Sottotenente dei Carabinieri Tito Emilio Conforti, brillante carriera di un corridoniano

Desidero parlare della credibilità e dei privilegi avuti, “nella vita e nelle armi”, per essere stato allievo della Nunziatella, il “Rosso Maniero”. Inizio dalle “armi”.

Sono uscito dalla Nunziatella nel 1962 e, all’epoca, gli ex allievi che non avevano continuato la carriera militare dovevano assolvere gli obblighi di leva. E così, dopo l’Università, sono stato ammesso al 42° corso Allievi Ufficiali di Complemento e assegnato alla Scuola di Artiglieria Semovente di Bracciano. Dopo la Nunziatella, il corso A.U.C., per me, è stato quasi una passeggiata. I mollacchioni dei miei compagni di corso, invece, erano terrorizzati da quella vita di caserma regolata da orari stretti e obblighi indiscutibili. In breve tempo sono stato promosso “scelto” e, essendo uno dei migliori del corso, sono stato ammesso alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri. Superato il corso tecnico professionale, sono stato nominato Sotto Tenente e assegnato al 2° Btg. Carabineri di Genova. Il servizio di prima nomina è stato molto interessante e, alla fine, ho avuto anche ottime note come ufficiale e come servitore dello Stato.

Nunziatella

Passo ora alla “vita”: la fine del servizio militare, per me, è stata la fine della giovinezza incosciente e spensierata. Era arrivata l’ora di affrontare la vera vita e di trovarsi un lavoro. Io, laureato in geologia, come tutti i giovani geologi italiani, sognavo l’E.N.I. e, in particolare, l’Agip Mineraria. Fortunatamente in quel periodo l’Agip stava ampliando l’organico e, a seguito di una mia domanda, abbastanza velocemente sono stato selezionato dall’Agip Mineraria e convocato a sostenere gli esami di assunzione nella Sede Centrale a San Donato Milanese. Gli esami erano una cosa molto seria e completa. Duravano due giorni: incominciavano con le visite mediche e psicoattitudinali e continuavano con colloqui ed esami sui diversi campi della geologia applicata.

L’organizzazione Agip e gli esaminatori erano eccellenti. Tra quest’ultimi c’era un giovane dottore che, solo alla fine delle due pesanti giornate e, prima del verdetto della commissione esaminatrice mi chiamò e, con bellissimo accento napoletano, mi disse: «Bravo cappelló, ce l’hai fatta». Quel dottore era Francesco Ferrari ex allievo del corso 1951/55. Dopo venti giorni ero a Milano assunto all’Agip Mineraria con contratto indeterminato e il geologo Francesco Ferrari era uno dei miei capi. Per tre anni ho lavorato in varie parti d’ Italia, poi pure per me era arrivata l’ora di andare all’estero: in Africa. Per un progetto di ricerca di acque sotterranee nel Sahara Occidentale tra l’Algeria e la Mauritania. Sono partito con la prima squadra di geologi guidata dal dr. Francesco Ferrari il quale, con grande professionalità ed esperienza, mi ha insegnato il rilevamento geologico delle grandi aree, oltre ai segreti per sopravvivere nei territori più duri e difficili della Terra.

Sono rimasto in Sahara per quasi due anni fino alla fine del fortunato e affascinante progetto. Dopo questa esperienza è iniziata la mia vera carriera che è stata rapida, bella e fortunata. Nella primavera del 1996 ero in Vietnam ad Hanoi dove, con il locale Ministero delle Risorse Minerarie, stavo definendo un progetto di ricerca di acque sotterranee nella zona di Dan Hang. Una mattina, un colonnello dell’esercito, venne nell’hotel dove alloggiavo per dirmi che il generale Giap voleva incontrarmi per parlare del progetto. Vo Nguyen Giap, anche se all’epoca aveva già 85 anni, era ancora una leggenda per i suoi connazionali e aveva una grande influenza politica sul Governo e su tutte le Istituzioni governative. Come concordato, il mattino seguente alle 8:30, una autovettura di Stato mi condusse nella residenza del generale situata nel blindato quartiere delle autorità politiche di Hanoi.

Giap, che parlava un francese perfetto, come non se ne sente più, mi pose precise domande sul progetto e sui responsabili vietnamiti e italiani in esso coinvolti. Poiché avevo capito che il generale voleva conoscere meglio anche me, ho iniziato la mia presentazione partendo dai miei studi alla Nunziatella. Il generale, piacevolmente sorpreso, mi disse che sapeva cos’era la Scuola Militare Nunziatella e che, quindi, dovevo essere considerato “persona molto rispettabile”. Mi invitò a spostarmi nella parte più interna della casa, in un giardino lussureggiante dove mi presentò a sua moglie e, dopo aver ottenuto tutti gli specifici chiarimenti sul progetto, cambiò tipo di conversazione. Parlava della fortuna che avevamo in Europa dove le Scuole militari erano eccellenti e che, a differenza di quelle dell’Estremo Oriente, insegnavano la salvaguardia del soldato. Mi diceva che lui era un autodidatta nell’arte della guerra e che aveva potuto studiare, al massimo, le strategie di Napoleone se non quelle di Giulio Cesare. Mi diceva che, alla fine di ogni battaglia, lui piangeva quando i suoi ufficiali gli consegnavano i bollettini dei caduti.

Con il Generale Giap e signora

Alla mia richiesta di dirmi qualcosa sulle guerre contro i Francesi e gli Usa, più o meno mi rispose così: “Tutte le Potenze che vogliono imporre la propria volontà a una Nazione prima o poi vengono sconfitte e il Paese che lotta per l’indipendenza vince sempre. Dien Ben Phu per i francesi e Dan Hang per gli americani sono stati gli appuntamenti che la Storia ha riservato alle guerre ingiuste”. Quando andavo ad Hanoi mi piaceva molto andare a trovare il generale Giap per farmi raccontare episodi di guerra e, sempre, il Napoleone vietnamita, mi ripeteva che piangeva per i suoi soldati uccisi in battaglia. Solo dopo molto tempo ho capito perché mi ha voluto conoscere in quella primavera del 1996 (all’epoca correva l’Anno del Topo): dei grandi lavori voleva conoscere tutto e tutti i manager coinvolti perché aveva deciso di dare battaglia alla corruzione che stava pericolosamente degradando il Vietnam. Sono rimasto in contatto con lui fino a qualche anno fa anche scambiandoci piccoli regali. Poi il generale si è ammalato e non ho avuto più notizie di lui. Il 4 ottobre del 2013 Vo Nguyen Giap, per la prima volta, ha reso le armi nella sua ultima battaglia ed è morto all’età di 102 anni.

Per lavoro sono andato più volte alle Nazioni Unite di New York. Nei primi anni ’80 sono diventato amico di Mr. Shigeachi Tomita direttore dell’Agenzia UNRFNR (United Nation Revolving Fund for Natural Resources). Shigeachi, la cui famiglia apparteneva al vecchio establishment imperiale giapponese, era uomo internazionale di grande cultura che conosceva bene l’Italia, l’amava profondamente ed era affascinato dalle sue eccellenze. Un giorno ha voluto presentarmi a un suo caro amico elogiando le mie capacità professionali e puntualizzando che avevo studiato alla Nunziatella. Il suo amico era Ryoichi Sasakawa discusso personaggio a cui venivano dati giudizi molto contraddittori e contrastanti: chi lo considerava benefattore dell’umanità chi, invece, criminale di guerra. Sasakawa, che aveva combattuto in Manciuria e in Mongolia, era considerato un signore della guerra che poteva contare sull’appoggio del governo imperiale.

Con Ryoichi Sasakawa

Politico nazionalista e militarista era ammiratore di Mussolini che incontrò nel 1939 per consolidare l’alleanza tra il Giappone e l’Italia. Arrestato alla fine della seconda guerra mondiale venne liberato presto e ingaggiato dagli Stati Uniti per combattere il comunismo in Giappone e nel Sud Est Asiatico. In breve tempo, con l’appoggio delle autorità statunitensi e con la propria influenza politica, Ryoichi Sasakawa divenne l’uomo più ricco del Giappone e, forse, il più importante dopo l’imperatore Hirohito e creò la Fondazione Sasakawa che raggiunse una capacità economico finanziaria più potente della Fondazione Ford. Ryoichi, nato nel 1899, mi ricordava spesso che, come “i ragazzi del ’99” si erano battuti per la difesa d’Italia, anche lui aveva combattuto per la Patria e contribuito allo sviluppo del Giappone dopo la terribile sconfitta.

Essere amico di Sasakawa mi ha dato una grande visibilità in Giappone e una indiscussa credibilità professionale: la mia Società, nel campo della geotermia, veniva chiamata in Giappone per consulenze dalle Istituzioni Governative. Ryoichi lavorava sempre e per tante ore al giorno senza mai riposarsi. Ai miei interrogativi sul suo stakanovismo mi rispondeva che il lavoro allungava la vita e che avrebbe avuto un eterno riposo dopo la morte. Ryoichi Sasakawa è morto nel 1995 all’età di 96 anni.

Per 9-10 anni sono andato molto spesso in Corno d’Africa per acquisire e realizzare progetti strategici in Somalia, Etiopia e Gibuti. Anche lì, la Nunziatella mi ha dato una grossa mano. In Somalia del nord, nella zona di Bosaso, realizzammo un grande progetto di ricerca e sfruttamento di acque sotterranee. Le difficoltà furono enormi: buona parte anche per ragione di problemi tecnico amministrativi. Questo mi costringeva spesso a correre a Mogadiscio per appianare i contrasti. A questo proposito, un giorno, decisi di andare a parlarne al Presidente della Repubblica Siad Barre (anche perché sapevo che era stato un allievo della Scuola Sottufficiali Carabinieri di Firenze). Richiesi un appuntamento alla sua segreteria lasciando un mio biglietto da visita nel quale avevo scritto che ero stato un tenente dei Carabinieri.

Dopo un giorno fui convocato. Mohammed Siad Barre mi attendeva in piedi al centro del suo enorme studio contornato da grandi finestre aperte che facevano ondeggiare pesanti tende di canapa. Vestiva una uniforme color kaki molto simile a quella dei carabinieri e con voce profonda mi accolse dicendo: “Vieni avandi signor denende”. Non era una scena d’avanspettacolo: i somali trasformano la “t” in “d”. Presentandomi, gli raccontai che ero stato anche allievo della Nunziatella. Siad Barre, come tutti i somali, era molto simpatico e spiritoso e, mettendosi sull’attenti, mi chiamava super tenente o meglio “suber denende” perché la “p” la pronunciava “b”. Sapeva cos’era la Nunziatella, la sua importanza e che aveva sede a Napoli.

Io riuscii a trovare le giuste parole per raccontargli i miei problemi societari e lui, con molta arguzia, mi tranquillizzò dicendomi che, come a Napoli, si potevano risolvere le cose parlando con le persone giuste, nello stesso modo anche a Mogadiscio venivano risolte molte cose. Mi disse pure di tornare da lui qualora non fossi riuscito a risolvere futuri problemi. Il presidente Barre risolse bene e rapidamente quanto gli avevo chiesto. Durante il progetto andai a trovarlo altre due volte per la stessa ragione: mi divertiva e risolveva tutto.

In Etiopia tutto era più serio che in Somalia, tuttavia andavo più spesso in Addis Abeba perché la mia Società doveva realizzare un progetto molto più grande dove erano impegnati più tecnici e più mezzi per ricercare e sviluppare l’energia geotemica ad altissima temperatura nella regione di Tendaho.

Una volta, il direttore dell’Ethiopian Geological Survey, mr. Gethaun Demissiè che conosceva bene l’Italia, in una cerimonia nazionale, mi presentò al Presidente della Repubblica (ex colonnello), informandolo anche che avevo studiato alla Nunziatella e che ero stato un tenente dei Carabinieri. Hailè Mariam Menghistu era stato uno dei migliori ufficiali dell’esercito dell’imperatore Hailè Selassiè e, per molto tempo, aveva soggiornato negli Stati Uniti d’America, dal Kansas al Maryland, per corsi di perfezionamento. è proprio durante il periodo passato in America che Menghistu maturò un profondo sentimento antiamericano. Tornato in Etiopia, dopo cruenti vicissitudini, divenuto capo dello Stato con marcata ideologia marxista, instaurò un lungo periodo di persecuzioni e di vendette che durarono fino al 1991, contro gli avversari del deposto governo imperiale e contro l’Eritrea. Io frequentavo l’Etiopia in quell’epoca che è stata chiamata il periodo del terrore rosso.

Ho incontrato Menghistu altre due volte in cerimonie esterne dove il Presidente, riconoscendomi, mi salutò cordialmente per primo. Questo gesto fu notato dal suo entourage politico-militare e si sparse la voce che ero persona molto considerata dal Presidente. Non era vero, tuttavia quella voce mi ha fatto molto comodo perché mi ha portato qualche privilegio come avere maggiore libertà di movimento in un Paese dove, per anni, è stato in funzione il coprifuoco. Siad Barre e Hailè Menghistu sono considerati Capi di Stato sanguinari. È vero! Penso, comunque, che questi siano giudizi molto semplici dati da coloro che non conoscono l’Africa della fine del ‘900, uscita da poco dalla dominazione coloniale.

Negli anni ’80 l’Eritrea era ancora occupata dall’Etiopia e, quando andavo ad Asmara o a Massaua, dai pochi vecchi notabili rimasti, sentivo parlare delle gesta del tenente Guillet. Il barone Amedeo Guillet era il comandante del Gruppo Bande Amahara, unità dell’esercito coloniale italiano composta da circa 2000 cavalieri etiopici, eritrei e yemeniti che, dal 1936, operava in Eritrea. Persa l’Eritrea nel 1941, il tenente Guillet decise di non arrendersi e di iniziare una guerra privata contro gli Inglesi che durò più di un anno. Appena potei mi organizzai per conoscere il comandante Guillet. Tutto fu molto semplice perché i suoi due figli erano stati allievi della Nunziatella, quindi, tramite loro, il barone mi ricevette molto volentieri.

Con Guillet

Passai un giorno intero nella sua grande residenza vicino Dublino, in Irlanda, dove aveva 4 cavalli che ancora montava all’età di 80 anni. Mi feci raccontare le sue avventure di guerra nei luoghi della Libia e dell’Etiopia che conoscevo e quelle delle battaglie di Dougur Dubà, di Cochen e di Teclesan in Eritrea. Da quel piacevole giorno incominciò la nostra amicizia che è durata tanti anni e di cui mi sento orgogliosamente onorato. Il tenente Guillet, il Lawrence d’Arabia italiano, ha comandato l’ultima carica di cavalleria della storia militare d’Africa dove ricevette la medaglia d’argento al Valor Militare e, dai suoi cavalieri indigeni, il nome di “Comandante Diavolo” perché credevano fosse immortale. Amedeo Guillet è morto a Roma nel 2010 all’età di 101 anni.

Tito Emilio Conforti – corso 1959/62

Tito Emilio Conforti

10 dicembre 2025

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