La lingua batte dove il “Dante” duole, la gran confusione voluta delle lingue romanze

Con questa rapida incursione nel territorio dei letterati che si occupano dell’origine della lingua italiana, concludo l’argomento dell’eredità linguistica dell’Europa occidentale e i suoi rapporti con la storia negata del nostro passato.

Entrando nel campo dei linguisti mi sono apparse più evidenti le aberrazioni della storia della nostra lingua dovute al procedere in ambiti di specializzazione ben circoscritti o addirittura blindati dei cultori del nostro sapere, senza il logico (per me) confronto interdisciplinare: il vecchio adagio che dice “la mano destra non sa quello che fa la sinistra”. Entro nella vexata quaestio delle lingue “Romanze” con l’opera specifica del Divin Poeta a cui tutti si rifanno, per avere un pretesto importante a sostegno delle proprie opinioni, ovvero il trattatello noto come De Vulgari Eloquio, opera incompleta giunta a noi con un laborioso percorso di trascrizioni, integrazioni, restauri, completamenti ed edizioni critiche susseguitesi dal Quattrocento ai tempi nostri, per cui è veramente difficile sapere se i dettagli, ovvero parole o parti di brani, siano davvero di Dante. Attribuisco all’opera originale l’impostazione analitica della tematica e il metodo di affrontarla.

Scrivendo in latino Dante analizza i vari linguaggi locali della Penisola, differenti dal Latinus (che dovremmo pronunciare più correttamente ‘Lazinus’) e, da quanto scrive, facendo anche esempi specifici, non trova un dialetto dei quattordici nostrani che gli possa andar bene e diventare lingua nazionale. Innanzitutto ritengo che la locuzione vulgaris sia corretta se si scrive in Latino, ma “volgare” non rispecchi il significato più appropriato, nell’italiano attuale, per indicare un linguaggio regionale: lo sostituirei con dialetto oppure vernacolo. In quanto ai tempi di Dante era lingua locale dei ceti più abbienti, e pertanto istruiti, piuttosto che del volgo analfabeta. Il Ghibellin Fuggiasco, con un metodo apprezzabile ancor oggi, affronta il problema dalle origini delle lingue, iniziando dalla prima parola che Adamo pronunciò: EL cioè Dio. Poi confronta i vari vernacoli dello Stivale e non ne trova uno che possa integralmente soddisfare la sua personale idea di una lingua comune elegante ed espressiva che definisce dialetto illustre (vulgaris illustris) perciò si dilunga a dimostrare con esempi quali siano i vocaboli, e di quali dialetti, quelli che dovrebbero confluire nella lingua perfetta e sovraregionale, perché il parlare suoni melodioso.

I critici dicono che avrebbero dovuto essere quattro libri, abbandonati senza finire il secondo. Avendo letto, con santa pazienza, il verboso De Vulgari in latino e poi collazionato a due delle traduzioni, mi sono reso conto che la determinazione caratteriale di Dante, se scrisse il Convivio e poi lo mutò in Commedia, non gli fece abbandonare l’opera per capriccio o perché non sapeva come andare avanti. Per poter sviluppare la sua trattazione, finalizzata a costruire una lingua unica con le espressioni migliori prese dai vari dialetti dello Stivale, era obbligato a scrivere un intero dizionario di parole da lui scelte per questo ideale quanto inesistente dialetto illustre (duecentomila e passa lessemi da verificare in un paio di milioni di espressioni), il che lo  avrebbe impegnato per un tempo talmente lungo che addio Commedia!

Ovviamente non ho letto nulla, a riguardo delle ragioni dell’abbandono, dalle penne dei cattedratici, ma mi sono imbattuto nuovamente nelle aberrazioni del significato dei nomi delle lingue del Medioevo europeo, d’Oc e d’Oil, dove il significato di Oil, è deviato per la ragion di stato verso significati inapplicabili. La lingua che i Franchi piceni diffusero nella porzione del loro impero toccata a Carlo il Calvo e oggi Francia, era da sempre la loro madrelingua detta “Romano” perché nata nella prima Roma, l’Urbe dei Salii, oggi Urbisaglia, perciò preesistente la lingua ibrida che si formò per l’influenza su questa dell’etrusco e del magnogreco e che divenne l’idioma parlato nella seconda Roma fondata nel Lazio, da cui il “Latino”. Il Romano, oltre a non essere stato la lingua dell’impero più esteso del mondo antico, non è derivato dal Latino nel Medio Evo, semmai il contrario è il Latino classico che è “neoromanzo”. Il fatto ineliminabile è che i Franchi hanno continuato a parlare nel loro dialetto, il Romano, nella loro ultima sede, la Francia attuale.

Continuare a chiamare Romano la propria lingua già nella Francia barocca non piaceva al nazionalismo francese, perciò qualcuno ci ha messo una pezza inventando che il Romano fosse un Latino di ripiego parlato da ignorantoni dappertutto nel vasto impero e perciò detto “Romanzo”. Ma non può essere così, visto che il Roman, come ci dice Brunetto Latini è lingua dei Franchi e solo loro (l’ho già scritto, ma ripeto quel “vous me samblez francois au parler lo roman”) quindi la lingua “romanza” è stata in realtà solo quella dei “Franchi occidentali” mentre le altre ispaniche e italiche sono correttamente “neolatine”. Ammettere che in Francia si parli il “Romano”, che è lingua originale del Centro Italia, di certo non sfagiolava al nazionalismo del trecentesco Royaume de France e si sono inventati due lingue fantasma per cancellare la parola romano dalla loro grammatica e farla diventare un’impossibile astrazione paneuropea.

Hanno diviso a metà orizzontalmente la loro nazione, sotto d’Oc (ispanico-catalano) e sopra d’Oil (inesistente come affermazione), nazionalizzando nel Midì la lingua di quell’Ytalia che andava da Marsiglia a Pola e non parlava né Toscano né Latino. In questa operazione, la politica che si intromette nella cultura fa scrivere a Dante una frase del De Vulgari che è diventata il pezzo forte dell’opera (che ben pochi hanno avuto la costanza di leggere fino in fondo) e che recita: Totum vero quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit ydioma, licet nunc tripharium videatur: nam alii oc, alii oil, alii sì affirmando locuntur, ut puta Yspani, Franci et Latini.” Di cui la traduzione dice: Tutta la restante parte dell’Europa fu occupata da una terza lingua, che era unica, anche se ora appare triforme: infatti alcuni per affermare dicono oc, altri oil, altri sì, come fanno per esempio Ispani, Francesi e Italiani. Ovviamente i trascrittori si sono ben guardati dal precisare che tale lingua unica poi tripartita era il Romano.

La sola libertà che si è preso il traduttore della frase che cito è di tradurre arbitrariamente Italiani dove Dante (o chi per lui) scrisse Latini. Confondere gli Ytaliani (della fascia settentrionale e padana della Penisola) con i Latini (Centro Sud) è un notevole errore dal punto di vista storico e linguistico, ma dovendo far nascere la “Scuola Poetica Siciliana” di Federico Stupor Mundi, sempre per motivi politici, si è avuta la spudoratezza di inventarla e far parlare Dante del dialetto Siciliano, sostenendo poi che le trecentocinquanta e passa composizioni in dialetto toscano con inserti piemontesi e bolognesi del Canzoniere Vaticano Latino, sono state opera di copisti (una rara specie poi estinta di copisti rimatori tosco-siculi perfettamente bilingui) che avrebbero riscritto rifacendo in toscano con metro e rima, le poesie scritte dai funzionari di Federico in siciliano, anche se di quelle in siculo non c’è assolutamente alcuna traccia. Se penserai di chiedere perché mai lo fecero la risposta sarà: “Perché sì!” E se non lo accetti addio sufficienza.

Il testo dantesco indica il modo di affermare in quelle che secondo il Divin Poeta diventano le tre lingue figlie del Roman che ora sono dette Romanze o Neolatine anche se non è la stessa cosa, ma se lo scrisse davvero Dante (io non lo credo proprio) commise un imperdonabile errore; è vero che nel Catalano, si afferma con OC, ma dovremmo tutti sapere che la Spagna non è stata una grande dominazione dei Franchi ( cfr. La chanson de Roland) ma lì c’è stata la Settima Legione Romana e poi i Visigoti, ed è plausibile che in Catalogna si affermi con OC dal latino ‘hoc’ ancora oggi, soprattutto per affermare una volontà indipendentistica. L’errore che non può essere dantesco perché se no crolla tutta la credibilità del Divin Poeta, è la seconda affermazione: quell’Oil che è inequivocabilmente una forzatura perché una “langue d’oil” -in cui ‘oil’ è l’affermazione- non è mai realmente esistita.

Per capirne di più sono andato su pagine in Francese e, a riguardo della Langue d’Oil ho letto quanto sotto riproduco con lo screenshot (per non essere tacciato di alterazione dei testi). La denominazione “Lingua d’Oil” in quanto tale sembra (n.d.a. espressione probabilistica incerta) in uso dalla fine del XIII secolo. Essa proviene dal modo di distinguere le lingue dal modo di dire “si” (da “oil” proviene il francese moderno “oui”) che doveva essere corrente a quell’epoca  Questo uso lo si trova in Dante che oppone due gruppi di lingue a cui riconosce una unità per ciascuna di loro. Perciò mi sembra evidente che, oltre alle notazioni probabilistiche che mettono tutto in forse, l’unica informazione su questo mai esistito modo di affermare nella Francia del nord in realtà, anche per i Francesi non deriva da loro fonti originali, ma senza altra prova discende solo da quanto si è fatto dire a Dante in una delle molteplici riscritture del De Vulgari. È il classico cane che si morde la coda.

Posso capire che, fermi nei loro convincimenti reciproci, ancora oggi i letterati non vogliano rendersi conto dell’incongruenza dell’argomento e della forzatura di quella derivazione di Oil da “hoc ille” ovvero “questo e quello”, talmente incongruente come affermazione per cui mi vien da aggiungere rassegnato “per me tutto va ben tutto fa brodo”. Purtroppo ci sono prove contrarie schiaccianti, emerse a esempio nell’originale membranaceo del Digby 23 di Oxford (la Chanson de Roland manoscritto del XII secolo) che non si possono ignorare. La conclusione è la seguente: nella lingua in cui si vorrebbe che si affermasse con “Oil” nella Francia del nord nel Medio Evo, nel testo della notissima Chanson si afferma invece con ‘CO’ ripetuto molte volte, ad esempio in: “Co, dist Rollant, cornerai lolifant” , che si traduce “Sì, dice Rolando, suonerò l’Olifante” e, data l’enorme diffusione della canzone, l’affermazione Co (pron. ‘Sĕ’) era inevitabilmente conosciuta dappertutto in Francia. Forse ‘oil’, se c’era, significava altro perciò si dovrebbe ripensare alla labilità dei dogmi che ancora si insegnano a scuola, ma a tal questione risponde Dante con “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vole e più non dimandare”.

In questa cartina si possono ben distinguere sia le lingue che le parlate locali della Francia.

Medardo Arduino

19 luglio 2025

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