Nelle lunghissime notti d’inverno, quando la neve scendeva placida sulla campagna d’intorno, silenziosamente, a larghe falde, quasi danzando in un cielo colore del latte, accanto al grande e fuligginoso camino, dove ogni sera scoppiettava l’enorme ciocco di legno, gli anziani, con voce bassa e stentorea, quasi impauriti che qualcuno, nella tormenta, potesse ascoltarli, raccontavano quelle storie ai nipoti, raggruppati come pulcini attorno alla chioccia, avvolti dal dolcissimo tepore del fuoco.
Erano narrazioni vecchie di secoli, tramandate oralmente di Generazione in Generazione, mutate nelle parole e nei dettagli, ma rimaste le stesse nella sostanza e nell’insegnamento che volevano dare. Si raccontava di una bella Signora, che tesseva, da tempo immemorabile, lassù, tra i monti innevati, una tela con un preziosissimo telaio d’oro zecchino. Mai nessuno era riuscito a vederla ma, chi ci passava accanto, ne poteva udire il rumore della mano che, con gesti veloci e sapienti, filava quell’abito eterno.
Poi raccontavano del re dei serpenti, che un cacciatore vide in quella radura sospesa nel tempo. Egli conosceva palmo a palmo quei boschi, ma in quel luogo non c’era mai stato. Lo guardò alzarsi nel cielo, e sparire in una fiammata accecante. Poi raccontavano di quella grossa scrofa con i maialini, che nessuno era mai riuscito a catturare, la quale tirava una pesante catena di ferro. C’era la bella regina, così crudele da venire lapidata dai bimbi di San Vittore e quell’altra nobile dama, che continuamente vedevano lavarsi in un limpido ruscello di acqua cristallina e melodiosa, coperta di schifosissima scabbia, simbolo della sua voluttà. Infine, narravano anche di una casina, costruita con pietre tolte da un antico cimitero abbandonato, in cui, ogni notte, si vedeva volare a cavallo di una botte una figura femminile, avvolta da chiarissima luce lunare.
Ma la storia più bella di tutte riguardava quella vecchia casa dove, si raccontava, in passato c’era stato un Convento di frati minori. Sopra il portone di ingresso ancora si può ammirare il Cristogramma tanto amato da quel Bernardino, proveniente da Siena, il quale aveva portato il Verbo di Vita in quella zona ancora pagana. Nel mese di maggio, allorché i giorni si allungano e le notti sono più brevi, le donne del paesino di Calandrione di Cingoli ci portavano i piccoli a dire il Santo Rosario. Era un ambiente buio, con grandi stanze voltate, in cui si potevano ancora vedere le vestigie dell’antico splendore. La forma, maestosa è solenne, tradiva la Sacra funzione per la quale la realizzarono, e che i vecchi del luogo dicevano addirittura risalente ai primissimi secoli dell’era cristiana.

In un cantuccio, timidamente coperto sotto un gran manto scurissimo, era nascosto agli occhi di tutti un dipinto davvero speciale. Pochi l’avevano visto. Chi aveva avuto l’occasione di poterlo ammirare, raccontava, travolto da enorme terrore, che, se mai il proprietario della casa, a causa delle enormi insistenze della gente curiosa, ne avesse sollevato il velo nero, una nerboruta figura, armata di un enorme martello poggiato sopra l’incudine, iniziava a battere il ferro, squassando il paesino con un terremoto violentissimo e rapido.
Erano storie nate prima della Storia, con cui i ragazzi di allora si addormentavano, magari un po’ spaventati, ma con la consapevolezza di non essere soli in quel Cosmo immenso e sconosciuto, abitato, qua e là, da figure di sogno, sospese quasi in una dimensione irreale, cui si poteva accedere solo pochissime volte. Lungo la strada principale che collegava tra loro quei paesini, dispersi nella verde campagna assolata, a Cingoli, regina alta sul monte, si dipartivano altre stradine, passaggi obbligati per entrare in quel mondo fiabesco, popolato di eteree figure volanti, di signore, serpenti, scrofe e dame bellissime coperte di scabbia.
Sono proprio qui, vicino a noi più di quanto possiamo immaginare, magari proprio nell’altra stanza. Se anche noi, nelle notti buie della nostra anima, sentiamo un gemito, un colpo di martello, o, magari, un rumore che pare di catene, come se fossero trascinate da maialini inafferrabili, allora siamo entrati in quella dimensione, sospesa tra la realtà e l’immaginazione, tra il baratro dell’ignoranza e le vette più luminose di una conoscenza vecchia di secoli. Non abbiate timore. Lasciatevi prendere per mano da quei vecchi ormai dimenticati dalla polvere del Tempo e sedetevi accanto al fuoco, in mezzo ai loro nipoti morti da tanto, ad ascoltare la loro voce solenne e stentorea, quasi timorosi che qualcuno li possa ascoltare là fuori, nella tempesta che ha appena iniziato a far sobbalzare la terra e il cielo.
Aldo Tartari
23 settembre 2025


