La fienatura era un lavoro davvero faticoso, con la falce da affilare continuamente, bello da vedere con quel movimento cadenzato e armonioso ma duro per chi lo faceva sotto il sole per ore, poi la raccolta, il trasporto e la sistemazione nei fienili o la realizzazione dei pagliai.
Alle volte capitava che “la fàcia” sfuggisse al controllo e ferisse alle caviglie chi la manovrava, con tagli pericolosi e profondi. Allacciato alla cinta il falciatore portava un corno di bue, che fava da contenitore per la “Cóta”, che serviva per ravvivare il filo della lama. La foto qui pubblicata è bellissima: i cordoni d’erba tagliata sembrano le onde del mare! Quanta fatica e quanta forza avevano i contadini, senza vitamine e con pochi e poveri alimenti. L’unico energetico era un bicchiere di vino cotto a colazione e a pranzo!

La falce aveva il manico con una impugnatura strana. Non era facile tenerla tra le mani e azionare l’antichissimo attrezzo, che si doveva azionare con una rotazione regolare delle braccia accompagnate dal movimento di torsione del tronco e del bacino, per produrre il giusto movimento semicircolare. La lama doveva volare a fil di terreno per un taglio regolare e corretto; si avanzava di un passo a ogni azione di taglio, tutto in sincronia con l’uomo che precedeva e con quello che seguiva. Oggi queste cose non le sa fare più nessuno.
Che fatica l’agricoltura di una volta! Ricordo i contadini alzarsi alle 4 di mattina per andare nei campi, con le falci in spalla, prima che il sole fosse cocente, e tornare sfiniti dopo il lavoro. Li rivedo ancora, avevano tutti un fisico diritto e asciutto, la fatica non permetteva di ingrassare. Nel periodo della fienagione, dalla città arrivano operai poveri in cerca di lavoro, che poi venivano compensati con qualcosa da riportare a casa per sfamare la famiglia. Avevano una loro falce e aiutavano nei campi. I pochi soldi che i contadini riuscivano a guadagnare non bastavano mai, dato che si prendeva quasi tutto il padrone.
Da ragazzino avevo voluto provare la falce: il suo utilizzo richiede bravura e sapienza, io inesperto facevo piantare sempre la punta nel terreno, mentre quelli che la sapevano manovrare sembrava che si muovessero leggeri e precisi come in una danza. La fienagione obbligava a una fatica inenarrabile e, a quei tempi, le aspettative di vita dei contadini erano in media sui 55 anni. Spesso ai ragazzetti si ordinava di affilare le “fàci fienàre” e a sera avevano le braccia e il sedere che formicolavano, perché lavoravano seduti in terra per una intera giornata avanti a un attrezzo conficcato in terra, o su un “cippo” di legno, che chiamavano “l’ancùtena” (incudine), con la mano sinistra dovevano tenere bilanciata la falce su quella specie d’incudine e con la destra martellavano il filo di taglio della falce, per fare un filo di tagliente uniforme e affilato; poi rifinivano con la “cóta”.
Nei grandi campi lavoravano anche più squadre e, spesso, nasceva una sana rivalità. Si parlava poco per non sprecare il fiato. Oggi è tutto più facile e veloce, con le nuove tecnologie un trattorista può falciare senza fatica anche 80 ettari in un solo giorno. L’erba nel campo si “fienava” più volte e dopo il taglio ricresceva alta; si facevano tre e anche quattro tagli. Il primo taglio avveniva nei mesi di Aprile/Maggio e veniva detto “maggengo”. Nei campi c’era erba rigogliosa e fresca ma gli esperti dicevano che il miglior fieno era quello del secondo e terzo taglio, perché più nutriente per le bestie. Quanti racconti si potrebbero fare su questi eroi che oggi se ne stanno dimenticati dietro una scolorita fotografia al cimitero.
Alberto Maria Marziali
15 agosto 2025


