Un varo faticoso quello del Masaniello, peschereccio del cantiere Santini di Civitanova

Print Friendly, PDF & Email

Sin dalla sua apertura, avvenuta nel 1908, il cantiere navale Santini è ubicato in via Mazzini 83, nei pressi dell’arenile del lungomare Sud di Civitanova Marche. Con Antonio Santini, oggi uno dei due fratelli eredi e soci di quel cantiere, andiamo a vedere la costruzione e il varo di un peschereccio.

Masaniello vista frontale

Nel 1979/80 vi fu costruito il motopeschereccio chiamato “Masaniello” di 23 metri; era equipaggiato con un motore Fiat Aifo di 400 CV. Armatore fu la famiglia Gentile, originaria di Vieste, che volle la sovrastruttura così realizzata: cabina, plancia e la tettoia di riparo color legno chiaro, leggermente rossiccio, con finitura a coppale (oggi flatting), una vernice trasparente che fa risaltare e protegge il legno. Lo scafo, in legno di quercia e larice, era impernato e inchiodato con perni e chiodi di ferro zincato a caldo. Il fasciame esterno era reso stagno mediante il calafataggio con cordino di canapa e stoppa catramata. Lo scafo aveva poppa tonda e prua slanciata, che gli conferiva una certa eleganza e delle buone qualità nautiche (velocità, resistenza al rollio, ecc.) e di navigazione. La carena era ancora di forma tonda, a calice. La cabina e la plancia erano in compensato marino o okoumè, un moganoide abbastanza resistente agli agenti marini. Gli occhi di cubia, dove passano le cime di ormeggio o le catene dell’ancora, erano a rombo, anziché di forma circolare.

Masaniello

Nella stiva trovava spazio una cella frigorifera per la conservazione del pescato, munita di apparato di produzione del ghiaccio e serpentine per il mantenimento della temperatura almeno fino a 3/4° C. Inoltre, era dotato, sottocoperta a prua, di un locale chiamato cuccette, per far riposare a turno l’equipaggio, che poteva arrivare a essere anche di sei membri. Era fornito di bagno con doccia, moderno per allora ed equipaggiato di apparecchiature per la navigazione quali scandaglio elettronico, apparato radar e ricetrasmittente VHF. A poppa era installato l’arcone e a mezzeria (metà scafo) il verricello per il salpamento delle reti.

Masaniello su strada

Progettato per la pesca a strascico nelle acque dell’Adriatico, tra Ancona e San Benedetto, questo tipo di peschereccio, solitamente, sta in mare al massimo per due/tre giorni. Quel battello da pesca fu usato direttamente dalla famiglia committente. Andiamo a vedere la vicenda curiosa – per i non addetti ai lavori – pur se conosciuta dalla gente di mare. Il cantiere Santini era rimasto fuori dall’ambito portuale e non poteva più varare nell’arenile a mare aperto, perché era venuto a mancare il fondale necessario, profondo almeno 3/4 metri. Negli anni successivi entrò in vigore una norma che prevede la presenza di una scogliera frangiflutti posizionata a una certa distanza dalla battigia del varo, per evitare i pericoli di una mareggiata improvvisa. Quindi ogni imbarcazione costruita in quel cantiere doveva essere spostata presso lo scalo pubblico di varo, nel porto. Per il trasporto si utilizzava la stessa attrezzatura per il varo. Lo scafo veniva sostenuto da due slitte di legno di quercia chiamate vasi, lunghe poco più di un terzo dello scafo, della sezione di cm 60 x 60. Veniva fatto scivolare sopra delle travi di legno di quercia di sezione 12 x 18 cm, alle quali venivano smussati gli angoli e nella parte superiore venivano applicate più mani di sego animale liquefatto con calore (assogna). L’insieme, slitta di legno e peschereccio, veniva trainato da un camion di grosse dimensioni, tramite un cavo d’acciaio lungo una trentina di metri.

Masaniello pronto per il varo

Si seguiva il percorso del lungomare asfaltato fino a dentro il porto, curve comprese. Si partiva dal cantiere la mattina all’alba e alla sera si arrivava all’altezza dell’attuale ufficio Circondariale Marittimo, al crepuscolo ci si fermava per riprendere il giorno successivo. Le travi di legno ingrassate erano chiamate palanche, ma il nome tecnico è “parati” e pesavano all’incirca 30 kg l’una. Venivano posizionate di traverso (come le traversine ferroviarie) a una distanza di circa 60/70 cm l’una dall’altra. Tale operazione era eseguita a mano da due persone, le palanche erano caricate su un carretto a mano 5-6 alla volta. Il peschereccio, del peso di circa cento tonnellate, era appoggiato, per più di un terzo della lunghezza, sulla sua slitta di legno, chiamata invaso, come accennato le due travi di legno laterali si chiamavi vasi. Una persona a turno si occupava di non far mancare il sego liquido e caldo alla superficie delle palanche, in maniera tale da ridurre il più possibile l’attrito e garantire un agevole spostamento dell’invasatura. Nelle navi oltre le 500-1000 tonnellate al momento dello scivolamento in mare, qualora non ci sia abbastanza sego, l’attrito tra il legno dell’invasatura e le palanche può causare una accensione.

Masaniello varato

Per il trasferimento, meno di un chilometro, ci volevano da due ai tre giorni, a seconda degli imprevisti. Tutte le volte, all’epoca, in prossimità dell’attuale Capitaneria di Porto bisognava fermarsi per qualche ora, e attendere che gli addetti dell’Enel rimuovessero temporaneamente i cavi dell’alta tensione, che altrimenti si sarebbero impigliati con l’alberatura del peschereccio. Inoltre, durante il percorso sul lungomare bisognava essere attenti a evitare l’urto con i lampioni dell’illuminazione pubblica. Il suddetto metodo è in parte simile a quello usato per trasportare i grandi blocchi usati nella costruzione delle piramidi di Giza. Arrivata allo scalo di varo, la imbarcazione era preparata per la cerimonia detta “battesimo” di fronte al cosiddetto scalo volante, quello che rimane immerso per una certa lunghezza sottacqua. Il peschereccio Masaniello aveva ricevuto il nome del capopopolo napoletano protagonista dell’insorgenza antispagnola avvenuta nel luglio del 1647. Il varo, in gran pavese, doveva avvenire in una giornata con condizioni meteorologiche ottimali: senza vento, né mare mosso.

Nonno Vincenzo di prua

Tra il 1977 e il 1980, il cantiere Santini costruì altri tre pescherecci della stessa lunghezza: il Nicola Padre, il Leo Duilio e il Gemì. Dopo alcune cessioni, il Masaniello ancora continua a navigare nelle acque tra Ancona e Civitanova Marche con il nuovo nome di “Nonno Vincenzo” e lo scafo di colore bianco e rosso. Una procedura molto laboriosa e pesante che fu ripetuta per altri pescherecci fino al 1992. Con quel sistema di trasporto, l’ultima è stata la motobarca da diporto denominata “Nimila”, di proprietà del sig. Lucio Gioacchini di Ancona. Antonio sostiene che i cantieri navali di Civitanova Marche, costruttori di pescherecci di legno, erano conosciuti e rinomati lungo la costa adriatica e in buona parte di quella tirrenica. Canaletti tra i primi, con Santini e Gaetani, Anconetani, Sefa e Cecchetti, la famiglia Vallesi, Tesei, Euromare della famiglia Petrella, Scoppa Oreste e Marziali Felice. Mauro Merani e Vittorio Pesci erano noti costruttori di imbarcazioni da diporto (vela e motore). Eseguivano anche manutenzione, riparazione e raddobbo (riammodernamento). Negli anni Ottanta nel Novecento erano rimasti in sei/sette, nel successivo decennio erano circa cinque, sempre nel settore delle imbarcazioni di legno.

Eno Santecchia

Nonno Vincenzo di lato

9 luglio 2024

Sii il primo a dire che ti piace

Commenti

commenti