Fin dall’inizio della civiltà, la morte non è stata considerata un fatto solo privato, ma una minaccia per l’intero gruppo, e non è stata considerata neppure un fatto solo di natura, per assumere invece significati che danno senso alla vita di chi resta. La credenza della morte come “passaggio” a un’altra vita è antichissima e diffusa tra popoli diversi e i rituali d’addio, nella forma di aiuto al defunto nel suo viaggio verso l’aldilà, assolvono da sempre al compito di aiutare chi resta in vita a elaborare il lutto. Così i rituali funebri ci raccontano anche la concezione della vita del tempo. Si può dire in generale che in passato la morte era una presenza familiare: la breve durata media della vita generava una confidenza con la morte, che oggi è sparita e così ora releghiamo la morte negli obitori degli ospedali come se fosse evento che non coinvolge i viventi, tutti sedotti dal mito dell’eterna giovinezza; non di rado si legge nei manifesti funebri “si dispensa dalle visite”. Invece nelle società contadine arcaiche, la morte coinvolgeva l’intera comunità, che accompagnava, con cerimonie d’addio, tutte le fasi della morte, dall’agonia alla sepoltura e al lutto.
L’agonia – Il morente viveva l’agonia circondato dai familiari, che gli tenevano la mano, gli asciugavano il sudore, raccogliendone le ultime volontà; in certe usanze tutta la comunità era avvertita da uno speciale suono delle campane e si sentiva comunque allertata da segni considerati premonitori di morte come il canto notturno della civetta. L’inizio dei rituali funebri cattolici era l’arrivo del prete (segnalato da un campanello) che portava l’olio santo e l’ostia come viatico per il morente.

La morte – All’atto della morte si ripetevano gesti simbolici, come coprire gli specchi (l’addio alle vanità!), spegnere il fuoco, aprire le porte di casa (per la dipartita dell’anima verso l’aldilà) da richiudere dopo il funerale per impedirne il ritorno.
La vestizione della salma – Lavaggio e pure taglio di unghie e barba erano preliminari alla vestizione con l’abito migliore disponibile (spesso preparato anzitempo dallo stesso defunto); si collocavano immagini di santi protettori intorno alla salma, disposta sul letto con in mano crocifisso, rosario e un fazzoletto bianco.
La veglia – Ininterrottamente giorno e notte, seduti intorno al defunto, familiari e conoscenti alternavano le preghiere al cosiddetto “pianto rituale”. Da noi il lamento funebre è da tempo solo residuale ma continua a influenzare ancora i comportamenti dei parenti: mentre gli uomini restavano in silenzio, le donne di casa piangevano e gridavano il proprio dolore, ricordando episodi della vita del morto rivissuti come in un film o intrecciando una sorta di ultimo dialogo con colui che stava abbandonando la scena. L’intensità del lamento cresceva quando arrivavano altri parenti o amici a rendere omaggio al morto e si faceva grida strazianti quando la salma veniva chiusa nella bara per essere portata via. Queste scene drammatiche (da brividi per noi bambini!) ritualizzavano un dolore vero ma dovevano anche pubblicamente evidenziare l’affetto verso il morto.

Trasporto e sepoltura – Erano di solito quattro uomini a portare in spalla la bara, coperta di un drappo nero, poi caricata su un carro trainato da cavalli, sostituito negli anni ‘30-’40 dai furgoni funebri a motore. A precedere il carro con la bara (accompagnato in chiesa e poi al cimitero) erano i membri della confraternita locale e lo seguivano i familiari e tutti i convenuti; il prestigio del morto era segnalato dalla presenza della banda cittadina, dagli stendardi e dalle corone di fiori. Anche il rito religioso in chiesa non sfuggiva alle distinzioni di classe so-ciale: c’erano “funerali di 1^, 2^ e 3^ classe” a seconda del numero dei celebranti. Altrettanto va detto per le sepolture che, soprattutto prima della diffusione dei cimiteri voluti da Napoleone (1804 – fuori dai centri abitati per motivi igienici), avvenivano nelle fosse comuni per tutta la gente comune e nelle cripte delle chiese per i notabili e i benefattori; la sepoltura sottoterra (inumazione) resterà prevalente fino al dopoguerra.
Il lutto – Dopo il funerale, nella casa del morto, si consumava un pranzo per rifocillare i parenti stretti e per raccontare fatti di vita del deceduto; in certi usi locali per un periodo (finché non si fosse celebrata la messa di suffragio dell’ottavario o addirittura del trigesimo) non si potevano accendere in casa i fornelli ed erano parenti e amici a rifornire di cibo i familiari. Già dal funerale era iniziata la vestizione a lutto dei parenti: per gli uomini solo un bottone nero al bavero della giacca e una fascia nera al braccio o sul cappello, mentre per le donne “il lutto stretto” prevedeva il nero integrale anche per 2-4 anni (la vedova) e invece “il mezzo lutto” (bolli bianchi su fondo nero o viceversa) durava solo 6 mesi.
Enzo Monsù
19 agosto 2025


