Finché nelle case di campagna è sopravvissuto il focolare (quasi un altare, simbolo della famiglia), la notte della Vigilia di Natale – dopo la messa di mezzanotte oppure all’inizio della veglia – il vergaro con l’aiuto di uno o due giovani portava in casa e metteva sul fuoco un grosso ceppo di legno, da tempo individuato e conservato all’asciutto.
Siccome doveva durare fino all’Epifania, era scelto il più grosso a disposizione, meglio se era un ceppo radicale, perché il blocco delle radici tutte innestate sul tronco simboleggiava l’unità della famiglia. Spesso qui da noi era di acero campestre (quello che lungo i filari faceva da tutore alle viti), ma ogni regione aveva il suo albero tipico (a Santa Fiora sull’Amiata era rigorosamente di castagno, mi raccontava il compianto amico padre Ernesto Balducci, di lì originario). A noi bambini dicevano che doveva servire a scaldare Gesù bambino che nasceva quella notte (e invece per mia suocera – 105 anni – serviva alla Madonna per asciugare “le piette”, i pannolini di Gesù neonato!).
Vale ancora, comunque, il detto “Sei lungo come il ceppo di Natale!” Acceso almeno una volta al giorno nel periodo natalizio o addirittura permanentemente acceso fino all’Epifania (altrove solo fino a S. Stefano o a Capodanno), alla fine acquisiva un carattere sacro, diventava veicolo di benedizioni per le persone, le messi e gli animali di casa, per cui la sua cenere veniva sparsa a fecondare i campi e i resti incombusti venivano conservati sotto il letto del capofamiglia o di un malato, nella stalla o sopra un albero a proteggere i campi, per essere infine riutilizzati per accendere il ceppo natalizio dell’anno successivo. Del resto l’albero è da sempre simbolo della famiglia e anche dell’unione di terra e cielo; e fuoco e luce simboleggiano l’amore.

In Toscana sul ceppo si facevano trovare i regali per i bambini: la sera della vigilia, mentre la famiglia era tutta riunita a scaldarsi intorno al focolare, i bambini battevano il ciocco con un bastone e poi dovevano chiudere gli occhi, quando li riaprivano trovavano dolci, agrumi e castagne. In altre tradizioni nei suoi incavi si mettevano il Bambinello e le altre statuine del presepio o si addobbava il ceppo con festoni. Altrove finì per assumere caratteri antropomorfi: impersonato da un omone col testone arruffato (la chioma dell’albero), questa testa se battuta lasciava cadere regali, proprio come i frutti dall’albero.
Come si vede, nel ceppo si realizza la contaminazione di tradizioni diverse e trovano lì la lontana paternità sia l’albero di Natale, sia Babbo Natale e gli alberi parlanti delle fiabe. In verità pare che la tradizione del ceppo natalizio sia ancora più antica e precristiana. La sua origine si troverebbe nei riti pagani del solstizio d’inverno, quando si assisteva, dopo le lunghissime notti, alla nascita del sole (simboleggiato appunto dal ceppo) che cresceva pian piano e doveva fecondare uomini, animali e piante e a tutti dar vita per l’anno intero (i 12 giorni d’accensione ricordano i 12 mesi dell’anno). Allora era il pater familias a benedire il ciocco, a cospargerlo di grasso, di miele o di latte e vi si sistemavano candele accese e fiori come sopra un sarcofago pagano.
Del resto in alcune regioni italiane era costume lasciare intorno al focolare col ceppo natalizio delle sedie con sopra dei dolci: la credenza implicita era che finché il ceppo è acceso, cioè finché circola amore, i morti sopravvivono nel ricordo dei familiari; finché il ceppo era acceso, gli antenati della famiglia venivano a far visita ai loro cari apportando bene e fortuna, simboleggiati nei doni lasciati ai bambini. Ancora nell’Ottocento, quando si traslocava, schegge del ceppo venivano portate nella nuova casa e i tizzoni residui servivano per “segnare” persone e animali malati e venivano riaccesi durante i temporali pericolosi per scongiurare grandine e tempesta.
Il capofamiglia ci tirava la sorte e ci traeva presagi: batteva con la paletta sul ceppo acceso e, a seconda della quantità di faville sprigionatesi, deduceva la ricchezza o miseria del raccolto; le ragazze esprimevano desideri che volavano, con le scintille, su per il camino, verso il cielo. Di tutto questo, da quando è scomparso il focolare dalle nostre case, è rimasto solo un nome, cioè quello di “tronchetto di Natale” associato a un dolce, diventato ormai anch’esso di tradizione. Una dolce sostituzione di un’antica tradizione.
Enzo Monsù
25 febbraio 2026


