Un popolo riemerge dal passato: i ritrovamenti archeologici di Belmonte Piceno

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Oggi Belmonte Piceno è un tranquillo paesino incastonato in quel territorio collinare che si adagia tra i Sibillini e la stretta fascia pianeggiante prospiciente il mare Adriatico. Qui arrivano smorzati gli echi del mondo, e chi passeggia tra le case in cotto li può ascoltare attraverso i toni smorzati degli apparecchi televisivi, che filtrano dalle finestre. Quasi nessuno per strada ma alla fine della stessa una piazzola si affaccia sullo spettacolo della piana sottostante e non puoi fare a meno di sedere sulla panchina a guardare. E a pensare… qui tremila anni fa era il mondo.

Messaggi per il futuro? – I Piceni lo vivevano in diretta: erano loro i protagonisti. Lo possiamo intuire da quanto hanno portato con sé post mortem nelle loro tombe. È profanazione oppure scoprire i messaggi lasciatici dai nostri antenati per farci conoscere la loro esistenza? Un messaggio rivolto al futuro? Un po’ come facciamo noi con i libri, con le architetture, con gli oggetti, i meccanismi. Non sono forse messaggi per testimoniare noi stessi?

Gli “aborigeni” e il processo evolutivo – Popolo attivo quello del Piceno, che abita luoghi baciati dalla natura, ricchi di fertili terre, di acque, di boschi, di monti e di mare. Il loro spazio: un territorio custodito gelosamente e difeso orgogliosamente da questi “aborigeni”, come li chiamano gli antichi storici greci. Li conoscevano bene i navigatori che approdavano sulla costa grazie alle correnti ascendenti e discendenti dell’Adriatico. Commerciavano con i Piceni e scambiavano oggetti e sapere. Controllo del territorio e somma di conoscenze sono state le basi di un processo evolutivo che ha portato i Piceni a espandersi in un impero commerciale in gran parte d’Europa prima che fosse l’impero romano.

La scoperta – Il contatto con i “belmontesi” del tempo che fu avvenne nei primi del 1900 (almeno il contatto ufficiale perché i contadini del luogo, lavorando la terra, da sempre portavano alla luce tombe e scheletri), grazie a Silvestro Baglioni che comprese l’importanza dei ritrovamenti, scrisse articoli che vennero letti dal Soprintendente Innocente Dall’Osso.

Un popolo ricco – Iniziarono scavi organizzati e dalla terra risorsero gli antichi Piceni con i loro carri da guerra, da parata, da trasporto che lasciavano intuire la presenza di strade (le vie Salarie non sono forse solamente nelle Marche? E non erano le vie del sale ma dei Salii-Piceni da cui il nome), quelle vie che costeggiavano il litorale, che parallelamente attraversavano l’entroterra e che si addentravano nel reatino. Un popolo ricco tanto da permettersi di seppellire con il defunto il suo carro (anche più carri nella stessa tomba); ricchezza e valenza artigianale che si riscontrano anche nelle tombe femminili. Già, perché se gli uomini portavano con sé, nell’al di là, le armi, le donne erano adorne di monili, di ambra, recavano con sé oggetti di uso quotidiano come anfore e contenitori.

Altro che barbari custodi di pecore! – Nella Belmonte Piceno fervevano le attività, dalla costruzione di armi, prima in bronzo poi in ferro, alla lavorazione delle terraglie, dei monili, dei misteriosi anelloni peculiari della zona, dei finimenti per i cavalli, dei carri con le ruote cerchiate in ferro… altro che barbari custodi di pecore!

Migliaia di reperti – Peccato che fin da subito tutti i rinvenimenti, e sono migliaia di reperti, abbiano preso la via dei grandi musei lasciando impoverito il territorio di origine. Anche se va detto che questo ne ha favorito il restauro e la conservazione, pur se nella oscurità dei magazzeni.

Il libro – Fino a pochi anni fa non era ancora maturata la consapevolezza del valore aggiunto, che va oltre quello intrinseco, di tali reperti, come arricchimento culturale e turistico delle località interessate dai rinvenimenti e dalle campagne di scavo. Ma qualcosa finalmente è cambiato e abbiamo “La riscoperta a un secolo dalla scoperta”, tanto per citare la bella frase posta sulla copertina del libro “Il ritorno dei tesori piceni a Belmonte”.

Il museo – Come accaduto a Montedinove dove, nella chiesa sconsacrata, è stata allestita una bella realtà museale con due tombe picene integre (video: https://www.larucola.org/2017/03/04/montedinove-e-le-sue-tombe-picene) anche a Belmonte Piceno c’è stata la volontà e la capacità di mettere insieme un museo con alcuni pezzi significativi, scelti con attenzione, tra i tanti emersi dagli scavi condotti localmente. Come potete osservare dalle foto il campionario è completo e sono oggetti di una bellezza straordinaria se proiettati nel tempo a tremila anni fa. Ci sono anche delle ricostruzioni, come l’elmo crestato o mazza e spada, per comprenderne appieno il valore. I minuscoli bronzetti raffiguranti animali o persone sono di un’attualità artistica impressionante, per non dire delle fibule o degli anelloni di cui ancora ignoriamo l’uso e dei monili: pendenti, bracciali, dischi in bronzo lavorati a traforo.

Il cofanetto “unicum” – Tra questi tesori manca l’ultimo ritrovamento, perché in restauro, ed è un absolute: un cofanetto in avorio finemente lavorato con inserti in ambra. È un unicum, lungo 15 centimetri, con coperchio a botte, in esso sono raffigurate figure mitiche su tutta la superficie. Un popolo dimenticato per secoli sta riemergendo dalle nebbie cimmerie del tempo per riprendere il posto che gli spetta nella storia. Una ultima annotazione. Nel museo è disponibile il libro che abbiamo citato prima e ne consigliamo vivamente l’acquisto. Chi desidera vedere un servizio fotografico più completo, realizzato da Alberto Monti, lo può fare al seguente link: http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/05_musei/00093/index.htm

Fernando Pallocchini

Foto di Alberto Monti e Fernando Pallocchini

3 febbraio 2021

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