Ma sapevo cosa la maestra Giulia gelosamente serbava nel cuore; lo sapevo perché una volta che era venuta nel laboratorio della nonna per ordinare un tailleur lo aveva confidato alla mamma: la prima guerra mondiale le aveva rapito l’amore; il fidanzato che tanto amava era caduto in battaglia e di lui conservava dei dolcissimi ricordi. Un giorno ricambiammo la visita, la mamma ed io, e la signorina Giulia ci mostrò un carillon sormontato da una ballerina che, caricato, questa volteggiava leggiadra nel suo tutù rosa, mentre una musichetta gradevole usciva dal meccanismo. “È l’ultimo dono del mio fidanzato, prima che partisse per la guerra – ci confidò con la voce che tremava per l’emozione – quando mi sento sola, ascolto volentieri queste note che me lo fanno sentire vicino”. In quella occasione mi regalò una collanina di perle rosse di vetro di Murano, forse troppo vistosa per il suo modo castigato di vestire. Ella portava ancora il lutto. Ora sapevo cosa pensava la maestra Giulia mentre guardava fuori dalla finestra e sentivo di volerle ancora più bene: ella aveva bisogno del nostro affetto.

Quando pioveva o soffiava il vento, dovevamo rimanere in classe ma anche quegli elementi di stagione erano musica, poiché la maestra c’invitava ad ascoltare i suoni sempre nuovi, sempre diversi a seconda dell’infuriare o meno del tempo: la pioggia leggera sui davanzali, lo scroscio battente sulle tegole che, poi, ricadeva in rigagnoli lungo i vetri, il temporale che rumoreggiava imminente, la bufera che scuoteva i rami ormai spogli e scheletrici che graffiavano i vetri, il refolo leggero che faceva frusciare le fronde o il vento impetuoso che sembrava scuotesse ogni fibra delle assi di legno delle pareti. Una mattina, il cielo era plumbeo, lampi e tuoni minacciavano tempesta; la maestra aveva dovuto lasciare aperta una finestra per il ricambio dell’aria poiché la stufa faceva fumo. D’improvviso, mentre ci spiegava la lezione di aritmetica usando il pallottoliere, un fulmine squarciò l’aria e un bagliore accecante riempì l’aula. La scia rapidissima e seghettata del fulmine aveva già fatto il giro dell’aula intorno ai banchi e dietro la scrivania entrando e uscendo dalla finestra. Eravamo rimaste impietrite, non avevamo avuto il tempo d’impaurirci e di gridare, che il pericolo era già passato. Il volto della signorina Giulia si era fatto di cera, ci guardava inebetita, i nostri occhi su di lei erano spalancati e attoniti. Dopo il primo attimo di smarrimento, causato anche dal fragore del tuono che aveva scosso le pareti della scuola, di corsa andammo intorno alla cattedra: avremmo voluto essere abbracciate dalla maestra per rincuorarci dalla spavento subito ma ella, insieme con la bidella, che terrorizzata era sopraggiunta, rimise l’ordine e, ricomposta dopo lo shock cercò di non spaventarci ulteriormente: “Potevamo essere fulminati all’istante ma l’Angelo custode che ognuno di noi ha alle spalle ci ha vigilato e protetto… Non dubitate mai di questo Angelo che è il compagno della nostra vita”.
Quel giorno la lezione si trasformò in una bellissima storia dove gli angeli erano i protagonisti e noi avevamo avuto il consenso della maestra a far tante domande che, via via, ci fecero dimenticare lo spavento e tornare a casa senza traumi. Sopraggiungeva l’inverno con le sue mattinate fredde, piene di brina; al di là dei vetri i rami rivestiti di galaverna ricamavano i più raffinati intrecci. La piccola scuola veniva riscaldata da una grossa stufa di terracotta a più ripiani funzionante a legna. Non sempre bastava la legna fornita dal Comune, la maestra ci esortava a portare un piccolo ceppo, se volevamo mantenere il caldo fino all’ora di uscita dalla scuola. Per non farci portare troppo peso ci faceva lasciare il sussidiario e l’astuccio di legno contenente cannello e pennino sul banco, accanto al calamaio. L’indomani nella cartella di fibra portavamo il ceppo richiesto e la stufa, col suo fuoco crepitante, riscaldava l’aula a meraviglia.

Da dietro i vetri vedevamo scendere leggera e a larghi fiocchi la prima neve; la maestra sulla lavagna, col gesso, ci disegnava ingigantiti i bei cristallini di neve che noi dovevamo riprodurre sul quaderno, contando i quadretti. Ognuna sceglieva il cristallino preferito: ce n’era per tutti i gusti. Poi ci parlava dei teneri passeri che saltellavano sulla neve e non avrebbero più trovato il becchime. All’ora di ricreazione ci permetteva di far cadere sui davanzali le briciole delle merende e ben presto essi, frullando con le ali, venivano a becchettare. Quando uscivamo, ben coperte nei caldi cappucci e nelle sciarpe di lana, la neve era già alta. La maestra ci raccomandava: “Tornate subito a casa, non prendete troppo freddo dilungandovi sulla neve”. Ma la nostra gioia era incontenibile, quei viali bianchi e ovattati, diventavano un campo di battaglia con miriadi di palle di neve. La signorina Giulia sapeva benissimo, anche mentre ci faceva le raccomandazioni, come sarebbe andata a finire, anch’ella avrebbe fatto altrettanto se il suo ruolo di maestra non glielo avesse impedito. Notavamo il suo sorriso benevolo: era una donna dolce dal cuore tenero.
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Anna Zanconi – foto di Nazzareno Medico
27 settembre 2025


