“Il corredo”, versi belli, nati dalla straordinaria sensibilità di Martina Luce Piermarini

Volò il rintocco della campana dei morti / e un mistero dondolante giunse dal buio angusto. / Lo sguardo a infrarossi del ricordo estrasse una figura dalla sedia di abete. / Abitante solitario della fantasia, una donna morta, galleggiò nell’aria fino a me. / Coi capelli in una cipolla d’argento e la testa tonda come la luna / china, a cucire un lenzuolo di cotone. / La veste aveva fiori variopinti che occhieggiavano spauriti su un prato nero / e si accalcavano alla cordicella tirata sulla vita.

Come raggi morenti le sue dita sottili si animavano di tremiti passeggeri / e poi nel vuoto chiamavano i miei occhi coi palmi piatti e ghiacci di sudore / come su una rampa di lancio per riaffiorare dallo spazio infinito. / I respiri si arrampicavano sulla parete e poi scendevano volteggiando / come ragnetti in cerca di una dimensione alata. / Stanze vuote mi attraversarono / dolori diluiti in bende di silenzio e acqua di rose.

Il capo della donna si volse tutt’intorno e poi si immerse. / Gli oggetti superati, inghiottiti dalla luce astrale della luna che tingeva la stanza. / Si accasciò sulla sedia nel vestito della notte e per un istante mi sembrò di vederle un sorriso / un lampo sulla faccia tetra.

Uno spettro volò via dai suoi occhi quasi che lo spirito si fosse risvegliato / e una falce di luce brillò dal grigio. / Nessuna puzza nessun putridume la violava. / In braccio alla sua altalena dondolava come se quella fosse sempre stata la sua dimora.

La osservai cucire il lenzuolo con filo grosso da pellame e imparai a legare i vivi ai morti. Me e lei. / L’ uomo la sedia la luna in un ricamo d’angoscia. / Come un’aura dall’immisurabile splendore trovai la morte intessuta nelle cose / una struttura invisibile sotto un lenzuolo trasparente / che va di letto in letto / di madre in figlia.

La sua voce si aprì dall’eternità: figlia ecco il tuo corredo.

Martina Luce Piermarini

6 dicembre 2025

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