’ di Alani e di Burgundi che, a motivo della minaccia degli Unni invasori e attirati dal miraggio dei sesterzi romani, si erano ritrovati finalmente uniti da quel dio della guerra di Ezio, che pure li aveva battuti in tante occasioni. Teodorico, con accanto il figlio Torrismondo e Sangibano, Re degli Alani (che in parte  erano già impegnati nella difesa di Aurelianum), attendevano Ezio sull’uscio della tenda di comando. “Salute e gloria al prode Re dei Goti!” furono le prime parole che Ezio, rivolto a Teodorico, da buon politico pronunciò al suo arrivo, sbucando fra due ali di guerrieri che, nel vederlo sul posto in abiti dimessi, impolverato e con la barba di più giorni, lo avevano lì per lì scambiato per un disertore venuto ad offrire i suoi servigi al gran Re dei Visigoti. Dovettero subito ricredersi, perché Teodorico e gli altri quasi si prostrarono ai suoi piedi accogliendolo come un eroe, già trionfatore nonostante che la guerra non fosse ancora cominciata.

La trattativa – Si ritirarono dunque all’interno della tenda ed Ezio illustrò la situazione ponendo l’accento sulla necessità di portare immediato aiuto ad Aurelianum, assediata dagli Unni. Sangibano, abituato al doppio gioco e non ancora intimamente convinto di doversi battere con tutte le sue scarse forze contro un nemico così agguerrito come si presentavano gli Unni in quel momento, cominciò una trafila di osservazioni circa il rischio dell’operazione e l’inutilità della stessa nel contesto globale che si era andato delineando in quei giorni, preferendo semmai una soluzione patteggiata.

Il potere dell’oro – Prese allora la parola Ezio: “Grandi Re! La storia ora ci guarda. Attila, il nemico giurato delle nostre terre e della nostra religione (il conflitto fra Pagani e Cristiani, Cattolici od Ariani che fossero, era sempre ben vivo), è alle porte. Ravenna non accetta una sconfitta senza battersi: lo volete anche Voi o no? Ho portato con me dell’oro che presto vi darò. Per la parola che avete già dato di unirvi a noi, in nome di Dio vi chiedo: sarete con noi o contro di noi?”. Un barlume di amor proprio riscaldò quei cuori normalmente induriti: ”Ezio! Siamo con voi!” affermarono all’unisono. Teodorico, che si vantava dei successi militari di un dì e che teneva a far bella figura con le stesse sue truppe seguitando a raddrizzare spalle e testa per non ammettere di essere invecchiato, aggiunse: “Darò subito ordine ai miei uomini di prepararsi a lasciare il campo per accorrere a salvare Aurelianum, ma la notte è ormai vicina e questa sera godiamoci per un’ultima volta le dolcezze della vita e dell’amore”. Detto questo chiamò gli addetti all’alloggio ed alla cucina affinché facessero godere anche a tutti gli uomini del drappello romano l’ospitalità di cui i Goti erano capaci. continua

Giuseppe Sabbatini – con illustrazioni di Lorenzo Sabbatini

14 settembre 2020

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