Contestare anziché provare a condividere aspetti pratici del saper costruire, che sono ineluttabilmente legati alla storia perché imprigionati nelle strutture degli edifici, è cosa generalmente da farsi con cautela anziché con una certa frettolosa superficialità. Questo di cui tratto ora è un argomento piuttosto tecnico e professionale e attiene a quelle conoscenze che vengono da anni di pratica.
Nel mio articolo pubblicato sul n° 324 a riguardo del libro “Annunziata 900” prodotto a spese del Comune di Montecosaro come antidoto alla mia pubblicazione “Basilicam quam Capellam vocant – di dieci e passa anni fa (la sola pubblicazione che parla di una chiesa Cristiana in val di Chienti rifondata su un tempio piceno nel V secolo), feci alcune considerazioni di ordine generale per stare nella giusta lunghezza dell’articolo. Ritengo però utile spiegare che, se si vuole veramente operare come nella premessa del libro stesso che dichiara “Questo è il momento più che mai impellente, di parlare della chiesa di Santa Maria a piè di Chienti. Dobbiamo obbligatoriamente uscire dalle speculazioni, dai voli pindarici e dalle favole. Dobbiamo immergerci nei documenti, nella storia e nella seria analisi di questo monumento… Dobbiamo preservarne la memoria e adoperarci tutti per tutelarlo, proprio per evitare che la NON storia possa distorcere la realtà storiografica…”.
Sorvolando sul tono melodrammatico da chiamata alle crociate, per andare veramente al cuore delle questioni storiche, non si possono trascurare gli aspetti tecnici e occorre prestare una certa attenzione a quel fatto inevitabile per un edificio che è l’analisi delle tipologie costruttive, analisi che rivela sia l’epoca sia le condizioni economiche e del saper fare dei costruttori. Ovviamente tale analisi non deve limitarsi a una occhiata alle superfici delle strutture, ma soffermarsi con maggior attenzione a dettagli costruttivi che possono essere, e nel caso che esporrò sono effettivamente, gli indicatori delle origini dell’edificio. L’esposizione è purtroppo lunghetta come mio solito, ma un’occhiata frettolosa limitata alle superfici talvolta diventa un’occhiata superficiale e conduce a interpretazioni altrettanto superficiali e discutibili.
L’argomento è piuttosto di tecnica pratica, ma siccome prenderlo in considerazione non impone conoscenze legate alla Scienza delle Costruzioni e al teorema dei “lavori virtuali”, ma è l’analisi delle modalità con le quali il magister murium medievale, facendo mettere un mattone sull’altro, “pose riparo” ai danni di un sisma con esondazione del fiume, e non credo si sia mai sognato di scimmiottare “archi a ferro di cavallo”. L’analisi è facile da seguire e capire anche dai non addetti ai lavori. Non ho scritto, nel mio primo commento al librone, a proposito di questo dettaglio importantissimo perché merita un’attenzione specifica da fare a parte. Mi riferisco a uno degli elementi strutturali più caratteristici dell’edificio ovvero il semicerchio di massicce colonne che sostengono a pianoterra le murature del catino absidale superiore interno, quello con gli affreschi.

Il colonnato è uno degli elementi più importanti per leggervi le origini della costruzione, ma proprio per questo richiede un’analisi più dettagliata di quella che si può leggere nel libro anzidetto a firma dell’architetto Olimpio Perugini, che non è un critico d’arte, ma un professionista dell’architettura. Ritengo che prima di arrivare alle conclusioni è sempre opportuno condurre un esame completo e non limitarsi a talune apparenze. Venendo al dunque, nelle conclusioni del suo saggio sull’architettura si può leggere a riguardo del colonnato in oggetto che “si è ipotizzato che siano stati monaci orientali a fondare il primo edificio di culto. Affianca tale ipotesi l’origine nello stesso periodo degli archi a ferro di cavallo impostati sulle colonne dell’emiciclo del coro. Questa tipologia d’arco ha attraversato secoli mediante varie culture. Retrodatare un manufatto, matricolando questa tipologia d’arco al VII-VIII secolo, lascia troppi dubbi…” pagg 92-93.
Orbene, premesso che non esiste un “coro” ma un deambulatorio del quale Vitichindo da Corva scrisse: “…processusque in medium usque fani subsistit et reversus populum, qui circumstabat nam erant deambulatoria infra supraque in illa basilica in rotundum facta” (cfr. Res Gestae Saxoniche) non esistono neppure, a mio sommesso avviso, archi definibili a “ferro di cavallo” che sono strutture tipiche dell’architettura mediorientale di matrice araba, perché non esiste notizia di alcuna compagnia di muratori arabi venuta a risolvere i problemi legati alla ricostruzione della Basilica dopo i danni del sisma del 1117 e relativa esondazione del Chienti. Mai ho letto prima di ora e neppure ho mai scritto che siano gli “archi a ferro di cavallo” a suggerire la datazione della matrice originale del monumento, che nell’elenco del Ministero della Pubblica Istruzione del 1903 è datato V secolo.
L’ascendenza a età molto anteriori al XII e anche al V secolo è, guarda caso, imprigionata anche nelle massicce colonne del semicerchio absidale. Se si analizza il manufatto con meno frettolosità, se ne possono vedere appunto i problemi della ricostruzione più incisiva, legati da un lato alle preesistenze originali (il possibile tempio pagano del dio Granno poi abitato dai Basiliani) e dall’altro alla limitatezza delle risorse e al riuso di materiali di recupero. Aspetti comprensibilmente legati alla crisi economica indotta dagli effetti di un forte sisma, fenomeno determinante di cui non c’è alcun accenno nel librone.
Torniamo alle colonne e al NON ferro di cavallo degli archetti di forte spessore che le collegano. È piuttosto evidente una particolare caratteristica di questo colonnato: le colonne che devono sostenere l’intero semicerchio absidale soprastante, sono piuttosto tozze, fatte con blocchetti di pietra e laterizi eterogenei di riuso, posati su spessi letti di malta, ciononostante sono perfettamente rettilinee, e non “spanciano”, sebbene alcune addirittura leggermente inclinate. Nella edilizia altomedievale rappresentano una particolarità unica, perché le colonne realizzate in laterizio sono sempre leggermente arcuate per gli effetti delle inevitabili eccentricità della risultante dei carichi permanenti rispetto all’asse della colonna, deformazioni favorite anche dal ritiro non omogeneo del legante durante l’indurimento (fatto che si può verificare in situ anche sulle colonne mediane che reggono il piano superiore).

Le nostre colonne hanno pure dei capitelli atipici, che non poggiano sull’intera circonferenza del cilindro, ma sono piccole mensole che sporgono diametralmente una sul lato interno dell’abside e l’altra verso il deambulatorio. Queste ultime in pratica sorreggono solo l’arco radiale che delimita gli spicchi a crociera della volta del deambulatorio. Piuttosto che capitelli sarebbero strutturalmente delle “mensole” e, altra singolarità, non è una sola mensola litica che passa da un lato all’altro della colonna, ma sono due poggiate una sull’altra all’interno della membratura, perché le estremità “posteriori” di queste mensole non sono visibili sulla superficie esterna delle colonne stesse, perciò terminano all’interno. Orbene, perché, nonostante questo inusuale sistema costruttivo, le grosse colonne siano ben rettilinee, ci deve essere un’anima monolitica rigida all’interno della colonna fatta di irregolari blocchetti litici. Tale irrigidimento interno, secondo me, è costituito dalla colonna marmorea del secondo piano del tempio romano del dio Granno (modificando il quale i monaci basiliani costruirono la loro chiesa nel V secolo come scrive il Lilii), nei lavori di ricostruzione post sisma, le colonne originali vennero rinforzate per dar loro una sezione idonea a sostenere la considerevole altezza dell’intera abside.
Questo aspetto esteriore è indotto dall’uso di materiali di recupero e di una situazione strutturale preesistente e non è certo dovuto alla volontà dei magistri di ispirarsi all’Islam e fare degli archi “a ferro di cavallo”, anche detti “oltrepassati”, che sono caratteristica peculiare dell’architettura islamica e moresca e sono tutt’altra cosa. L’arco “oltrepassato” (perché il cerchio continua ancora un poco sotto il diametro), era così fatto dagli Arabi per pure ragioni estetiche e non c’entra nulla, tanto quanto chi li costruiva, con l’Annunziata di Montecosaro. Il nostro caso è un semplice e intelligente accorgimento per garantire staticità alla muratura, pur lavorando con strutture preesistenti e materiali di recupero. Sono proprio questi accorgimenti inusuali che mi fecero sospettare, una quindicina d’anni fa, che la tabella marrone (colore voluto dal legislatore per segnalazioni turistiche e oggi non rispettato) con su scritto “Basilica di Santa Maria a piè di Chienti Sec. X” (Basilica e NON Chiesa) fosse una indicazione che non legava col “carattere” della planivolumetria e delle tipologie strutturali dell’edificio.

Ci ho ponzato su per un lustro prima di scrivere, dopo aver preso in considerazione anche la pubblicazione dell’Avarucci sulle scritte e sulle datazioni che non condivido. Mi ha aiutato a capire una semicolonna di marmo apuano che è visibile, trasformata in candelabro, in un angolo del pianerottolo superiore. Questa non può essere “appartenuta a una villa romana dei dintorni” perché se ritrovata secoli fa sarebbe diventata buon cemento o cocciopesto. Guardacaso il diametro di questo pregevole reperto della romanità è uguale alla larghezza delle mensole-capitello perciò quel manufatto di marmo non è mai uscito dall’edificio. Per fare chiarezza basterebbe fare un piccolo foro in una delle colonne, un piccolo foro come le centinaia fatti dagli elettricisti, questo potrebbe permettere di verificare se c’è davvero la colonna marmorea, ma, se non è per l’impianto elettrico un foro di 6 mm. può essere fatto solo da specialisti incaricati dalla Soprintendenza, che non ha mai pensato (o non ha mai dichiarato) di andare oltre le apparenze, magari facendo fare una elettrotomografia tridimensionale computerizzata (per nulla invasiva) che svelerebbe ciò che il sottosuolo nasconde del piano terra originale e dei resti del possibile tempio pagano, ma da quanto ha fatto il Comune si evince che è meglio spendere per fare un libro contro “la NON storia”, piuttosto che verificare una realtà che “taglierebbe la testa al toro” ma non a quel torinese che ha ancora l’ardire e la voglia di scrivere su queste cose. Un disegno chiarisce la questione ed è facile da “leggere”, in caso di dubbio basta andare nella Basilica con un minimo di buona volontà a verificare de visu.
Medardo Arduino
13 dicembre 2025


