Perché addomesticare la storia? La storiografia non è una scienza ma esige precisione

Ogni tanto, nella vita arriva un momento di riflessione. Considerando il presente e gli episodi di aberrazione del vivere in società a cui assisto quotidianamente, e in questo mi riferisco alla totale perdita di valore del principio della sacralità della vita per cui una ragazzina che aveva un’intera esistenza ancora da vivere è stata brutalmente massacrata solo per aver detto no, mi chiedo per darmi una ragione per continuare a scrivere del nostro passato “cui prodest?”, a chi giova?

A chi possono interessare i risultati di una ricerca delle nostre radici condotta col massimo rigore possibile nell’uso del vocabolario e nell’analisi delle fonti se poi si può tranquillamente trattare il medesimo argomento interpretando in modo semplicistico e piuttosto distorto, le poche tracce rimaste dopo sei secoli di negazione e cancellazione della storia di questa regione che mi ospita. Ebbi già a conversare tempo fa esprimendo la mia opinione su chi parafrasando Guglielmo Crollalanza (per i letterati William Shakespeare) si espresse con “to cancel or not to cancel” o pressappoco quello, proponendo di eliminare i lavori di don Giovanni Carnevale e fare piazza pulita della sua scoperta. Il mio pensiero a riguardo è finito su YouTube e lo riassumo con la semplice costatazione che da un lato la nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e opinione e dall’altro che non esiste un Albo professionale degli “storici” perciò la storia è giardino di tutti.

La legge non esplicita però un fatto evidente, ma col passar del tempo sempre più appannato, che è l’uso della coerenza nel trattare argomenti sicuramente complessi e che, in quanto tali, richiedono un certo rigore metodologico, rigore che innanzitutto vorrebbe l’esplicitazione del metodo di analisi utilizzato. Anch’io ho scritto di Storia e per questo ho innanzitutto spiegato (nel tomo sulla storia del Piceno) quale sia stato il metodo di analisi utilizzato e su quali presupposti teorici e metodologici fosse basato, il tutto in una decina di pagine tratte dallo specifico capitolo della mia tesi di laurea del 1980, senza prendere nulla a prestito da Descartes per vestire astrattamente il metodo stesso, men che meno gli assi ortogonali che hanno il suo nome.

Scrivo da tempo su questo foglio (Ndr: La rucola), in genere espongo le mie tesi inevitabilmente ponendo alcuni argomenti a confronto con quella storiografia che definisco “ufficiale” in quanto insegnata a scuola. Lo faccio perché credo nel pluralismo dell’informazione e nel convincimento che i dogmi siano campo esclusivo delle religioni. Sono anche convinto che non si può vendere per storiografia un testo rimpinzato di assunti non spiegati e soprattutto di “traduzioni” di brani di documenti fatte cambiando a piacimento il significato di un vocabolo chiave nel passarlo da una lingua all’altra. Se è pur vero che la storiografia ancora non è scienza e men che meno matematica cartesiana, questo non significa però che si possa arbitrariamente sostituire, nella traduzione, il significato di un vocabolo originale con un altro di significato del tutto differente e su questo costruire fatti o situazioni “storiche”.

Chiarisco con un paio di esempi relativi a due interpretazioni fra le tante, relative a siti e monumenti intorno a cui è ruotata la storia dell’Alto Medioevo. La prima è relativa a un luogo in cui avvenne un episodio chiave quale la tumulazione di Carlomagno: si tratta del terremoto dell’anno 829 avvenuto ad Aquisgrana, che i miei lettori abituali già conoscono e mi scuso se lo ripeto ma è necessario: la nota negli Annali di Lorsch recita: Post exactam hiemem in ipso sancto quadragesimali ieunio paucis ante sanctum pasche diebus Aquisgrani terre motus noctu factus ventusque tam vehemens coortus, ut non solum humiliores domos, verum etiam ipsam sanctae Dei genitricis basilicam quam capellam vocant, tegulis plumbeis tectam non modica denudaret parte.

Traduzione – “Poi che l’inverno ebbe termine, proprio durante il santo digiuno quaresimale, pochi giorni prima della santa Pasqua, ad Aquisgrana si scatenò un terremoto notturno e si sollevò un vento talmente impetuoso da spogliare non solo le abitazioni più umili, ma anche e non in piccola parte, la stessa basilica della santa Madre di Dio che chiamano cappella, ricoperta di un tetto di scandole di piombo”.

(http/www.thelatinlibrary.com/ annalesregnifrancorum.html)

Questo, nel documento in oggetto trascritto qualche secolo dopo, è il secondo terremoto nell’arco di un trentennio che funesta la regione in cui sorge una BASILICA che la gente abitualmente chiama LA CAPPELLA, sostantivo che nel latino Tardo Antico identifica senza ombra di dubbio una struttura in muratura foggiata a calotta sferica; mi sembra ovvio che la chiamino in tal modo per distinguerla dalle molte altre chiese della regione tutte dedicate alla Santa Madre di Dio, ma che non hanno la “cappella” che nell’Alto Medio Evo era sinonimo di cupola o di duomo, struttura che a quei tempi era una realizzazione specialistica difficile e costosa quasi come il ponte sullo Stretto. Solo un personaggio o un’istituzione di grande potere, anche economico, poteva permetterselo. Negli Annali di Lorsch la chiamano la Cappella, come a Roma San Pietro è detto il Cupolone, pur precisando l’importante condizione giuridica di “basilica” ovvero di un edificio pubblico di fondazione imperiale, come lo fu la prima basilica romana, quella di Massenzio e Costantino il quale era appunto detto all’orientale il Basileo anziché l’Imperatore.

Queste semplici ma corrette considerazioni, forse perché non confacenti agli scopi richiesti ai filologi bismarckiani che lavoravano al Monumenta Germaniae Historica, sono state disattese con un evidente errore (voluto) traducendo il vocabolo <basilica> in Pfalz  perciò da edificio pubblico diventa il palazzo del re e la Cappella, con questa “spiritosa invenzione” non è più una calotta sferica, ma diventa un intero edificio la PFALZKAPELLE ovvero nella traduzione in italiano la CAPPELLA PALATINA, anche se la locuzione non ha alcun equivalente tipo “Capellam Palatii” negli originali in latino nei dieci secoli del Medioevo. In questo modo viene legato l’edificio “basilica” direttamente al palazzo reale, anche se nei diplomi originali fino al XI secolo, in cui compare la locuzione “aquisgrani palatio regio”, non c’è mai alcun riferimento che indichi la presenza di una chiesa nel palazzo, né pubblica né privata.

Vitichindo che descrive l’unzione imperiale di Ottone nella Basilica, narra in un successivo capitolo separato il pranzo di gala al Palazzo, (stiamo parlando per me di Santa Maria a piè di Chienti e di San Claudio) distanti fra loro. Gli storiografi tedeschi non avendo alcunché di carolingio da mostrare al loro pubblico mentre il Pertz spiegava “dobbiamo federarci perché siamo tutti figli del grande Carlomagno”, hanno usato come carolingio l’unico edificio basso-medievale esistente alle terme di Bad Aachen trasformandolo pesantemente nel Milleottocento, condizionati dal nome che i Francesi diedero ad Aquisgrana, ovvero Aix la Chapelle, luogo che gli storici francesi non hanno mai chiarito dove potesse essere, se in Renania o in Val di Chienti. Gli storici tedeschi impapocchiando le traduzioni pro domo sua hanno fatto salire agli onori della Storia l’edificio di Bad Aachen che pare sia un mausoleo del XII secolo (costruito ottagonale per poggiare sulle massiccie pareti di una vasca della terma romana di Aquis Villa tanto per capirci) e non avendo null’altro di meglio, è diventato per i fini politici di Bismarck la Pfalzkapelle carolingia, anche se intorno del Pfalz non c’è alcuna traccia.

Vogliono la loro “cappella-del-palazzo” addirittura derivata dal San Vitale ravennate. Facile ironia a parte, se la pochissima documentazione affidabile fosse esaminata con una metodologia corretta e condivisa e non con metodi personali di cui non è data alcuna spiegazione, tutto sarebbe già chiaro da tempo e forse dovrei occuparmi di altro. Il prof. reverendo don Giovanni Carnevale che ricordo con affetto e ammirazione, avendo studiato da privatista storia dell’arte in un periodo in cui tutto ciò che era made in Germany era il massimo, ha presa per buona la locuzione Pfalzkapelle (come tutti i cattedratici italiani anche più giovani) e ha proseguito in grande solitudine ad ambientare il Medio Evo carolingio nelle Marche, centrando il problema, ma facendo qualche errore di dettaglio, solo e soletto nel mare magnum del conformismo accademico. Anche sulla base delle mie esperienze in materia ammiro la sua costanza e determinazione. Solo per questo nome che lesse sui testi tedeschi, ritengo che egli abbia concentrato solo su San Claudio tutta la sua tesi rivoluzionaria. Carnevale non ha galoppato con la fantasia, ma ha fatto errori per aver studiato su testi palesemente germanofili e in quanto ad architetture è andato a braccio, sostenuto solo dal suo buon senso, come nel caso del “frigidarium” di Khirbat al mafjar.

Ritengo che per contestare le aberrazioni della storiografia di parte tedesca e dimostrarne la vacuità, non si dovrebbe utilizzare lo stesso metodo con cui essi hanno scritto la loro storia che oggi tiene ancora banco, ovvero con l’uso disinvolto di termini importanti farloccati a piacimento per confermare una soluzione predeterminata piuttosto che le risultanze di un’analisi filologicamente corretta, in altre parole chi vuole contestare tale storia non dovrebbe farlo facendo le stesse cose metodologicamente sbagliate che fecero gli storici tedeschi dell’Ottocento per chiare istanze politiche e fedeli al motto “sanctus amor patriae dat animum”. Tornando al presente e a casa nostra, modificare il significato di una frase che impatta su aspetti storici di una certa valenza è alterare la storia anziché spiegarla, perciò se si volessero rimettere le cose a posto non si dovrebbe tradurre con leggerezza un testo latino alterandone il significato come è stato fatto dai tedeschi con la “basilica chiamata cappella” vista l’importanza dell’edificio nella storia dei Carolingi. Questo modo di operare l’ho visto anche di recente a proposito dell’Oratorio di Germigny des Prés.

Nella conferenza sul tema della professoressa Simonetta Torresi, quale riferimento a un documento originale, ho letto nella prima slide testualmente: “s. Maximini abbatis Miciacensis, si trova scritto Basilicam miri operis, inster videlicet eius quae Aquis est constituta” ed in quella successiva: “Traduzione: “Nella vita di San Maximino, abate Miciacensis, si trova scritto: l’oratorio detto basilica è stato costruito prendendo a modello la Cappella di Aquisgrana”. Da questo capitale errore di metodo, niente affatto trascurabile, hanno poi origine tutte le libertà interpretative. A parte l’aver dimenticato di tradurre Miciacensis (latino) in “di Micy” (italiano), l’errore è nel trasformare un significato in un altro perché è pura fantasia trasformare la locuzione “quae Aquis est constituta” in “costruito prendendo a modello la Cappella di Aquisgrana”. Quando la corretta traduzione è semplicemente “come è costruito ad Aix” senza alcun possibile riferimento ulteriore se non quello suggerito dalla fantasia creativa, immaginando forse ispirandosi alle pubblicazioni germaniche una Cappella certamente esistita, ma che in realtà “palatina” non è mai stata.

A parte il fatto che ci sono più di un Aix in Francia perché i Romani avevano l’abitudine di chiamare Acquae tutte le stazioni termali, nulla ci dice quale e come fosse e a cosa servisse l’edificio preso a modello da Teodulfo per farci la sua residenza, fatto che fra l’altro mette in crisi la correttezza della trascrizione citata, fatta un secolo dopo Teodulfo, in cui si usa per un edificio privato il termine Basilica anche se non l’ha fondata un imperatore e nei testi di storia è definito anche oratorio e chiesa oltreché abitazione (poi potete dirmi che i cronisti medievali erano ignoranti e facevano confusione, ma non ci credo, non c’è più l’originale e penso ai trascrittori). Per fare analisi sarebbe opportuno che dell’edificio non si guardino solo le planimetrie, ma si presti attenzione anche agli alzati che dimostrano in modo evidente che è stato costruito da maestranze moresche e per questo è unico in Francia, ma i costruttori ispanici non erano di certo stati in gita turistica né ad Aachen né in Val di Chienti a ispirarsi, inoltre è anche incerto quale degli edifici del vasto compound imperiale di Carlo sia stato preso a modello, visto che le tecniche costruttive delle membrature erano le stesse per edifici con diverse destinazioni d’uso.

In conclusione: se il modo di procedere con l’analisi storica è improprio nei dettagli e poggia solo sulla fantasia creativa, allora tutto va ben e tutto fa brodo. Io ho cercato di scrivere le mie tesi sempre in coerenza con la metodologia esplicitata, ma accerchiato da una manifesta fantasyland e dalla cocciuta negazione della evidenza documentale, allora mi chiedo “cui prodest” la mia fatica? Pensai di presentare le mie conclusioni alle civiche autorità del Comune, ritenendo che pubblicizzare una storia, peraltro ben documentata e non fantasiosa, potesse incrementare il flusso turistico e di conseguenza l’economia della zona, ma mi sbagliavo: un gruppetto di persone che magari non capiscono o non gli importano le regole dell’economia del turismo perché vissute nel sicuro abbraccio dell’impiego di stato, continuano a chiudere gli occhi sull’evidenza, per sostenere un abbaglio di tanti anni fa di un diplomatista alieno alle questioni architettoniche. Così è se vi pare scrisse Pirandello, e ognuno avrà ciò che si merita dice Confucio. Io stacco la cinghia (lo faceva mio nonno quando fermava il motore dell’officina) per causa dell’età e dei costi, e la convinzione di un lavoro inutile di fronte alla faciloneria. Non continuerò nella ricerca appena inquadrata della vera storia e dei luoghi in cui realmente visse Federico II stupor mundi, che in Sicilia ci è forse andato in gita turistica e, tutti ormai lo sanno, non è sepolto nel duomo di Palermo come si continua a sostenere per opportunità turistiche, ma ha lasciato sicure prove qui nella regione Marche ma… cui prodest?

Medardo Arduino

Nelle foto sopra esterno e interno della cattedrale di Aachne/Aquisgrana: c’è qualcosa di carolingio? 

27 gennaio 2026

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