In molti poderi nel giorno di San Pietro e Paolo si mieteva il grano. Con il vicinato ci si organizzava e ci si aiutava scambiandosi le giornate di lavoro. Mietere a mano il grano con la falce, in un campo assolato, era una fatica che oggi non si può neppure immaginare.
Un grande passo avanti fu di poter usare la falciatrice a traino animale, antesignana della mieti e lega. La falciatrice a traino tagliava ma non legava il grano e l’opera di affastellamento continuava a essere fatta a mano. Per i ragazzetti guidare le vacche da tiro, con un anziano a manovrare la falciatrice seduto sul sedile in lamiera forata, era motivo d’orgoglio come guidare una Ferrari. La prima mietitrice che vidi, tirata dai buoi, era una Pietro Laverda. Un lavoro duro e faticoso ma sempre fatto col sorriso e con la soddisfazione di essere giunti al raccolto. La mietitura trascorreva accanto ai buoi, con amore, aria festosa e con un bicchiere di vino.
C’era anche la grande sofferenza di ogni contadino, al lavoro con un’afa tremenda; con escoriazioni alle braccia causate dal grano irritante e che costringeva a vestirsi con pantaloni e camice a maniche lunghe, per difendersi! Poi si dovevano fare i conti con zanzare e mosche, che non erano certo poesia. Di bello c’era il contesto sociale di unione con tutti i partecipanti al lavoro, c’era il sentire i contadini cantare e poi chiamare con gli stornelli i vicini di campo e questi a loro volta rispondevano con battute popolari. Si cantava per rendere meno pesante il durissimo lavoro e, magari, nel momento di una pausa si scoppiava a ridere esorcizzando la fatica.
La mietitura era un lavoro che, allora, durava dieci/quindici giorni, e prima di iniziare i lavori, se c’erano nubi, i contadini aspettavano finché non si fossero disciolte o allontanate. In queste occasioni tutti diventavano esperti meteorologi e ognuno diceva la sua e c’era chi guardava i piccioni se tornavano tardi alla colombaia, se l’usignolo cantava tutta la notte, o se i passeri erano più chiassosi del solito o se le rane si tuffavano nei fossi: tutti segnali di pioggia imminente. Inoltre, per scaramanzia, mai si cominciava a mietere di venerdì ma, potendo, il giorno propizio alla buona sorte che era il sabato. Per san Giovanni, 24 giugno, si diceva che si poteva mietere anche se il grano non era secco ma era abbastanza maturo.
Ormai pochi ricordano com’era alto il grano di una volta: aveva il gambo altissimo che arrivava quasi ad altezza d’uomo, riuscendo così ad affastellare dei cordoni indispensabili per legare le cove. La paglia lunga era essenziale, in certe zone, per fare le trecciaiole con cui si cucivano i cappelli. A causa della sua altezza, però, lo stelo tendeva a spezzarsi col vento ed era più soggetto “all’allettamento”, in più il gambo lungo sottraeva energia alla spiga, perciò, negli ultimi decenni, con l’arrivo dello spago per legatura si cominciò a seminare il frumento più basso e più produttivo. Prima dell’avvento delle grandi mietitrebbie, nei campi di grano falciato si allineavano i covoni a crocetta (cavalletti), tutti uguali e tutti in fila, con le spighe rivolte all’interno.
Man mano che si mieteva, aumentava il numero dei covoni, che molti lasciavano nel campo perché dicevano che erano più sicuri invece che ammassati nella “mucchia” sull’àra (l’aia), dove non erano al riparo da incendi, causati da fulmini e saette nei temporali estivi. I cavalletti di grano, chiamati anche “barchette”, erano un incastro di covoni a quattro. Molti contadini infilzavano nell’ultimo covone una canna a croce, per devozione e per non farlo scivolare; se fatti bene i cavalletti resistevano anche al vento. La particolarità costruttiva era rappresentata da una còa (il covone in dialetto) ripiegata su se stessa e, su questa base si ammucchiavano le altre còe disposte a croce, con la parte delle spighe rivolta in alto in modo da non bagnarsi con la pioggia. Spiego meglio. La còa di partenza, quella a terra, creava un “rialzo” centrale in modo che i covoni successivi disposti alternativamente sui quattro lati (sui lati opposti della croce) venivano disposti a displuvio per evitare che il grano si bagnasse in occasione degli acquazzoni estivi.
Le cove, legate, ammucchiate nei cavalletti a croce, permettevano di far essiccare il grano in campagna, mentre se avessero fatto subito la “mucchia” sull’aia vi sarebbe stato il pericolo che all’interno il grano ammuffisse, in quanto la massa sarebbe stata eccessiva per essere penetrata dall’aria. Sui cavalletti il sole e l’aria scaldavano e ventilavano le spighe e quindi l’umidità residua era eliminata. Immaginiamo quanto tempo e fatica richiedevano tutti questi passaggi, ottenuti solo a forza di braccia. Durante la mietitura tutta la famiglia lavorava il più possibile, da buio a buio, per spendere meno in manodopera esterna, con l’aiuto di qualche parente o del vicinato, a cui ricambiare il favore con del grano a fine raccolto o col “rajuto” (reciproco aiuto).
Molte famiglie, nel periodo della mietitura non guardavano all’economia: il primo spuntino si faceva verso le sei di mattina, dopo un’ora o due di lavoro, a base di pane, salame e formaggio. Poi verso le 9 c’era la colazione vera e propria, portata dalla vergara nel campo dove si lavorava. Di solito una frittata, o panzanella olio e aceto, fette di formaggio, lonzino, pane a volontà e vino del migliore, con acqua fresca del pozzo. A mezzogiorno si tornava a casa per mangiare a tavola, dopo si faceva un riposino di mezz’ora, all’ombra di un pagliaio o di una pianta, poi via fino a sera, nel caldo e nella polvere. Mentre si lavorava si buttava l’occhio al cielo, attenti che non spuntassero nubi all’orizzonte, presaghe di temporali con pioggia e grandine. In questo caso, a sera, dopo cena, aspettavano il canto del gallo, che “Se canta il gallo, dopo cena, il cielo per domani si rasserena”.
Un ultimo ricordo. Dal paese venivano operai per tentare di guadagnarsi qualcosa e le loro donne, col permesso del contadino, setacciavano il campo per raccogliere le poche spighe lasciate in terra: erano le spigolatrici, donne poverissime, magari nonne o bisnonne di persone snob che oggi sui social debbono farci vedere che sono solite abbuffarsi di scampi al ristorante.
Alberto Maria Marziali

1 ottobre 2025


