Castello di Beldiletto rovinato dal sisma, antica dimora dei Da Varano da recuperare

Arrivando al bivio di Muccia e deviando verso Visso, sulla sinistra, isolato in mezzo a una vasta campagna pianeggiante appare il castello di Beldiletto. La tradizione afferma che fu costruito da Giovanni da Varano, detto Spaccaferro, anche se probabilmente era preesistente; comunque è certo che Giovanni da Varano ne migliorò la fortificazione verso la fine del 1300, affinché entrasse a far parte del sistema difensivo di Camerino. Passano gli anni e, in virtù della sua bella posizione, il castello viene modificato per renderlo una villa rinascimentale da Giulio Cesare da Varano, che lo eresse a sede della propria corte.

Personaggi e battaglie – Nella sua lunga storia Beldiletto fu teatro di eventi storici e politici. Ricordiamo brevemente che nel 1382 furono ospiti Luigi D’Angiò e Amedeo VI di Savoia che si dirigevano verso Napoli; fu conquistato da Carlo Malatesta che vi tenne prigioniera Costanza Smeducci, seconda moglie di Rodolfo III da Varano; lo riprese Fortebraccio da Montone che lo riconsegnò a Camerino; nel 1424 vi morì Rodolfo III da Varano che, una curiosità, era padre di 64 figli; arrivò lo Sforza che se ne impossessò; nel 1504 vi fu ospitato (era ritornato nella proprietà de Da Varano) il Cardinale Farnese, legato pontificio per la Marca; arriviamo al 1510 e accolse addirittura Papa Giulio II che aveva al suo seguito una guardia personale di 50 giannizzeri e500 balestrieri a cavallo con codazzo di carri; nel 1527 giunse a Beldiletto la consorte di Rodolfo da Varano, Beatrice Colonna, accompagnata da 300 armati. Subì per 5 giorni l’assedio degli armati di Pievebovigliana sconfitti dalle truppe di Sciarra Colonna accorso in aiuto della sorella.

Vicende amorose – Tra tante avventure/sventure non poteva mancare una vicenda amorosa: l’amore, non corrisposto, di Giulio Cesare da Varano con la bella Madonna Perozzi e quello di Camilla da Varano con Agnolo Perozzi, un poeta. Di queste storie amorose c’è la testimonianza pittorica in varie stanze con intere pareti affrescate con piante di pero ricche di frutti, pere che sono inserite anche tra i cavalieri a cavallo di altre raffigurazioni, frutti che sono presenti nello scudo della famiglia Perozzi.

Da castello a casa colonica – Il degrado del castello inizia durante il XVI secolo, quando il ducato di Camerino viene annesso allo Stato della Chiesa e il complesso diventa una tenuta agricola. Nel 1823 la proprietà è delle famiglie Strada di Camerino e Cianni di Serravalle, dalla quale fu ceduto ai Paparelli di Muccia, che ne sono stati proprietari fino al 1993. Ebbe sorte simile al castello tolentinate della Rancia: fu utilizzato come casa colonica, fienile e magazzino.

Terremoti e passaggi di proprietà – Fu molto danneggiato dal terremoto del 1997 e a seguito dei lavori di restauro, nel 2002 furono scoperti in alcune sale nuovi affreschi e decorazioni. I passaggi di proprietà del vecchio maniero continuano e nel 2001 passa all’imprenditore Franco Sensi che acquista anche 25 ettari di terreno intorno al castello; altro passaggio nel 2012 a favore della famiglia Fabrizi di Fiastra. Oggi il castello non è visitabile perché inagibile per il sisma del 2016.

La struttura – Originariamente era circondato da un fossato, largo e profondo, alimentato dalle acque del fiume Chienti, il castello aveva forma quadrangolare e un unico accesso il cui androne era con volta a botte e, a difesa, a tutti gli angoli, aveva quattro torri a base quadrata. Internamente la corte disponeva di un loggiato con pilastri ottagonali e archi a sesto acuto in pietra bianca e rossa. Nella sala grande esiste, anche se molto rovinato, un ciclo di affreschi (XV sec.) con cavalli e cavalieri che rimanda ai poemi cavallereschi con Roberto il Guiscardo e Tancredi.

Gli affreschi – Nella sala più grande del castello ci sono i resti di un ciclo di dipinti con dei cavalieri, che in origine occupava le quattro pareti del salone. Così Paolo Cruciani descrive il ciclo: “È una parata di cavalieri armati, coronati e con lo scettro in mano che montano destrieri dai finimenti lussuosi. Sono 60 cavalieri due ordini sovrapposti, ossia 11 su ogni ordine nei lati lunghi e 4 su ogni ordine nei lati corti”. Al di sotto di ogni cavaliere c’erano dei cartigli in endecasillabi: “Re Ruberto Viscardo fei reccolta Del bel napolitan regno diviso E tucto a la mea corona el fei dar volta Rogero re de Napoli conquiso Re Roberto mio padre da [ri]a morte Che de far maior cose havea l’aviso”. In una stanza adiacente, si trova la rappresentazione di un albero di pere di dimensioni monumentali, con ampie fronde cariche di frutti maturi.

a cura di Fernando Pallocchini – foto Alberto Monti

7 dicembre 2025

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