Siamo in Lombardia nel bel mezzo dei secoli più bui del Medio Evo ed è quasi d’obbligo l’interrogativo manzoniano di don Abbondio: “Comacini, chi erano costoro?” Perché schiere di storici dell’arte hanno cercato non già di qualificare la loro impronta professionale ovvero le caratteristiche tecniche della loro “scuola” ovvero quello che ne qualifica l’importanza, perché questo non ha interessato gli storici dell’arte che dall’alto delle loro cattedre si sono cimentati soltanto nella ricerca di un astruso significato del loro nome piuttosto che delle origini del loro savoir faire?
L’ipotesi più logica e semplice sarebbe che il loro nome distintivo sia semplicemente relativo al loro luogo d’origine e questo è certamente il più probabile significato: Comacini (Commacini) uguale gente di Como. Troppo semplice e poco intellettuale per finire nei saggi di storia dell’arte. Forse non ci si ricorderebbe di loro se un Longobardo non avesse incluso nei suoi editti un “prezziario” delle opere edili: il Memoratorium de mercedibus commacinorum, attribuito a “re” Liutprando, i cui contenuti ritroviamo nelle trascrizioni ampiamente “restaurate” e arricchite dell’Editto di Rotari.
Perciò questi professionisti dell’edilizia sono su piazza almeno dal VII secolo. Forse a causa della loro fama, forse perché si parla solo di loro nei pochissimi documenti più volte trascritti e interpolati, che questi Maestri della cazzuola e del fratazzo siano semplicemente Comaschi non piace ai letterati perché se così fosse, addio approfondimenti filologici e dotte disquisizioni in cattedra dove il mattone non pesa. Fra le molte minuziose ricerche dell’origine del nome ci riferiamo, una per tutte, a quella di G. Cantino Wataghin “I magistri commacini (ancora una volta) – in Architecture, décor, organisation de l’espace – 2013.”
L’opinione su cui hanno ricamato critici e storici dell’arte, è che il nome non identifichi una categoria di professionisti provenienti da una regione geografica, ma che sia invece un attributo qualificativo perché questi “specialisti” usano delle machinae come spiegherebbe addirittura Isidoro da Siviglia “machiones dicti a machinis, quibus insistunt propter altitudinem parietum”. L’aspetto delle macchine attecchisce e i Comaschi diventano “macchinisti”, operatori d’origine indeterminata che arrivano in cantiere “cum machinis”. Ė il caso di spendere qualche riga ad esaminare le conclusioni che sono fiorite sul nome. La Cantino Wataghin non manca di evidenziare la pluralità di significati della parola Machina nel latino classico, ma finiscono per rientrare tutti nella casistica tipologica dei “macchinari” come diremmo oggi, compresi quelli per sollevare carichi cioè “in altum quomodocumque tollendos, ad magna pondera movenda et transferenda”. Non cita il classico “Deus ex Machina” del teatro greco da Mechanè, lemma che tradurremmo senza incertezze come progenitore di “macchinario” ovvero manufatto caratterizzato dal poter compiere azioni dinamiche mediante componenti intrinseci alla sua costruzione.

In tutti i saggi recenti, archeologi e storici dell’arte interpretano Comacini come “cum machinis” dando al termine machina il significato di “impalcatura” perciò questi muratori sarebbero i costruttori che si avvalgono di quelle impalcature, di cui è menzione nel Memoratorium pagata un tanto a piede d’altezza. L’impalcatura è così importante che addirittura il suo uso sarebbe stato “il fattore qualificante dei magistri” (G. Cantino Wataghin). Non ha destato perplessità neppure il fatto che questi “macchinari” siano pagati per quanto sono alti e non per altre prestazioni, forse per misconoscenza dei rudimenti di statica dei sistemi rigidi e dell’organizzazione di un cantiere. Senza invocare la fisica universale, non credo di dover ricorrere ai sacri testi per spiegare le differenze fra le sue branche dette Dinamica e Statica, semplicemente una “macchina” da quando esiste il vocabolo è un manufatto che ha insito in sé il concetto della dinamicità ovvero del movimento di alcune sue parti. Impalcatura o “ponteggio” è invece una cosa eminentemente statica, allora come oggi, cioè che non si deve muovere (ci mancherebbe!).
Nei lavori di letteratura si legge tutt’altra cosa: che i Magistri cum Machinis, erano al tempo loro qualificati perché solo loro usavano i ponteggi: secondo P. Brogiolo “la definizione di magistri cum machinis allude, come parametro per distinguere la categoria, solo alle impalcature che evidentemente consentivano di operare ad un’altezza superiore ai due/tre metri” (in Architetture e tecniche costruttive in età longobarda: i dati archeologici – 2008). Aldilà della facile ironia, si invita chi ha interesse per la storia della cultura materiale a calarsi per un attimo nel mestiere di un muratore che lavora a un muro in scapoli litici o in mattoni. Tale operatore non essendo un Commacinus, e non avendo a disposizione delle impalcature oppure ponteggi, costruisce con perizia e pazienza una membratura giustapponendo un corso (un pezzo dopo l’altro sullo stesso piano orizzontale) di pietre o mattoni adagiati su un letto di malta del giusto spessore, poi li acconcia con dosati colpetti del manico della cazzuola e, corso dopo corso, giunto che sia a un paio di spanne sopra l’altezza del proprio naso, deve iniziare a lanciare in aria, qual consumato giocoliere, alternativamente cazzuolate di malta e singoli mattoni, con la precisione di un canestro da tre punti, finché, giunto ad un’altezza del muro di “due o tre metri”, smette di lavorare perché o gli manca la forza per lanciare o gli difetta la mira.
Un coro di voci sdegnose obbietterà: ma cosa dici! Il muratore per arrivare a tre metri avrà lavorato con i piedi su una tavola posata su due cataste di mattoni alte da terra più o meno un metro e mezzo, cosi il suo naso (perché gli occhi per vedere cosa fa sono generalmente ai lati del naso) può arrivare alla quota di tre metri. Giustissimo, ma perché limitare allora l’elevato del muro a soli 3 metri? Camminando su una tavola (anche detta palco) sospesa su due appoggi, il nostro operaio ha creato i presupposti dell’“impalcatura”, ma questo è avvenuto nella notte dei tempi in Mesopotamia quando i Comacini non esistevano ancora. A proposito di “macchinari”, nei rendiconti amministrativi basso medievali delle costruzioni edili, quale è il libro spese per la costruzione del castello di Torino, oggi Palazzo Madama, compare, quando si lavora oltre il piano terra, il termine ingegna riferito all’uso di apparecchi di sollevamento (opere “di ingegneria” o congegni o marchingegni) questo smentisce che fosse usato il termine machinis per indicare carrucole e verricelli, pertanto le macchine restano fuori dal cantiere.
Lavorando in altezza si realizzano anche i solai, che richiedono anch’essi mezzi per il sollevamento adatti ai carichi e alle dimensioni dei componenti e anche i ponteggi necessari per realizzarli, ma il citato critico d’arte non vede le necessità del sollevamento di elementi pesanti, per le strutture portanti dei solai perché scrive: “Il Memoratorio accenna al costo delle impalcature per realizzare soffitti (peuma) fissato ad una siliqua per piede, ma non è chiaro a quale tipo edilizio si alluda, anche se è da riferire ad una copertura che prevedesse quantomeno degli archi, in quanto un soffitto piano non ha necessità di un sostegno”. Non è il caso di insistere sull’insostenibilità di una simile spiegazione, se è pur vero che siamo all’incirca 1400 anni da quei tempi, due cose non sono mai cambiate: la forza di gravità e l’uomo in quanto biologicamente tale.
Con un poco di buona volontà, se interpreto con “volta” l’espressione “che prevedesse quantomeno degli archi” che tutti sanno vogliono un’armatura di sostegno, è il caso di ricordare che anche un orizzontamento non spingente costituito da grosse travi portanti ha bisogno di apparecchi di sollevamento, e pure questo ovviamente ha assoluta necessità di un’impalcatura, almeno per permetterne la posa. Non penso che si possano assimilare i Comacini a quel gruppo di carpentieri che una celeberrima fotografia del 1932 ritrae seduti a far colazione su una putrella di un grattacielo newyorchese in costruzione, a trenta piani da terra. Un collega statunitense mi raccontò che non era stata un’istantanea di un giornalista, ma una posa lungamente studiata, predisposta e pagata e pare che tre metri più sotto ci fosse già un pavimento.

Con soddisfazione degli archeologi e storici Lariani, l’unico etimo coerente col fatto che se ne parla nell’Italia settentrionale è che questi maestri edili abbiano avuto sede iniziale proprio nella regione comasca, ma perché proprio lì? Sembra una domanda alla quale nessuno o quasi ha pensato di rispondere. Concludo per il momento con la constatazione che quando Valentiniano I sposta la capitale da Roma a Milano, lo seguono questi magistri, che già operavano per le ricche élites dell’Urbe e dintorni, e perciò si è spostato al Nord -conservandosi- il saper costruire dei secoli di fulgore della cultura italica nella romanità. Ė questo il fondamentale apporto dei Comacini alla storia sociale del Medio Evo ed è il caso di ricordarlo.
Medardo Arduino
1 ottobre 2026


