Il romanzo storico, “La battaglia dei Campi Catalaunici” – XIII puntata

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Abbiamo lasciato Terenzio a godersi qualche meritato attimo di riposo dopo gli stress accumulati, ma la sua mente e l’attenzione finivano inevitabilmente ad incentrarsi sul problema di individuare il complice superstite dell’intreccio che aveva già portato alla morte di Ruhr ed alla precipitosa fuga di Lupus dal castrum romano.

La vita a Ricina – Certo si è che non era facile, per un uomo semplice come in fin dei conti era lui, capacitarsi di essere rimasto invischiato in una storia così complessa e rilevante. Vissuto a lungo nel suo borgo natio con la prospettiva di proseguire il mestiere di insegnante di suo padre Pertinace, uomo di solida cultura umanistica, aveva sempre sperato che il futuro fosse quello di formare una bella famiglia e di vivere in pace, circondato dall’amore di una moglie e dall’affetto dei figli. Si augurava una vita serena ancorché modesta, lontana dai clamori e dalle violenze che si sentivano raccontare in giro e la cui lontana eco con difficoltà riusciva a pervenire anche a Ricina, posto invero un po’ sperduto in quei tempi. Non era avvenuto proprio così. La negativa esperienza con la volubile Giunia aveva accelerato i tempi e la conseguente voglia di evadere da quell’ambiente, divenuto stretto e insopportabile, lo avevano convinto a cercare altrove il luogo ove stabilirsi e così trovare un remunerativo lavoro per assicurare il futuro a sé e alla famiglia che sognava.

L’esercito – Aveva quindi optato per la scelta delle armi: un mestiere pericoloso ma anche in grado, allora, di far conseguire guadagni che la lavorazione della terra o l’insegnamento della istruzione non potevano dare. Entrato assieme ad altri giovani nell’Esercito ed assegnato come eques ad una Legione campale, aveva preso l’abitudine di inviare tutti i suoi guadagni a casa per realizzare un risparmio per il futuro.

Lavinia – Era stato così che, in uno dei numerosi viaggi compiuti a Ricina per rivedere padre e sorelle, aveva rivisto Lavinia, figlia di certi vicinati che aveva lasciato bambina, cresciuta in fretta, tanto da diventare appetitosa ragazza da marito. L’innamoramento reciproco e rapido aveva portato in poco tempo alle nozze, celebrate dal prete del Borgo nel corso di una festa fatta da parenti ed amici. Ma l’euforia di quella sistemazione era durata poco.

I problemi dell’Impero – Le vicende dell’Impero stavano precipitando; le invasioni barbariche si moltiplicavano e la situazione era viepiù complicata dalle invidie e gelosie esistenti fra i vari potenti e comandanti che avevano in mano le leve dello Stato. Continue guerre interne e alle frontiere avevano dissanguato le milizie romane sempre più di necessità rimpinguate da elementi e comandanti barbari “romanizzati”. Terenzio era dunque dovuto rientrare nei ranghi ed era finito con la sua Legione nell’armata radunata da Ezio.

Terenzio prende forza – Ora Lavinia a casa lo aspettava ed invece lui, ad oltre mille chilometri di distanza, era in attesa di conoscere il suo destino, forse senza poterla neppure più riabbracciare. La voglia di vivere prese a quel punto il sopravento; la misteriosa forza che da sempre emergeva dal profondo del suo essere lo spingeva a reagire alla malinconia ed alla rassegnazione. Aveva sempre combattuto le sopraffazioni e le ingiustizie; di fronte ai tradimenti non sapeva darsi pace; non accettava facilmente le sconfitte e dunque decise di non  lasciarsi abbattere neppure questa volta. Lo rafforzava il pensiero delle stragi che quegli Unni senza Dio avevano compiuto massacrando non solo i combattenti avversari ma anche gli inermi, vecchi, donne e bambini, pur di soddisfare la loro innata voglia di violenza e saccheggio.

La riflessione –  Ripresosi da quei momenti di frustrazione dovuti forse solo alla stanchezza, si rimise in primo luogo a considerare attentamente tutti gli elementi che aveva a disposizione per poter risolvere il giallo in cui si trovava ormai inserito senza possibilità di uscire se non trovandone la soluzione. Se un attrezzo capace di riflettere raggi luminosi era nel castrum, di sicuro qualcuno doveva avercelo portato. L’accampamento romano, pur di tipo mobile e provvisorio com’era quello in cui si trovava, era una struttura complessa ma estremamente funzionale, all’interno della quale non solo ogni uomo aveva la sua funzione ed un proprio spazio, ma anche le armi, le attrezzature, i singoli servizi erano minuziosamente depositate e disposti in ordine ben preciso, che non ammetteva deroghe o distrazioni.

Quale strumento? – Terenzio non aveva idea di quanto spazio potesse occupare l’attrezzo necessario per effettuare le segnalazioni ed aveva inizialmente ipotizzato che potesse essere ingombrante e non facilmente amovibile. Naturalmente pensare che lo si dovesse spostare con difficoltà era caratteristica contraria alla maneggevolezza necessaria per non dare nell’occhio e non era quindi credibile che altri nell’accampamento potessero non averlo visto in caso di suo utilizzo, qualora fosse stato effettivamente di grandi dimensioni. Dunque, doveva trattarsi di attrezzo non eccessivamente ingombrante e facilmente nascondibile.

Chi lo aveva introdotto? – Pensare che potesse essere stato introdotto ad opera di un soldato era fuori da ogni logica. Ogni miles aveva a disposizione solo le gambe e le robuste spalle per gli spostamenti e queste ultime erano già oberate dal peso degli indumenti e di tutta l’attrezzatura per le necessità della sopravvivenza e del combattere. I carriaggi trasportavano masserizie e rifornimenti ed erano affidati a conducenti che certo si sarebbero accorti di attrezzi estranei caricati a loro insaputa. Rimaneva la possibilità di qualche trasporto speciale. Uno solo era arrivato di recente ma era insospettabile.

Il cerchio si stringe – Il cerchio si stringeva inesorabile, ma la notte ormai scendeva. “Elvio, amico mio, dove sei?”. Terenzio avvertiva una persistente serie di brividi lungo le spalle. Eppure la sera era luminosa, il tempo sereno e la lunghezza del giorno in quel diciotto di giugno così vicino al solstizio d’Estate prometteva anche per la notte una temperatura piacevole da godersi. Ma i brividi non erano di freddo. Erano per la consapevolezza e l’impazienza di essere ormai vicino alla mèta e di stare per afferrarla nonostante la soluzione che si stava delineando fosse ancora una volta imprevedibile e sorprendente.

Dentro il praetorium – Ruhr era stato la prima volta da lui sorpreso mentre si aggirava all’interno del praetorium e si era dovuto poi scoprire che un altro dei coinvolti, Lupus l’ex Legatus legionis, viveva anche lui lì, nella zona dell’accampamento destinata ai componenti il gruppo dirigente dell’armata. “Elvio, amico mio, dove sei? Ho bisogno di te”. Come evocato dall’impellente desiderio di Terenzio di averlo accanto a sé, Elvio era ancora una volta comparso perché, per fortuna, non aveva incontrato qualche altro amico per la strada che lo avesse distolto, come al suo solito… “Ho pensato che tu avessi bisogno di me e così sono venuto”. – “Elvio, prendi la spada e seguimi!”. – “Ma come? Che è successo?” – “Non fare domande, seguimi e non fare rumore! Abbi fiducia e forse, con un po’ di fortuna riusciremo a risolvere il caso”.

La perquisizione – Terenzio aveva capito. Una luce a un tratto aveva illuminato la sua mente e non voleva tardare neppure un secondo, tanta era l’urgenza che sentiva addosso di dover intervenire senza alcun ritardo. Percorsero a larghe falcate il breve tratto del decumano che li separava dalla loro mèta, all’interno del praetorium. Bando agli indugi Terenzio spalancò con un tratto deciso l’apertura della tenda. Lui non era lì. Una piccola lucerna -già un privilegio possederla in un castrum di campagna come quello- illuminava fiocamente un interno piuttosto ben curato, dando a vedere che il suo in quel momento assente occupante, era una persona ben ordinata. In un angolo un paio di cassapanche, così almeno parvero alla vista dei due estranei sopraggiunti, completavano l’arredamento. Rimaneva forse da attendere o era meglio andarlo a cercare? La decisione fu rapida, com’era nello stile dei due, che ormai conosciamo.

L’ispezione – S’incamminarono dunque, dividendosi a tratti per girare le tende da ogni lato. Quella del Magister utriusque militiae era come al solito sorvegliata, anche in assenza di Ezio, che in quel mentre si trovava impegnato altrove. Le guardie, che erano state avvisate della possibilità che i due, che ormai tutti conoscevano, si fossero aggirati all’interno del Campo, li lasciarono passare ed anzi li salutarono con cordialità. Assicurarono che nessun altro era di recente passato di lì. Girarono attorno alla tenda del Legatus, ormai vuota per la fuga dello stesso. Anche le tende delle Guardie del Comandante non dettero motivo a sospetto contenendo solo uomini addormentati, in attesa del loro turno. Fecero dunque la strada a ritroso, passarono oltre le tende destinate ai Tribuni e agli alloggiamenti della cavalleria, costeggiando la palizzata; in un punto sgombro da sentinelle e piuttosto rilevato, all’altezza della via Quintana, alfine lo videro.

Eccolo! – Intento ad armeggiare lo specchio, mantenendo nell’altra mano una grossa lucerna, ora spenta. Il birbante, fatte le sue segnalazioni, stava abbandonando il luogo da cui le aveva trasmesse. La distanza dalla quale lo avevano avvistato non aveva consentito di riconoscerlo. Ma Terenzio sapeva ormai bene chi era: Vitruvius! Il Questore inviato da Ravenna con i sesterzi delle paghe e degli omaggi ai Sovrani foederati. Elvio scolorò in viso: non si sarebbe mai immaginato una tale sorpresa.

Il tentativo di corruzione e la cattura – Vitruvius non perse tempo. Scoperto con la prova del tradimento, non si sarebbe potuto discolpare. Preferì tentare un’ultima carta. Infilò la mano nel sacchetto che pendeva dalla cintura, ne estrasse alcuni sesterzi e li gettò sprezzante in terra. “Sono vostri, lasciatemi e altri ve ne darò se mi consentirete di andarmene di qui, dimenticando di avermi visto”. Chiunque altro ci avrebbe pensato prima di rifiutare una così allettante offerta. La paga del soldato all’epoca era misera e quella luccicante fortuna lì in terra avrebbe fatto la felicità di chissà quanti altri. Non di Terenzio e di Elvio, incorruttibili nel rispetto dei principi di correttezza e onestà che i genitori e la religione praticata avevano in loro inculcato sin da piccoli. Spade in pugno Terenzio ed Elvio ottennero la consegna dello specchio argentato e della lucerna, poi legarono saldamente l’ex-Questore e lo trascinarono per affidarlo alle guardie in attesa del giudizio del Magister Ezio. continua

Giuseppe Sabbatini – illustrazioni di Lorenzo Sabbatini

1 marzo 2021

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