Per non pensare sempre e solo alla pandemia: gli adoratori di parole (i non luoghi)

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Quanto vorrei essere colui che per primo ha coniato l’espressione “non luogo”. Adesso è sulla bocca di tutti; tutti la usano per significare che si può stare in un luogo che pur non essendo un luogo lo è, nel senso che è talmente anonimo e insignificante da non meritare neanche di avere nome e identità.

A significare il tutto, e cioè a non significare ciò che non merita di avere significato, provvede il senso estetico; come dire che ciò che non è bello e significativo non è degno di chiamarsi con un nome. Così accanto ai non luoghi esistono, esisterebbero, i non volti, i non pensieri, le non persone. Espressioni che cancellano ciò che non si ama, che non piace, che non merita.

Pensa che genialità la onnipotenza della parola anche quando esprime cancellazione! Una cosa prodigiosa che concede di crearti il vuoto attorno.

In definitiva di essere solo e unico in un luogo che non esiste, in mezzo a persone che non sono, a pensare cose che non hanno ragionevolezza e senso, a vederne che non esistono. In pratica una solitudine e una non esistenza che ti fanno sentire anche il solo e l’unico, l’inimitabile, quasi orgoglioso di esserlo. Esiste però un pericolo: che si finisca per vivere una non vita!

Post scriptum – Sarà stato certamente un architetto, ma un architetto ben letterato ad inventarsi i luoghi non luoghi! Pensare quello che possono combinare le parole, l’onnipotenza, o meglio, la potenza della non potenza delle parole, della parola: queste stesse che sto scrivendo, pensando, proferendo. Ma sono parole? No, no: sono non parole.

Lucio Del Gobbo

1 febbraio 2021

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