Ecco una piccola storia che ci aiuta a riflettere sull’educazione dei figli. Una gattina giovane (non più di un anno), magra e patita ci si è avvicinata. Un senso di umana pietà ci ha costretto ad accoglierla: cibo, affetto e una casa per la nuova arrivata. Essa ricambia abbandonandosi completamente nelle nostre braccia, con un leggero ronfare. Poi la sorpresa. Incinta! Al momento giusto scodella cinque micetti, naturalmente bellissimi. Essa bianca con coda nera e rare macchie, i cuccioli più neri che bianchi con una mascherina da birbanti sul musetto.
La gattina, pur così fragile, è tutta per loro e non li lascia un attimo. Li accudisce con pazienza e li allatta a volontà. Crescono, essa sempre vigile, cominciano le uscite all’aperto e la micia li chiama in continuo per non farli allontanare, accorre se uno di loro è in difficoltà e quando non riesce a farlo scendere dall’albero, corre a chiamarci, chiede aiuto a noi: scala, salita e discesa con in braccio la spericolata di turno. Poi inizia a catturare topi e lucertole e porta le vittime ai suoi cuccioli, gli fa conoscere le loro future prede.
E ancora, più cresciuti se li porta dietro e insegna loro come tendere agguati e catturare le prede. Insomma la gattina insegna ai propri figli il tema della sopravvivenza nella vita, anche la prudenza di fronte a un avversario pericoloso (in questo caso un nostro gattone permaloso e geloso) e pure a sapersi battere, a lottare. È un insegnamento continuo senza mai lasciarli da soli. La brava gattina è sempre presente.
La natura insegna e l’essere umano anche quando perde di vista il suo istinto dovrebbe sempre rifarsi alla natura. Ma, purtroppo, oggi così in troppi casi non è. Le persone sono attirate e distratte da ciò che le circonda, vogliono vivere la loro vita senza quei vincoli che potrebbero essere un limite. Il risultato è che lasciano i propri figli da soli, senza quegli insegnamenti, derivati dalla propria esperienza, che li aiuterebbero a comportarsi correttamente con se stessi e soprattutto con gli altri.
Invece lasciano che i figli, fin dalla tenera età assumano insegnamenti dalla televisione (ore e ore davanti allo schermo per farli stare buoni), davanti al tablet o con lo smartphone in mano a seguire di tutto e di più senza un efficace controllo. Chi è, ora, che educa i bambini? Cosa viene inculcato nelle loro menti così duttili all’apprendimento? Chi è che si approfitta della situazione? I risultati li vediamo ogni giorno su come i giovani vengono su plagiati: nel modo di vestire, nei comportamenti sociali, nel modo di pensare e di valutare le situazioni. Non sono più figli dei loro genitori ma di una entità invisibile che li guida a suo piacere.
Illuminante a tal proposito lo studio illustrato dal prof. Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, tra i massimi esperti in Italia di benessere digitale e presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo, che a proposito del mettere in mano a un bambino uno smartphone afferma, senza mezzi termini: “Non possiamo più nasconderci dietro alti discorsi educativi. Dare uno smartphone a un bambino di 6 o 7 anni non è un gesto d’amore ma è un atto di deresponsabilizzazione adulta. Non è un regalo, è un rischio. E uno studio ce lo dice con numeri chiari: chi riceve lo smartphone troppo presto, da adulto fatica a regolare le emozioni, soffre di ansia, isolamento, autostima crollata. Lo smartphone non è uno strumento per bambini”.
I risultati dello studio – Con l’accesso allo smartphone, maggiore è il rischio di sviluppare fragilità psicologiche in età adulta. A confermarlo è una ricerca condotta da Sapien Labs su oltre 100.000 giovani tra i 18 e i 24 anni, secondo cui chi ha ricevuto il primo smartphone prima dei 13 anni presenta punteggi significativamente più bassi di salute mentale e benessere psicologico. Il dato più impressionante riguarda i giovanissimi: chi ha ricevuto uno smartphone a 5 anni ha registrato un punteggio medio di 1 su 100, sul Mind Health Quotient (MHQ – quoziente di salute mentale), l’indice utilizzato per valutare il benessere mentale. Chi ha iniziato a 13 anni è fermo a 30. Il quadro è allarmante. Secondo la ricerca, circa il 40% degli effetti negativi sarebbe spiegato dall’uso precoce dei social media. Il resto è legato a cyberbullismo, disturbi del sonno e relazioni familiari fragili. Le ragazze mostrano le ripercussioni maggiori sul piano emotivo e relazionale; i ragazzi presentano più instabilità, rabbia e disconnessione affettiva.
Patentino digitale – Per il prof. Lavenia, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’età e la modalità con cui viene introdotta: “Un cervello in crescita non è pronto a gestire notifiche, like, scroll infiniti e giudizi impliciti. Il digitale può essere una opportunità, ma solo se arriva nel momento giusto e dentro un contesto educativo forte. Altrimenti diventa un surrogato della relazione, un anestetico affettivo, una anticamera della solitudine”. Da anni, il prof. Lavenia promuove il Patentino Digitale, un percorso strutturato a introdurre gradualmente bambini e ragazzi all’uso consapevole delle tecnologie, con un approccio educativo condiviso tra scuola e famiglia. Serve una regola semplice: prima dei 13 anni, nessuno smartphone personale. Non è proibizionismo, è prevenzione. Non si tratta di demonizzare gli strumenti digitali, ma di rispettare i tempi della mente. Perché regalare uno smartphone troppo presto, spesso, significa regalare un problema a lungo termine.
Nota del Direttore – Per guidare un’autovettura ci vuole la patente, acquisita previo addestramento, conoscenza delle regole di circolazione ed età idonea a essere consapevoli del mezzo che si guida, quindi responsabili per la propria incolumità e per quella degli altri. Per l’uso dello smartphone, diversamente pericoloso, servono regole simili.
a cura di Fernando Pallocchini
20 ottobre 2025


