Il vescovo Paolo Giovio che certo non lo amava, immagina così l’epitaffio da apporre sulla tomba: “Qui giace l’Aretin poeta tosco, di tutti disse mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco”. L’Aretino convalescente viene a sapere dell’invettiva del prelato e così sembra rispondere: “Qui giace il Giovio storicone altissimo, di tutti disse mal fuorché dell’asino, scusandosi col dir: egli è il mio prossimo”. Dopo questa divertente divagazione ritorniamo di nuovo alle nostre Novelle.
Lo stesso nome del Sermini non deriva da documenti del periodo che tramandano l’opera come anonima ma dalla errata supposizione nel ‘700 di Apostolo Zano, proprietario di uno dei due unici esemplari manoscritti superstiti. L’anticlericalismo del “pseudo Sermini” è molto forte, vescovi, preti e monaci intenti alla lussuria e ai vizi del mondo e poi come detto il disprezzo per i ceti umili. Lo scritto però non si può definire particolarmente erotico: non ci sono di certo le situazioni scabrose raccontate dall’Aretino. La lettura del “pseudo Sermini” è chiara: forse c’è il tocco del cancellier Masolino il quale in virtù del suo mestiere deve farsi comprendere facilmente, non è un letterato di nicchia intento a dimostrar la sua eloquenza.
La raccolta sviluppa principalmente due grandi temi: l’amore, come realizzazione della propria “passione naturale”, e il “buon governo”, per mantenere il quale l’autore fornisce una serie di indicazioni sulle doti e le caratteristiche che il “buon cittadino” e il “buon amministratore” devono avere o adottare affinché la città sia e rimanga in salute. In questa seconda categoria rientrano sia le novelle più scopertamente civili, che quelle di beffa nelle quali l’autore prende di mira il villano, dimostrando la sua ostilità, se non odio, nei confronti di quei contadini che rivendicavano l’opportunità di poter entrare a far parte dell’establishment repubblicano; oppure dileggia gli avversari politici, per primi i Fiorentini, o ancora qualche cattivo uomo di Chiesa.
In questi testi, che sono comunque la minoranza, non appaiono figure femminili, che invece la fanno da padrone nel resto della raccolta. Il corpus più nutrito quindi è formato dalle novelle erotico-amorose. L’ambiente delle Novelle senesi, come detto, è licenzioso e blasfemo, con tradimenti e prelati in cerca spesso di sesso con ingenue giovani. Il libro è composto da quaranta novelle. A differenza del Boccaccio, lo “pseudo Sermini” non intende indagare sulla complessa psicologia femminile ma si concentra principalmente in maniera anticonvenzionale per il periodo, sulla condizione di inferiorità della donna nella vita quotidiana, mettendo in guardia il lettore dai pericoli che queste potrebbero arrecargli.
Analizza particolari categorie di donne: “la moglie trascurata” sessualmente e affettivamente, “la fanciulla da età da marito” e la sua educazione sessuale, “le vedove”. Il testo quindi si può configurare come un tentativo di sollevare questioni urgenti e reali, attraverso un libro provocatorio, nel quale tuttavia l’osceno, il proibito, il malizioso, al contrario di quanto è stato detto in passato, non sono il gioco di un divertito umanista… quanto piuttosto uno strumento per accentuare i risvolti negativi di norme e leggi che regolamentavano il vivere civile.
Comunque bisogna ben precisare che l’autore non scrive di certo per rivendicare i diritti delle donne. Se nel Decameron viene spazzata via la “donna-angelo” del “Dolce stil novo” in favore della “donna-donna”, quelle stesse “donne-donne” dello “pseudo Sermini”, dotate di lucidità mentale e prontezza di spirito, pur di inseguire la propria soddisfazione, si oppongono con forza a una realtà nella quale le regole vengono fatte e imposte dagli uomini, uomini della cui “provedenza” forse vorrebbero non dover avere più bisogno.
A proposito di blasfemo – La novella XXXIII è forse intitolata in maniera dissacrante “Frate Ugolino e Fioretta”? Si accenna ironicamente a frate Ugolino da Brunforte il presunto autore dei “Fioretti”? “Fioretti” e Fioretta? La coincidenza è davvero singolare. Sarà solo un caso ma sicuramente imbarazzante se così non fosse. Fermiamoci un attimo sulla storia di Ugolino e Fioretta, una bella giovane diciottenne che viveva con la madre Terenzia, una “fresca donnoccia di quaranta anni”. Quest’ultima era “non pure innamorata ma impazzata” per il giovan frate Polidoro per cui “ardeva” e spendeva ogni soldo posseduto. Il furbo frate Ugolino, giovane confessore, compresa la follia amorosa della Terenzia, mette in atto un astuto piano per possedere la figlia Fioretta.
Per prima cosa affronta in chiesa Terenzia e le dice che è chiara la sua sfrenata passione per Polidoro che tutti avevano compreso. La vuole aiutare. Dato che lui non la ricambia, vuole organizzare un incontro amoroso con il “pollastrone” Polidoro: “pollastrone” perché ingenuo, dato che non aveva ancora approfittato della situazione. Terenzia è felicissima ma non sa come lasciare sola la figlia che dorme con lei. Nessun problema: prima di abbandonare il letto, dice Ugolino, segnerà sette volte la figlia con un “cuore di tasso secco” e questa dormirà profondamente senza svegliarsi fino alla mattina. Quindi Ugolino durante la confessione convince Fioretta che la madre la vuole rinchiudere in convento: la vuole aiutare e far sposare il ricco e bel giovane Luciano della famiglia Colonna che si era rifugiato a Viterbo da Roma per scappare a una epidemia.
La giovane Fioretta casca nell’imbroglio che prevedeva che durante la notte mentre la madre era uscita dopo averla segnata, si recasse da Ugolino per una specie di rito magico. In che consisteva? Il frate sarebbe stato “posseduto” dallo spirito del bel Luciano e la fanciulla sarebbe stata da lui presa carnalmente. Questo rito avrebbe fatto innamorare Luciano. Inoltre così Fioretta avrebbe finalmente conosciuto, dice Ugolino, le delizie dell’“amurro”, termine di cui confesso non sono riuscito a scoprire l’etimologia ma che è l’organo sessuale maschile. La cosa funziona e va avanti per qualche mese con i rispettivi incontri amorosi tra Ugolino e Fioretta e Polidoro e Terenzia che commenta il narratore, “molto devotamente tutta la notte si confessava”.
Finché Fioretta resta incinta e la madre scandalizzata la fa abortire con una pozione ma non prima che la figlia la rimproverasse per averla lasciata sola la notte per i suoi incontri amorosi. Ugolino temendo il peggio scappa ma la sua furbizia gli si ritorcerà contro e finirà per un raggiro andato a male (si trova sempre qualcuno più furbo), imprigionato in un convento di suoi confratelli, dopo essere stato anche frustato. Intanto Fioretta non decidendosi la madre a maritarla e sperperando la sua dote in regali all’amante, non potendo, come scrive il narratore, privarsi più dei piaceri della carne di cui aveva goduto e temendo di finire in convento, sfacciatamente si fa invitare a cena dal ricco Luciano e con tutta la maestria amorosa appresa da Fra Ugolino lo fa innamorare perdutamente, convincendolo a farla scappare con lui da Viterbo.
Una volta che Fioretta si è stabilita nel sontuoso palazzo Colonna di Roma, scrive una lettera alla madre che la stava cercando, dicendo che sta bene e che volentieri la farà vivere insieme a lei. Terenzia giunge dalla figlia e la rimprovera severamente accusandola di essere diventata una cortigiana ma la figlia le ricorda che è colpa sua. Imbarazzata e addolorata, Terenzia all’inizio accetta di restare ma poi con una scusa torna a Viterbo per continuare la irrefrenabile relazione con il suo giovane frate sperperando pure tutti i suoi pochi averi. Passati tre anni Polidoro però senza nessun rimpianto l’abbandona trasferendosi in un altro convento e Terenzia di lì a poco morirà di crepacuore. Fioretta e Luciano vivranno invece felici. C’è una morale in tutto questo? Da quello che si può apprendere dal Petrucci probabilmente no, forse solo un cinico racconto della vita che poi nei secoli mai cambia. Comunque ai lettori la risposta.
Bibliografia
Collana di facezie e novelle del Rinascimento, a cura di Edoardo Mori. Testi originali trascritti o trascrizione del 1800 restaurati, www.mori.bz.it, Gentile Sermini (Antonio Petrucci), Bolzano 2017.
Pertici, Petra. “Novelle Senesi in Cerca d’autore: L’attribuzione ad Antonio Petrucci delle Novelle conosciute sotto il nome di Gentile Sermini.” Archivio Storico Italiano, vol. 169, no. 4 (630), 2011, pp. 679–706.
“The true love: le donne nelle Novelle dello Pseudo Sermini” di Monica Marchi in “Il rinascimento della novella, autori, forme e lingue della tradizione novellistica tra quattro e cinquecento”, a cura di Sandra Carapezza, Elisa Curti, Monica Marchi, Franco Angeli s.r.l., Milano, 2025.
Modestino Cacciurri

9 dicembre 2025
(1^ puntata – Un personaggio dimenticato: Masolino da Montolmo, cancelliere del Petrucci a Siena | Associazione culturale La Rucola)


