Novembre è il mese che ci trasborda alle giornate più rigide. In casa si sentiva il freddo ed era fatica infilarsi sotto le lenzuola ghiacce. Ai vecchi tempi, la tradizione contadina faceva iniziare l’Inverno nel giorno di Santa Caterina. Infatti, il primo fuoco dell’invernata, che non fosse per cuocere il cibo, ma per scaldare la cucina e per scaldare il letto con il “prete” e la “monaca”, si era usi accenderlo il 25 novembre, un mese giusto prima del Natale continuando poi fino all’ultima sera di febbraio.
Per questo, dalla soffitta si scendeva “Lu scallalettu”: Prete e Monaca. Il prete e la monaca in questione erano due oggetti molto comuni nelle nostre case di un tempo e servivano per rendere gradevole andare a dormire. In passato, soprattutto nelle case rurali, non esisteva l’impianto di riscaldamento e l’unica fonte di calore era il grande camino della cucina. Per il vero, la vergara lo teneva acceso tutto l’anno fin dall’alba, e serviva invariabilmente sia per cucinare che per riscaldarsi nelle lunghe e fredde serate invernali. Nelle rigide giornate ci si attardava in cucina il più possibile per fare “scorta di calore” perché nelle altre stanze non c’erano che freddo e umidità e ci si arrangiava come si poteva.
Solo i benestanti o i ricchi borghesi disponevano di altrettanti camini nelle camere. In un mondo prevalentemente agricolo, le case erano strutturate in modo da avere il piano abitato direttamente sopra le stalle, così da poter sfruttare il calore delle bestie sottostanti. Questo, però, non era sufficiente pertanto si doveva ricorrere a metodi ingegnosi e di poca spesa, come bracieri, mattoni arroventati, borse dell’acqua calda, da mettere direttamente nel letto o il prete e la monaca appunto. Ma com’era fatto questo ingegnoso scaldaletto?

Era un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una gabbia cuboidale aperta, avente base quadrata centrale, ricoperta di lamiera (per evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dalla monaca che vi veniva posata sopra). Teneva sollevate le coperte e permetteva al calore di diffondersi. In tal modo si riduceva il tasso di umidità, di coltri e di materassi, di cui erano pregne nella stagione invernale le case di campagna (ma anche in quelle di paese). Sollevando le coperte si creava una sorta di bolla di calore che riduceva l’umidità delle coltri, nelle fredde stanze da letto nella stagione invernale.
Il braciere (la monaca) che si utilizzava invece, riempito con le braci del camino, era un recipiente di terracotta, simile a una bassa pentola, bucherellato lungo i bordi e provvisto di un manico. Con questi accorgimenti, quindi, se non si poteva scaldare tutta la stanza, almeno al momento di coricarsi si ritrovava il letto un po’ più caldo e accogliente, tanto più che i materassi spesso non erano di lana ma erano duri e riempiti di freddo crine o costituiti da sacconi ricolmi di “sfogli” del granoturco; le lenzuola erano di ruvido cotone.
Il nome prete era la denominazione nel territorio maceratese/fermano ma in altre zone addirittura si chiamava “frate”. Nonostante la tanta fede e il rispetto reverenziale che si aveva un tempo per le “cose di chiesa”, si usavano questi due nomi, prete e monaca, quasi in modo, si può dire, dissacrante. Lo scaldaletto in legno, chiamato anche “prete” a causa della sua forma che ricordava il tricorno dei preti di un tempo, era la struttura che veniva posta tra le lenzuola. La “monaca” era invece il contenitore in terracotta o anche in metallo che ospitava le braci ardenti. La sua forma era tondeggiante e un po’ ampia, a seconda delle zone, e ricordava la gonna a pallone di una monaca. Qualcuno tempo fa mi ha spiegato che il nome “prete” potrebbe derivare dal fatto che per scaldarsi in quelle case/neviera, in condizioni tanto estreme, non restava che affidarsi alla… misericordia del prete!
Alberto Maria Marziali
13 gennaio 2026


