La lapide sulla chiesa dei S.S. Pietro, Paolo e Donato resa illeggibile dai napoleonici

Sulla facciata della chiesa dei S.S. Pietro, Paolo e Donato di Corridonia è presente all’interno di un riquadro una lapide biancastra in più punti rotta e saldata con una malta grigia.

Il riquadro è stato fonte di diverse teorie: una addirittura che fosse stato presente un quadro rubato dai soliti francesi di Napoleone nelle sue campagne d’Italia. Altra teoria, che mi trovava concorde, che nel riquadro non ci fosse stato mai nulla e che fosse solo un elemento architettonico decorativo. Ma prima di inoltrarci nella storia della lapide, veniamo a qualche cenno storico sulla chiesa di San Pietro che chiamerò così per brevità omettendo gli altri titoli (i santi non me ne vogliano). Nel 1750 il parroco Don Stefano Nobili fa demolire la vetusta chiesa divenuta quasi sotterranea, umida e oscura. I lavori di ampliamento vengono eseguiti tra il 1750-1761 su di un iniziale progetto di Clemente Vici (1743-1817), ma la mancanza di fondi costringe la rielaborazione del disegno da parte dell’architetto romano Giuseppe Orlandi (1694-1775) che crea un edificio in forma ovata (rotonda) con cinque altari e una semicupola. Poco dopo nel 1762 con bolla di papa Clemente XIII, sia la Chiesa di S. Pietro – dedicata per precisione ai Santi Pietro e Paolo – che la pieve di San Donato, vengono elevate a Collegiata.

Scoppia una feroce disputa tra le due parrocchie e tra gli abitanti del paese che alla fine si concluderà solo il 16 agosto 1778 quando Pio VI emana una Bolla con cui, soppressa la Parrocchia di San Donato, la riunisce a quella dei S.S. Pietro e Paolo, titolandola per l’appunto “SS. Pietro, Paolo e Donato”. Nel 1774 era avvenuta la soppressione dell’antica parrocchia di San Clemente di Cerqueto che – con grossi malumori sia dei cerquetani e dei fedeli di S. Donato che speravano di inglobarla – viene invece accorpata a S. Pietro. La chiesa di S. Donato aveva già subito la perdita di tutto il territorio di Colbuccaro quando nel 1725 questo fu elevato a parrocchia autonoma. Vale la pena ricordare che la pieve di S. Donato era la chiesa più antica dell’insediamento di Montolmo e per questo motivo veniva chiamata Matrice, cioè “madre”. Era ancora nel 1762 la più numerosa contando 4020 anime contro le 595 di S. Pietro.

Torrione e porta primitiva

L’edificio di quest’ultimo però, riunendo le tre parrocchie (non scordiamo S. Clemente), risulta troppo piccolo. Si narra che parecchi fedeli rimanessero fuori nel piazzale durante le funzioni creando disturbo alle stesse: si mescolavano uomini e donne in promiscuità scandalosa e si era arrivati addirittura a discernere su chi potesse entrare in chiesa favorendo le persone più pulite, provocando ovviamente proteste e piccoli tumulti per tali comportamenti poco cristiani. Onde ovviare alla deprecabile situazione si rese necessario di ingrandire l’edificio: don Stefano Nobili incaricò il famoso architetto Giuseppe Valadier (1762-1839) che si trovava a Macerata per dei lavori. Questi presentò un progetto che salvava parti della precedente chiesa prevedendo l’abbattimento della parte anteriore con la ricostruzione della facciata, l’allungamento del corpo dell’edificio con tre navate, l’aggiunta del Coro di inverno (attuale cappella della Madonna di Lourdes) e la costruzione del campanile.

Nonostante tutti gli accorgimenti presi, il costo del nuovo edificio risultava esorbitante e perciò don Stefano Nobili, con la scusa della pericolosità della chiesa (imperfetta, rozza, oscura, e deforme, soggetta alle piogge, e perfino alle nevi, pericolosa ai Celebranti, non meno che ai divoti), decise di abbattere la chiesa di S. Donato per prelevare il materiale da costruzione. Si scatenarono le ire degli ex parrocchiani che adesso vedevano addirittura la loro chiesa distrutta. Per placarli almeno un po’, si decise di lasciare la cripta (ancora esistente) a uso della Congregazione dei Contadini, e la navata trasversa: del resto ancor oggi si vede molto bene l’abside della vecchia chiesa che si affaccia verso l’ex ospedale, ora occupata dalla casa di riposo cittadina. In aiuto vennero anche i fondi reperiti con la vendita di quel che restava di S. Donato alla Compagnia di S. Salvatore che amministrava l’ospedale, che per motivi di spazio e collocazione doveva essere spostato: era all’inizio dell’attuale piazza del Popolo sul lato sinistro scendendo verso via Roma (non abbiamo tempo per parlarne).

Nel 1779 muore don Stefano Nobili e nel 1782 anche don Felice Pasquali che gli era subentrato. Nel 1781 (don Pasquali aveva abbandonato per lo stato di salute) si insedia in San Pietro il giovane don Nicola Barba o Barbi, personaggio a detta delle testimonianze, a dir poco ambiguo. Per prima cosa accantonò il progetto del Valadier chiedendone altri a diversi architetti. Ma questo è ben poca cosa, il problema era il suo modo di comportarsi certo non consono a un uomo di chiesa. Si narra inoltre di fatti inauditi: raccontasse barzellette in casa di moribondi, evitasse le case dei poveri e che si fosse perfino appropriato di circa 5000 lire destinate alla ricostruzione della chiesa. Altro fatto ricorrente, testimoniato da più persone, è che avesse lasciato fedeli in fin di vita senza sacramenti giustificandosi candidamente di non poter uscire da casa perché non aveva fatto li ricci! Del resto nel 1801 a causa del biasimo dei fedeli che disertavano tutte le sue funzioni e protestavano con il vescovo, si dimise da parroco per diventare arcidiacono, la seconda carica parrocchiale. Lasciamo ogni giudizio a Dio e andiamo oltre… I

nfine tra polemiche, litigi, inoperosità, i lavori iniziano probabilmente nel 1793 utilizzando il progetto del Valadier, non sappiamo con precisione se rivisto dal nostro architetto concittadino Mollari. I lavori furono appaltati al capomastro Francesco Maria Lupidi che li condusse addirittura fino al 1824, quando lasciò il cantiere disgustato per le vicende e le polemiche. La firma di Antonio Mollari in calce al disegno del progetto della chiesa, lascia supporre che questi avesse le mansioni di direttore esecutivo della fabbrica, fungendo da interfaccia fra il progettista, la committenza e il cantiere. Ma torniamo alla nostra lapide, debbo ricredermi e correggermi, ma questa presentava una scritta in latino che fu cancellata sotto il Regno Italico di Napoleone I, come scrive il nostro bravo e “santo” don Pier Paolo Bartolazzi: quindi lo sfregio fu fatto tra il 1805 e il 1814. Propongo la traduzione:

PIO VI PONTEFICE MASSIMO ONDE ELIMINARE LE DISCORDIE STABILIRE E PROMUOVERE LA PACE E LA CONCORDIA I CANONICI DELLA CHIESA MINORE DI SAN DONATO AI CANONICI DELLA CHIESA MAGGIORE DEI S.S. APOSTOLI PIETRO E PAOLO DI PAUSULA HA CONGIUNTO E RICONOSCIUTO UNO DA CIASCUN TITOLO COSTITUITO ANNO DEL SIGNORE MCCCXCIII PONTIFICATO SUO XIX CHE LA MEMORIA DEL SANTO DONO NON PERISCA MAI

Stemma Pio VI

Qualche precisazione sulla frase riconosciuto uno da ciascun titolo. L’espressione indica che Pio VI costituì un nuovo titolo che univa i precedenti dei S.S. Pietro e Paolo a quello di San Donato, come ancora oggi la parrocchia è denominata. La data del 1793 fa supporre, come detto, che i lavori della chiesa siano iniziati in questa data. Sulla speranza che la memoria del santo non perisca mai, ebbe poca durata per l’ira anticlericale dei rivoluzionari. Pio VI eletto Papa nel 1775, verrà arrestato dai francesi nel 1798 e morirà prigioniero in Francia nel 1799. È il Papa del film “Il Marchese del Grillo”, interpretato magistralmente da Paolo Stoppa; è il Papa che Onofrio del Grillo, Alberto Sordi, doveva difendere dai francesi ma che aveva abbandonato per un incontro amoroso. Alcune piccole precisazioni. Essendo Pio VI eletto nel 1775, il 1793 dovrebbe essere stato il XVIII e non il XIX anno di pontificato: non si capisce se sia una svista o voluto per qualche motivo. Nel 1796 fu consacrato solennemente l’edificio da Monsignor François de Pyerre, vescovo di Alby: ma si trattava di François-Joachim de Pierre De Bernis o di François de Pyerre De Bernis, entrambi vescovi di Alby ed entrambi “preti refrattari”. Emigrati in Italia dalla Francia per la rivoluzione? Ne parleremo in un prossimo articolo.

Modestino Cacciurri

30 gennaio 2026   

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