Quando eravamo più poveri ma più ospitali, forse perché avevamo niente da perdere

I miei ricordi d’infanzia mi restituiscono due nitide esperienze riferite ai primi anni ‘50 del ‘900. Doveva essere stato un inverno particolarmente ostile e nevoso quello che bloccò il ritorno a casa a piedi (a San Faustino di Cingoli) di un soldato in licenza: si stava facendo sera e, ancora in divisa, si fermò a chiedere ospitalità per la notte a casa nostra.

Il soldato – Mi colpirono le attenzioni a lui riservate da mio padre e mio zio, forse memori delle loro sofferenze di soldati in tempo di guerra e in terra straniera (in Jugoslavia, sul fronte greco-albanese e addirittura in Germania come prigioniero): gli procurarono vestiario asciutto, fu rifocillato, gli aprirono la cantina e le riserve migliori di cibo. Gli dedicarono ascolto e attenzione, quasi tenerezza, oltre che l’alloggio per la notte nella “camera degli ospiti” di allora, la stalla. Perdurando le condizioni metereologiche ostili, restò per tre giorni ospite della nostra famiglia e ripartì con una scorta alimentare in bisaccia, a mo’ di viatico.

Il meridionale – Anche più forte è il ricordo di un personaggio capitato una mattina a casa di un vicino e restato in quella famiglia per anni, tanto da diventarne parte organica, fino ad acquisirne il cognome, almeno per l’immaginario sociale della nostra comunità locale; divenne “Dome’ de Fià”, Domenico Falappa: con questa famiglia mangiava e dormiva, ci viveva e lavorava e non ricordo che ci si interrogasse tanto sulla sua provenienza. Ora, ripensando alla sua figura taciturna, la coppola in testa e la parlata dialettale meridionale, mi chiedo da dove potesse esser venuto e perché. In verità negli anni del dopoguerra non erano isolati i casi di militari sbandati o che, tornando, trovavano a casa condizioni mutate e invivibili; c’erano anche persone costrette a fuggire da casa per reati commessi o per minacce subite, che -dopo un periodo di vagabondaggio senza fissa dimora- trovavano famiglie di contadini che le accoglievano offrendo vitto e alloggio in cambio dei servizi di manodopera. Senza accordi espliciti e contratti di sorta.

La diffidenza – Queste situazioni, rivissute dal punto di vista dell’oggi, ci interrogano. Oggi proviamo diffidenza verso chi bussa alla nostra porta, foss’anche il postino, percepito come un intruso e una potenziale minaccia. Non voglio mitizzare il passato, dominato dalla precarietà, ma il non aver niente da perdere -paradossalmente- ci apriva alla novità; e invece l’avere tutti, oggi, un qualcosa da perdere, anziché garantirci sicurezza, ci procura diffidenza e paura, paura di perderlo, e temiamo il nuovo che sopraggiunge come una minaccia. Può essere utile almeno interrogarsi su “chi e cosa stiamo diventando”, sul mutamento antropologico in corso, sull’orientamento nuovo della “pianta uomo” che siamo.

Gli antichi Greci nel mito elaboravano la realtà e le loro esperienze. Siccome crearono il mito dell’ospite protetto dagli dei -i quali spesso prendevano le sembianze proprio di un ospite per venire incontro agli uomini- vuol dire che sentivano l’esigenza di mettersi al riparo dalla pulsione di sfruttare l’ospite indifeso, di scacciarlo per evitare noie e minacce a sé e ai propri beni. Il porto e la strada erano i luoghi in cui più spesso, per i Greci, gli dei venivano incontro agli umani manifestandosi nelle vesti dell’ospite; allora si fecero obbligo dell’ospitalità e la ritualizzarono: doveva concludersi con un dono d’addio all’ospite, a indicare che l’ospitalità non era stata solo un dovere ma un onore e così ci si garantiva la benevolenza del dio per il sospetto della sua presenza dietro l’ospite.

Il mondo romano tradusse addirittura in norma giuridica il valore greco dell’ospitalità, creando il praetor peregrinus per i contratti e le controversie con lo straniero. Il prototipo classico dell’ospite è Ulisse nel suo vagabondare verso la patria Itaca. Nausicaa, la figlia del re dei Feaci Alcinoo, spinge le sue ancelle a non aver paura del naufrago Ulisse trovato in spiaggia e a offrirgli cibo e vestito: “questi è un misero naufrago, che ci è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri” (Odissea VI, vv. 206-208).

Il valore divino dell’uomo – La civiltà classica, col sospetto della presenza di un dio nelle sembianze dell’ospite, intuisce il valore divino dell’uomo, chiunque sia e da dovunque venga. Questa intuizione diventa nel Cristianesimo una beatitudine: “Ero straniero e mi avete accolto” (Mt. 25, 35). E San Paolo raccomanda nell’Epistola agli Ebrei “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. D’altra parte al mondo classico non sfugge l’alternativa dell’ospitalità. Infatti si racconta di Polifemo, essere crudele e inumano, il quale divora i compagni di Ulisse capitati nella sua isola. Forse anche noi oggi dobbiamo decidere chi vogliamo essere: Polifemo o Nausicaa?

Enzo Monsù

22 dicembre 2025

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