Arrivo a Roma con il bus di linea da Macerata e sulla via Nomentana dopo la Tiburtina leggo la frase, anonima, apposta in rilievo sulla facciata di un fabbricato del secolo scorso: “Venit diuturnus Hospes sol”.
Pochi penso ormai la notino. Del fiume di auto nessuna rallenta e io, passeggero nel pullman, mi sento un privilegiato di poterla sbirciare dal finestrino pensando: sono a Roma! Nel turbinio della vita moderna e dell’incessante traffico quella frase ha per me il senso di una lontana galassia un po’ fuori dal mondo riportando alla memoria il vecchio “latinorum” del bel tempo che fu ma anche buona parte dello stesso mio passato.
È un po’ come tornare a casa, andare a Roma; tornare a Roma. La prima volta ci andammo con la Famiglia, nell’Anno Santo 1950, ospiti della Famiglia di una Zia materna, che ora riposa nella nostra Cappellina di Recanati perché, quando morì, morire a Roma era come sparire per sempre nel triste “Prima Porta”.
Furono giorni indimenticabili. Ritornai per un Corso alla Banca d’Italia ma trovai poi la mia strada nella Professione Legale che spesso mi ha riportato nella “Caput Mundi”, con soddisfazione e successo. E così Roma è sempre Roma, specie per noi marchigiani.
La scritta che introduce nella Città consiste in una semplice constatazione: “Viene come ogni giorno, ospite, il sole”. Lo credo bene: con l’edificio esposto a mezzogiorno sarebbe grave che il sole non venisse, anche solo per un giorno. C’era bisogno di scriverlo così evidente? A che pro, oggi che tutti corrono senza sosta con le auto, impegnati a non urtarsi, chi ci farà caso?
Non sono riuscito a risalire all’autore della frase ma credo che togliendo la “t” alla parola “venit”, riducendola al vocativo “veni”, si trasformerebbe in: “vieni o sole, come ogni giorno!”. Ricordando che il sole è la gioia di vivere e, rituffandosi nel caos del Nomentano, ognuno passerà oltre attendendo il suo arrivo, prima possibile.
Giuseppe Sabbatini
26 gennaio 2026


