Intervista al Prof. Barsch sulla memoria culturale del potere carolingio, tra l’identità tedesca, l’Europa e le faglie della narrazione storica.
Quale ruolo riveste, a suo avviso, Aquisgrana (Aix-la-Chapelle) nella memoria storica collettiva della Germania, e in quale misura ritiene che l’immagine di Carlo Magno sia ancora “viva” nell’attuale identità culturale del Paese?
“In un’immaginaria ‘mappa emotiva’ della storia tedesca, Aachen – l’antica Aquisgrana – appare come una piccola ma persistente zona di luce dorata: il luogo dove il passato imperiale può ancora essere toccato con mano (la cupola ottagonale del Duomo), ascoltato (le campane del Karlsfest ogni 28 gennaio) e persino premiato (il Karlspreis nel Rathaus). Quella luce non illumina soltanto la memoria nazionale; viene riflessa verso l’Europa, perché perfino la medaglia del premio reca l’effigie di Karl, una figura che, a forza di essere evocata come “Vater Europae”, continua a proiettarsi nel nostro immaginario politico più di molti sovrani moderni. In breve: il ricordo di Carlo è ancora “vivo”, benché sia, come i ricordi longevi, più una narrazione condivisa che un fatto incontestato”.
In Germania – che si tratti dell’insegnamento scolastico, dei musei o della narrazione storica pubblica – esistono discussioni su localizzazioni alternative o su interpretazioni differenti del centro del potere carolingio, oppure la visione tradizionale (con Aquisgrana come capitale) è presentata come indiscutibile?
“Quanto alla scuola, il curriculum tedesco di storia colloca Carlo nel modulo “Von der Spätantike ins europäische Mittelalter – neue Religionen, neue Reiche”; i manuali e le riviste didattiche dedicano unità specifiche alla costruzione del “mito Carlomagno” e persino a un esercizio intitolato «Aachen – Der Mittelpunkt der Welt?». Nei musei il Centre Charlemagne non si limita a esporre reliquie: offre medie-installazioni interattive sui molteplici volti di Carlo (il santo, il legislatore, il “padre d’Europa”). Ne risulta un’immagine complessa, ma per lo più centrata sull’idea che Aachen fosse il baricentro del potere carolingio. E qui nascono le incrinature. Gli storici insistono da decenni sul «Reisekönigtum», ricordandoci che l’impero era retto da un sovrano itinerante senza capitale fissa: Carlo soggiornò a Paderborn, a Ingelheim, a Nijmegen; Aachen fu la residenza prediletta ma non l’unico palco dello spettacolo di governo. Queste sfumature entrano a fatica nel discorso pubblico, pur se i musei di Ingelheim e Paderborn rivendicano da anni un posto nel racconto nazionale. Ipotesi più radicali – come quella del sacerdote marchigiano Giovanni Carnevale, che vorrebbe situare la “vera” Aquisgrana nella Val di Chienti – restano ai margini e vengono liquidate come «scientificamente infondate» dall’Institut Historique Allemand di Roma. In altre parole: la visione tradizionale sopravvive, ma non è affatto immune da contestazioni; semplicemente, queste faticano a valicare la soglia dell’accettabilità accademica”.
Come vive personalmente la tensione tra l’orgoglio locale per l’eredità carolingia (ad esempio ad Aquisgrana) e la consapevolezza che Carlo Magno fu anche una figura europea, non puramente “tedesca” – anzi, forse più una “costruzione culturale” che un simbolo nazionale?
“Sul piano personale, confesso di provare un sottile senso di ironia: i turisti scattano selfie davanti al trono di marmo credendo di fotografare “l’inizio della nazione tedesca”, mentre il medesimo oggetto fu – ed è – rivendicato anche da francesi, belgi, italiani. Il conflitto tra orgoglio locale (la “Kaiserstadt”) e consapevolezza transnazionale è simile a un dittongo perfetto: due suoni distinti che esitano a fondersi, ma che nella memoria collettiva finiscono per creare un’unica sillaba narrativa”.

A suo giudizio, sarebbe auspicabile o problematico se la ricerca storica seria iniziasse a occuparsi più intensamente di ipotesi come quelle di Don Giovanni Carnevale – ad esempio per interrogare le narrazioni storiche rispetto alla loro genesi e al loro uso politico?
“Che la ricerca debba occuparsi di ipotesi eterodosse? Direi di sì, purché lo faccia con il rigore dell’archeologia e non con il fervore della “storia alternativa”. Teorie come quella di Carnevale servono, se non altro, a ricordarci che ogni narrazione nasce in un contesto politico e che l’“ovvio” è spesso frutto di sedimentazioni secolari. Il rischio, semmai, è confondere la sana revisione critica con la caccia ai complotti: l’accademia dovrebbe offrire laboratori di falsificabilità, non arene di spettacolo”.
E infine, su un piano del tutto personale: durante visite ad Aquisgrana o in altri luoghi legati all’eredità carolingia, le è mai capitato di chiedersi se la storia si sia davvero svolta lì – oppure ritiene che la “memoria culturale” del luogo sia, in fondo, più importante della verifica storica in senso stretto?
“Quando cammino sul Katschhof tra Duomo e Rathaus, mi sorprendo ancora a domandarmi se davvero Carlo visse qui tutti gli inverni. Poi mi accorgo che, per molti visitatori, la “verità archeologica” conta meno del “genius loci”: è la narrazione incorporata nella pietra a emozionare, più che la certezza documentaria. Forse la storia funziona così: ciò che scegliamo di ricordare plasma i luoghi, e i luoghi, a loro volta, plasmano ciò che siamo disposti a credere”.
Mariapia Ciaghi
18 settembre 2025


