Nelle lunghe sedute in casa, sempre più lunghe e noiose con il passare degli anni, mi viene spesso da pensare a tanti miei amici artisti che. pur essendosene andati, sono in me più vivi e presenti che mai. Alcuni di questi, bravi, oltre che a creare opere d’arte, anche nello scrivere e nell’essere poeti, ancora più di altri. In queste giornate di primavera tardive, mi capita tra le mani uno scritto di Arnoldo Ciarrocchi, noto artista italiano di cui si fregia particolarmente la zona civitanovana. L’ho reperito in un catalogo ormai raro e forse introvabile, stampato per una mostra collettiva ordinata, quasi mezzo secolo fa, nella chiesa di San Paolo dall’Università di Macerata a cura di Anna Caterina Toni. Un’occasione alquanto significativa, che si qualificava come “indagine artistica sul territorio marchigiano negli anni Ottanta”. Nella propria sezione l’artista aveva inserito una sua breve autopresentazione, che mi piace qui condividere.
Ciarrocchi scriveva di sé: “Parlo poco / quasi niente / dopo due ore di silenzio mi pare d’aver parlato troppo.
Mio padre, tipografo civitanovese, parlava poco / e parlava poco nonno Delfino. / Ma come mio padre, scrivo, / note di ‘viaggio’ / pagine segrete (o quasi).
Lo scrivo una parola sull’altra come un’addizione, / la struttura verticale della frase / ha lasciato immaginare che io scrivo ‘poesie’.
Scrivo con molta fatica. / Le mie paginette sembrano scritte di getto; / sono invece il distillato di molte pagine di esercizi. / Per scrivere una nota sulla pittura di un amico / ci metto quindici giorni. Posso risolvere invece, / un acquarello in una giornata di grazia / in venti minuti controllati all’orologio della torre.
Ne ‘Le carte napoletane’ ho illustrato / come qualmente io sia passato dalla pittura ad olio / (eroica) / alla pittura ad acquarello di genere femminile.
Ho dismesso l’idea ambiziosa di dipingere / il fregio del Parlamento, la volta della cupola / del Santuario di Loreto o la Crocifissione di San Giusto; / mi basta dipingere l’ombra di una nuvola / che ‘scivola su una collina bionda di messi’, / il profumo di una donna che passa.
lo dipingo e incido en plein-air / come un vecchio pittore. / Dentro casa con l’inquilino che ti cammina / sulla testa nascono pensieri meschini.
Confrontati i miei acquerelli a quelli dei / maestri inglesi e le mie stampe a quelle / di Jacopo de’ Barberi e di Luca da Leyda / sembrano opere difettose e sgarbate / di un dilettante.
Quando si dice o si scrive che le stampe / (e i dipinti) di Ciarrocchi sono buoni (e lo dicono / e lo scrivono più i letterati e i poeti che i critici d’arte) / io mi immagino che si faccia riferimento / non alla mia opera ma a quella di un maestro / del mio stesso nome operante a Colbordolo o a Ripatransone. Io sono un pover’uomo che ricomincia / a dipingere ogni mattina”.
Mi sembra che non ci sia altro da aggiungere a questa dichiarazione così pregnante e umana. Il resto, le tante cose che si potrebbero considerare della ricca vicenda poetica di questo marchigianissimo artista, lo si potrebbe approfondire visitando il Museo Moretti di Civitanova Alta, ove l’opera di Ciarrocchi è presente con particolare completezza e rigore critico, in adeguatezza al gran personaggio che egli è stato, non scevro d’arguzia e d’ironia.
Lucio Del Gobbo

14 agosto 2025


