Andavo a scuola nel mio grembiulino bianco che la mamma stirava premurosa, ci teneva molto che mi presentassi in classe sempre in ordine. Al colletto inamidato mi annodava un bel fiocco rosa, sempre fresco e vaporoso. Mi dava un bacio sulla fronte e io, contenta, mi avviavo con la cartella di fibra, insieme a Renata, a Lauretta e a qualche altra amichetta della via, che mi aspettavano sotto l’arco del ponte.
La mia scuola, la “Diaz”, era davvero speciale, bella come un sogno e nei miei pensieri è sempre rimasta intatta in un alone di fiaba, che ha determinato il mio futuro e ha fatto germogliare in me l’amore per le cose belle, la natura, la poesia. Era situata a est dei Giardini Pubblici, molto vicini al cortile di casa mia. Il sole che sorgeva la illuminava fin dal primo mattino. Per raggiungerla dovevo attraversare tutto il viale alberato dei giardini; enormi ippocastani lo costeggiavano e s’interrompevano solo al centro, dove una grande fontana circolare cantava le sue melodie zampillanti quando l’acqua ricadeva in musiche argentine sulle rocce, nei cui anfratti si nascondevano bei pesciolini rossi. Qui, di rigore, era una sosta; nelle tasche avevo preparato le briciole della colazione e mi divertivo a lanciarle a quei pesciolini che guizzavano veloci. E a quel punto dovevo anch’io guizzar via per non far tardi a scuola.

Nell’altra metà del viale procedevo di corsa; le mie amichette mi avevano preceduta ed erano già al cancelletto. La scuola davanti a me era immersa negli ippocastani, lasciava intravedere le sue pareti di legno, i suoi cornicioni e gl’infissi pitturati di verde pallido, pochi gradini conducevano all’ingresso dove la maestra Giulia Carlini stava ad attenderci. Quando mia madre mi leggeva la fiaba di Biancaneve e i sette nani non era difficile per me immaginare il luogo, la casetta dei nani e la bella protagonista dai capelli neri. In quella fiaba vivevo tutte le mattine! La casa era la mia scuoletta di legno, con la sola aula di una classe elementare femminile; i nani eravamo noi scolarette, Biancaneve la mia maestra che vestiva sempre di scuro e che non aveva i capelli neri ma brillanti come l’argento. Ella li pettinava soffici e vaporosi sulle orecchie e le incorniciavano un bel viso distinto, dagli occhi profondi; due pomelli rosati irradiavano di luce angelica le gote. “Riverisco, signorina maestra!” la salutavamo così, come ella desiderava.

E la signorina Giulia, ad una ad una, mentre salivamo i gradini, ci accarezzava la testa. L’aula era il mio paradiso, un caleidoscopio di colori ai miei occhi! Io ero al terzo banco, davanti alla lavagna, la maestra nell’altro angolo dietro la cattedra, seria e compunta, era sommersa da libri e quaderni, con il pavimento di legno che scricchiolava a ogni nostro movimento, tutto era verde, le persiane, i soffitti a travature, le pareti, anche l’atmosfera. Sì, l’atmosfera era verde, perché i grandi ippocastani del giardino si prolungavano coi rami fronzuti fino agli stipiti delle finestre e la luce dall’esterno filtrava verdognola e riposante. Quando un raggio di sole riusciva a farsi strada nel fogliame, l’aria diveniva intrisa di riverberi, le pareti di giochi chiaroscuri e saettanti riflessi: un vero incanto!
Solo le interminabili pagine di aste, di vocali e consonanti, erano un peso, ma prima di passare allo scritto bisognava esercitarsi a lungo alla bella calligrafia. In quella pace odorosa di fresco, dove la voce della maestra scandiva i suoi insegnamenti, si frapponevano meravigliosi i cinguettii, i trilli, i gorgheggi e gli zirli degli uccelletti fra le fronde. Concerti soavi dalle note formulate in mille sfumature. Davvero un sogno! La signorina Giulia durante le lezioni era severa e mai sorrideva; esigeva la nostra totale attenzione e non era propensa a farci uscire dal banco perché lo scricchiolio del pavimento avrebbe disturbato. Anche per andare ai servizi eravamo abituate a richiederlo alzando la mano e solo in caso di vera necessità. Un giorno, per non chiedere il permesso una seconda volta, me la feci addosso.

Non era concesso di perdere tempo, le lezioni erano proficue e durante la ricreazione c’era tempo di uscire in giardino e di prolungare lo svago. “Il sole oggi è forte, mettete il baschetto” – ci raccomandava la maestra e noi, come soldatini in fila, scendevamo i gradini e poi, come farfalline bianche svolazzavamo sull’erba dello spiazzo antistante la scuola coi nostri giochi d’innocenza. A primavera, troppo piacevoli erano quel sentore fragrante e quell’aria tiepida che incoraggiava il gioco. Portavamo la seggiola alla maestra ed ella, seduta al di là dell’ombra dell’abete, sporgeva il viso al sole per gustare il tepore benefico della sua carezza e inspirava il profumo di quell’abete. Di tanto in tanto la disturbavamo per le nostre scoperte: “Signorina maestra, ai piedi del castano, tra l’erba ho trovato questo nido” e glielo mostravamo tra le mani tenute a conca. “È un nido di cinciallegra ed è malconcio, mamma cincia ne starà rifacendo uno nuovo per deporvi le uova” – asseriva la maestra. Guardavamo tra i rami per scoprire la cinciallegra intenta alla sua opera, ma il fitto fogliame c’impediva la vista.
Era quello il giusto momento per una lezione di scienze e la maestra ci faceva indovinare quale materiale poteva aver usato l’uccelletta per il suo morbido nido. Poi ci dava spiegazioni sui comportamenti dei vari volatili e noi a cercare con gli occhi tra i rami l’usignolo, il fringuello, il cardellino e il pettirosso. Ma solo il tordo era visibile con la sua lunga coda dalle belle penne marroni e prediligeva i rami più alti e potevamo osservarlo stagliato contro l’azzurro del cielo. Poi era la lucertola al sole sul muretto, o la lumaca che lasciava la scia lucente, l’olezzo di un giacinto, la rugiada sui petali di un fiore, la coccinella sul filo d’erba e il maggiolino nel cuore di una rosa ad attirare la nostra attenzione, oppure il ragno che aveva intrecciato la sua tela a filigrana argentea sul cancelletto e la formica che a fatica trascinava una briciola delle nostre merende. Quando sbocciavano le prime margherite tra l’erba, la signorina Giulia ci esortava a non calpestarle ma noi ne facevamo un mazzetto per donarglielo. Ella lo sistemava sulla cattedra, in un bicchiere di acqua, ma non tralasciava il suo insegnamento: “Il vostro è stato un gesto gentile e gradito, ma i fiori, se li amate davvero, devono rimanere nel prato perché avranno vita più lunga e serviranno alle api per il dolce miele che vi piace tanto”.
Non era difficile convincere la maestra di restare all’aperto per la lezione di lettura; ella lo desiderava più di noi, La signorina Giulia seduta sulla sedia a braccioli e noi a farle da corona sedute sull’erba. Tra le righe delle nostre sillabanti letture s’inserivano le voci canore degli uccelletti nascosti tra le fronde, sopra le nostre teste. La maestra ci interrompeva: “Sentite? Questo gorgheggio meraviglioso è dell’usignolo”. Una volta ai piedi dell’abete trovammo un corpicino inerte che aveva solo poche piumette, forse era un piccolo di pettirosso. La maestra ci consentì di seppellirlo sotto il cespuglio delle rose, dove aveva sepolto il suo vecchio cane morto di vecchiaia. Ella amava molto gli animali. Perché vi venisse ad abitare uno scricciolo aveva sistemato una scatola di latta sotto il muretto che recintava i cespugli di rose. Infatti l’uccelletto non tardò a prepararvi il nido e noi, affascinate, ne seguivamo le sequenze. Poi gl’ippocastani fiorivano, sembravano nuvole spumeggianti e i grappoli bianchi e rossi, via via, lasciavano cadere sui nostri passi una pioggia dei loro fiorellini minuti…
Era ormai tempo di vacanze e a malincuore salutavamo la maestra che passava l’estate in montagna. “Si parte come fanno le rondini ma poi torneremo al nostro nido” ci diceva salutandoci con una punta di malinconia. Certamente le saremo mancate anche noi. In autunno, quando ricominciava la scuola, i colori di quegli ippocastani erano mutati, i rami incominciavano a perdere le foglie che, gialle e rossicce, in un connubio di sfumature scricchiolavano sotto le scarpe e una profusione di belle castagne, ancora dentro i ricci, completavano il tappeto lungo i viali dei giardini pubblici che erano ben tenuti da Otello, il giardiniere. Indugiavo a lungo in quella coltre variegata dove i piedi affondavano con grande piacere. Quando turbinava il vento le foglie volteggiavano in mulinelli e se ne formavano mucchi anche sui gradini della scuola. Ora i castani davano all’aula una favolosa luce calda e dorata, adatta a stimolare i ricordi della maestra. Ci accorgevamo che ella guardava malinconicamente fuori dalla finestra e negli occhi leggevamo un suo segreto. Un giorno ci spiegò perché l’autunno le faceva tristezza: “Vedete? Gli alberi hanno mutato il bel verde in tinte pallide e anche io, che sono in età autunnale, ho i capelli che hanno cambiato colore. Un tempo erano neri e lucenti… continua
Anna Zanconi
13 agosto 2025


