Notizia di cronaca rosa dalla Macerata del Settecento: la fuga, uno scandalo cittadino!

L’ultimo scorcio dell’anno di grazia 1786 fu, per le malelingue maceratesi, un periodo d’intenso lavoro. Fin dai primi giorni di dicembre si notava un intenso movimento nel nobile palazzetto degli Alaleona (lo stabile ora segnato con il n° 10 di Corso della Repubblica). Il signor Gaspare andava e veniva da Monsignor Gianfrancesco Arrigoni Governatore della Marca o da Monsignor Reverendissimo Spinucci Vescovo diocesano; il Marchese Gregorio Ugolini, suo genero, sentì improvvisamente il bisogno di partire per Bologna.

I “bargelli” (ufficiali di polizia) di malavoglia e dopo anni d’inattività, furono messi in agitazione. In piazza, per le strade, nelle case nobili, nelle sacrestie, ci s’interrogava, s’indagava, si almanaccava facendo le più stravaganti supposizioni e i più svariati commenti. S’incaricavano servitori, maestri di casa, sacrestani, campanari, cicisbei di compiere accurate indagini. Poi la notizia – prima sussurrata da pochi iniziati, poi conosciuta da parenti e affini, poi diramata in città e in provincia dai bene informati – si diffuse con un “crescendo rossiniano ante litteram”: “È scappata di casa la Signorina Anna Alaleona!”. Era vero.

Intorno al 1785 il nobile maceratese e fermano, signor Gaspare aveva assunto come “Maestro di grammatica” per le sue figliole, tale Domenico Albertazzi, bolognese, giovane di bella presenza. Questo ultimo pregio non era sfuggito alla figliola minore dell’Alaleona, Anna, la quale, colta da cocentissima “cotta” invitò più volte l’Albertazzi a fuggire con lei. Tale prospettiva non spiacque al grammatico, essendo la ragazza “giovinetta di nobile condizione e di sufficiente aspetto”. La fuga fu organizzata secondo canoni rigidamente romantici, ma anche con risvolti di carattere economico. La previdente coppia infatti, non dimenticò di arraffare un buon quantitativo di biancherie, di argenti e di gioielli, fra i quali spiccava “uno strozzo da collo con suo cappio di perle”. La meta della fuga era Venezia, città sempre ben disposta verso gl’innamorati.

Si può credere, com’era obbligo, che la partenza sia avvenuta a notte fonda. Passando per Recanati i colombi fecero una sosta in Ancona, da dove spedirono biancherie e preziosi nel sicuro territorio della Serenissima. Proseguirono poi per raggiungere Bologna, ove l’Albertazzi possedeva – come scrisse ironicamente l’attuario/cronista – “Tutto il suo capitale, la metà di una casuccia”. Giunti a Rimini “li due nominati, verso le tre di notte (ndr: ore 20 circa) videro un prete accompagnato da due intabarrati. Richiesero se era prete ed avendo egli risposto di sì, disse uno: “Questa è mia moglie” e l’altra: “Questo è mio marito”. Il prete chi fosse niuno lo sa, molto meno se fosse parroco. Il prete nulla disse, come non parlarono i due intabarrati”. Compiuta questa premanzoniana cerimonia, gli avventurosi, ora “coniugi, com poco o niente denaro e picciolo bagaglio” raggiunsero Bologna. Ma qui cominciarono i guai.

L’Uditore “del Torrone” (non era un assaggiatore del croccante dolciume, bensì una specie di Procuratore di Stato), avvertito dal provicario del Vescovo di Ancona, stava già alle “vedette” e li fece ipsofatto catturare. “Il giovane fu rinchiuso nel Forte Urbano, mentre la giovane nel Monastero del Pozzo Rosso delle Terziarie”. Cominciò allora un lungo carteggio tra l’Arcivescovo di Bologna e l’adiratissimo genitore della signorina Anna. L’Arcivescovo tentava di calmare i bollori del signor Gaspare, facendogli presente che il Cardinale Legato bolognese esigeva si facesse un rigorosissimo processo se non si fosse celebrato il regolare matrimonio.

In un primo tempo l’idea “fece orrore” al gentiluomo ma poi, anche con l’intervento del Vescovo Spinucci, l’affetto di padre ebbe il sopravvento sicché, il 7 febbraio1787, con la benedizione paterna corredata di 5.000 scudi di dote “si chiuse questa scena col solito fine di tutte le commedie, cioè con un matrimonio non più da burla ma legittimo et lecito”. Dei coniugi Albertazzi non abbiamo altre notizie ma auguriamo loro “nunc pro tunc” (ndr: ora per allora) di essere vissuti felici e contenti come nelle fiabe di Perrault.  

di Libero Paci, tratto da “Ma c’era Macerata”

Palazzetto Alaleona

15 agosto 2025

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