Così sono trascorsi gli anni migliori, ricordi della guerra in Libia e della prigionia in India

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Ennesima fatica letteraria del nostro collaboratore Eno Santecchia: “Così sono trascorsi gli anni migliori – ricordi della guerra in Libia e della prigionia in India”, edito da Edizioni Simple di Macerata. Un libro dal doppio volto. A una lettura immediata le pagine raccontano le vicissitudini delle persone incontrate da Eno: storie vissute in Libia nel pieno della guerra, poi, da prigionieri degli Inglesi, la deportazione in India, e ancora il periodo bellico vissuto da chi è rimasto in Italia, infine liberati dalla prigionia  il rientro dei nostri soldati nelle proprie famiglie con le tante conseguenze negative da sopportare, al di là della gioia per gli affetti familiari ritrovati. Questo il racconto che scorre veloce.

Poi, in base alle testimonianze, ci sono l’analisi, la riflessione e la comprensione di una entrata in guerra dell’Italia che non sarebbe dovuta esserci. Dalla lettura del libro si capisce che non c’erano i presupposti militari per un successo. Colpa di Mussolini? Certamente, ma anche e forse più dei vertici militari. L’esercito italiano non era pronto ad affrontare un conflitto armato né per armamento né per strategia militare.

Ritrovo nelle testimonianze del libro i racconti che, a me bambino, faceva mio padre che fu tra gli Eroi di Gondar (insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gondar mai volle ritirarla). Mi diceva che ricevevano munizioni di calibro diverso da quello dei loro armamenti. Identica situazione in Libia, come scrive Eno.

È evidente che non c’era una “intelligence”, come si chiama oggi, all’interno della logistica militare tanto che sabotatori (prezzolati) potevano agire senza controllo. Spedizioni di viveri, armamenti e quanto altro via nave? Quante navi giacciono affondate con il loro carico nel Mediterraneo colpite dal nemico? Partivano senza la scorta di navi da guerra e senza protezione aerea risultando così inermi all’attacco nemico. E l’esercito restava senza rifornimenti.

La guerra in Africa è stata una guerra di movimento: aerei e carri armati (micidiali per corazzatura e potenza di fuoco quelli inglesi a cui il nostro esercito contrapponeva i carri armati chiamati “scatola di sardine”, il che è tutto dire). Da queste forze ci si difendeva scavando trincee e innalzando muretti a secco, come nella guerra del 15/18, con il risultato che i carri armati inglesi ci passavano sopra schiacciando tutto e tutti, mentre la forza aerea nemica mitragliava e bombardava a tutto spiano. Invece i nostri aerei non avevano filtri antisabbia per cui restavano fermi a terra. L’eroismo non basta in questi casi.

Illuminanti le foto scattate (poi pubblicate) da australiani, britannici e neozelandesi. In forza all’esercito italiano sono stati fotografati cannoni di ogni epoca (anche turchi del 1911), bottiglie di benzina da lanciare contro i carri armati chiamate ironicamente dagli inglesi “cocktail anticarro”, di alcun effetto; foto di centinaia di autocarri abbandonati perché bloccati da guasti meccanici. No, non era una “avventura” in cui imbarcarsi. Chi ha mentito su forza e organizzazione dell’esercito italiano? Perché? No, non c’erano i presupposti. Senza dire che la guerra non si deve fare.        

Fernando Pallocchini

19 luglio 2021

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