L’architetto Medardo Arduino risponde a tono ai suoi detrattori e a “Storia d’Italia”

La saggezza popolare in un tempo ormai lontano meno congestionato e saturato dai “social” si esprimeva con i proverbi. Un proverbio in genere condensa anche secoli di esperienza popolare, come a esempio quelli della mia terra d’origine che recitano “se l’veij a poudeisa e ‘l giouvou a saveisa” l’uno e “vaije a mousté ai gatt a rampié” l’altro. Per i puristi del “dolce stil novo” o del vernacolo marchigià, questi vecchi adagio si possono tradurre in “se il giovane avesse già una grande esperienza e se l’anziano avesse ancora sufficienti energie fisiche” e l’altro, rivolto in genere a chi si atteggia a saccente, raccomanda anziché pretendere di dar consigli fuori luogo, di andare “ad insegnare ai gatti ad arrampicarsi sugli alberi” insegnamento del tutto superfluo per questi adorabili felini.

Perché io stia ricorrendo alla saggezza popolare è la domanda che chi mi sta leggendo si è già fatta, e allora rispondo. Il grande vantaggio dei social è evidente: le informazioni e le opinioni corrono veloci e si possono scambiare in pochi minuti dappertutto fino ai quattro angoli dell’orbe terracqueo, ma come tutte le medaglie anche questa ha il suo rovescio (altra massima popolare). Scrivo questo pezzo dopo una querelle su Facebook che ha visto impegnata la mia consorte in seguito alla richiesta di un caro amico che io intervenissi nell’inutile dibattito fra sanclaudisti e non sanclaudisti sulla consunta questione dell’Aquisgrana si Aquisgrana no in Val di Chienti.

In linea di principio e nel rispetto dell’art. 21 della Carta Costituzionale tutti hanno il diritto di esporre le loro idee, ma in che modo farlo e con quali espressioni verbali si possa restare nei confini della correttezza e del bel garbo nell’esprimere giudizi personali, anche ironici, sulle opinioni altrui non è abitudine nota e condivisa. Conseguentemente quale sia il modo di esprimere i propri argomenti che dia credito quindi credibilità a ciò che si scrive è una questione che appare senza soluzioni. Messer Giovanni della Casa quando si usavano parrucche e crinoline aveva già suggerito una certa quantità di norme comportamentali nelle relazioni fra persone, suggerimenti o meglio ancora regole che oggi nel marasma del web pare non siano più di moda, almeno per taluni utenti.

Certo che fino a quando per discutere di una questione ci si doveva guardare negli occhi, era determinante che il frasario fosse lineare e non maldisponente, perché a quei tempi bastava uno schiaffo col guanto sul viso dell’interlocutore impertinente e l’indomani erano già pronti i padrini per concordare il luogo del duello. La rete consente di scrivere in franchigia (che vocabolo coinvolgente!) perché il destinatario è lontano ed inoffensivo e lo scrivente può abbandonarsi a ogni forma di bullismo informatico.

Questo lungo preambolo è per manifestare la mia contrarietà all’inutile anzi dannosa proliferazione di un modo di esprimere i propri leciti convincimenti attraverso espressioni che si vorrebbero sarcastiche ed intelligenti, ma in cui vengono usati e abusati lemmi affatto eleganti e pertinenti l’argomento, quelle espressioni pudicamente definite “colorite” nate e cresciute in ambienti sociali affatto inclini a coltivare frasi formalmente di alto livello intellettuale quali erano, in passato, i frasari abituali dei frequentatori degli angiporti.

Veniamo ora alla vexata quaestio che inizia con una frase comparsa qualche giorno fa sul Post di Storia d’Italia su Facebook, che recita: “Aquisgrana era nelle Marche? Mi tocca finalmente di parlare di questa teoria strampalata, la teoria “carolomarchigiana”.

Procedendo con ordine: voler pontificare su un argomento, inevitabilmente complesso, prendendo scorciatoie vacue e neologismi improvvisati, per etichettare “teoria strampalata” una tesi storica che nulla ha da invidiare a quelle in circolazione, da un paio di secoli adattate alla ragion di stato per ragioni politiche ormai svanite da tempo, richiederebbe di avere un chiaro concetto del significato del lemma “teoria” per non usarlo a sproposito.

Si deve innanzitutto tener presente che il sostantivo Teoria in genere si utilizza nel campo delle scienze e indica un costrutto logico complesso che spiega un fenomeno fisico ricorrendo ad algoritmi matematici e grandezze parametrizzate della fisica stessa (come ad esempio il notissimo E= mc2 Einsteiniano). La storiografia, ovvero quella branca delle discipline letterarie che interpreta gli accadimenti del passato, che raggruppiamo nel lemma Storia, non si nutre di linguaggi matematici e non dispone di parametri normalizzati I.S.O. per quantificare  e descrivere qualitativamente, le azioni del genere umano che hanno lasciato tracce di sé in testimonianze di cultura materiale (le cose ovvero i manufatti realizzati in passato) e dei documenti scritti, considerati “fonti” o “testimonianze” ancillari a un grande spettro di attività, documenti redatti per “fermare” mediante mezzi fisici tangibili e durevoli (pietra, pergamena, carta, tessuto, scalpello, inchiostro), una testimonianza immateriale come una pattuizione o una memoria, mediante l’uso di un mezzo virtuale che è la componente fisica del linguaggio, ovvero la scrittura, la cui veridicità ai fini testimoniali non è insita nelle materie di cui è composta cioè non dipende né dalla qualità del foglio né da quella dell’inchiostro.

Tutta la trattazione della cosiddetta Storia è perciò l’insieme di opinioni personali degli storiografi, che al momento non sono ancora prodotte da processi algoritmici parametrici e calcolo matematico o intelligenza artificiale critica, ma sono comunque e sempre opinioni. Ne consegue che ognuno può esprimere le proprie opinioni, magari seguendo le consuetudini che nel corso dei secoli sono venute man mano arricchendo di prassi metodologiche i lavori degli storiografi.

L’esempio più significativo è l’uso dei cosiddetti “confronta” o “citazioni” ovvero i riferimenti generalmente a piè pagina o in calce al testo, che lo storiografo pone per documentare e rendere nota a chi vuole controllare, da quale fonte egli trae le sue considerazioni. È pertanto prassi consolidata che quando si elabora una “tesi” si citino alla lettera i riferimenti alle fonti originali o alle loro trascrizioni (non abusiamo del lemma “teoria”, che con la storiografia non ha nulla a che fare). Concludo le necessarie noiose premesse, ricordando che non esistendo un “Ordine professionale degli storici” e il relativo Albo con le caratteristiche previste dalla Costituzione per gli Ordini professionali, non esistono né l’esclusività della produzione di elaborati storici con valore legale, né l’obbligo di iscrizione all’Albo relativo previo esame di abilitazione all’esercizio della professione, perciò la storiografia è giardino di tutti e tutti hanno pari dignità e diritti anche di copyright, pertanto resta inequivocabile la responsabilità personale.

Ovviamente la valutazione dei contenuti di un qualsiasi saggio di storia è soggettiva ed ognuno può farla sulla base della propria preparazione specifica. Chiedo venia per questa lunga premessa purtroppo necessaria a chiarire che per comunicare a terzi la propria opinione sulla attendibilità di un saggio o dell’interpretazione di un accadimento, si debbano sempre esporre le considerazioni specifiche sui contenuti e i riferimenti alle fonti mediante l’interpretazione delle quali è costruita la critica.

La figura della cosiddetta “autorità in materia” che tanto peso aveva nei secoli scorsi, oggi che è facile comunicare sulla rete e verificare i contenuti della miriade di testi e saggi accessibili sul web e nelle biblioteche, queste “autorità” che una volta potevano determinare il successo o meno di un saggista con le loro personali e inappellabili opinioni e null’altro, ora queste figure non esistono più. Ritengo per esperienza che per dare credibilità alle proprie esternazioni in rete, gli estensori delle critiche alla tesi dei Franchi a casa nostra, tali critiche le debbano motivare e non semplicemente abbandonarsi a frasi tanto sgarbate quanto inconsistenti.

Tornando al nostro tema, non userei “teoria” per intendere “tesi” (ci sono anche veloci dizionari online per verificare) soprattutto se poi si pretende in nome di un sapere “superiore” di bollarla con l’epiteto “strampalata” usato senza fornire alcun riferimento specifico al perché detta tesi sia appunto “strampalata”. Apprezzo comunque che l’espressione non sia coprofona come altre. Non mi è chiaro cosa quest’espressione significhi in concreto, ma la vedo usare perché magari fa “saputo” etichettare in questo modo una tesi senza dover entrare in contenuti che è palese il critico che vede le “strampalature” non dimostra di conoscere bene. Non ritengo sia impressivo e men che meno sia elegante, riferendosi a elaborati che contengono sia la citazione di fonti originali sia la loro interpretazione, definire un saggio del genere come è stato fatto, una “cazzata sesquipedale” senza motivare il perché entrando nel merito delle questioni (ho gli screen shot di tutti gli interventi).

In questi casi sorge il dubbio su quale parte dello scritto sia da considerare una ‘cazzata’ delle dimensioni di un laterizio romano da un piede e mezzo (io avrei usato bipedale che sempre mattone è, ma è più grosso) perché non è chiaro se il denigratore usi questa elegante frase per contestare l’autore antico (Eginardo in questo caso) sulla cui interpretazione verte la spiegazione, oppure quale parte della spiegazione sia in difetto. Solo precisando dove sta il difetto il lettore neutro è in grado di valutare col proprio metro. Per non andar troppo in lungo aggiungo la vacuità espressiva di questo giudizio: “in tema basta leggere sull’argomento diversi numeri della “rucola” di qualche tempo fa (nota del Direttore: è ben oltre un decennio che “La rucola” pubblica sul tema Piceni, Franchi, Carlo Magno avvalendosi di più collaboratori affatto ‘scemi’): sempre scemenze corredate da scemenze, che non legge nessuno (NdD: per essere un prof avrebbe dovuto scrivere ‘che non legge alcuno’ perché due negazioni affermano; e poi si permette…), tranne tre o quattro persone che sanno scrivere ma non sono in grado di capire (NdD: questa ce la dovrebbe spiegare… e pure in quale statistica avrebbe trovato il numero dei nostri lettori)” in questo caso ritengo che il testo qualifichi il carattere dell’estensore piuttosto che il destinatario della critica, e non capisco se le “scemenze” siano proprio le frasi citate di Eginardo ed Erchemperto oppure siano l’interpretazione “a corredo” di detti testi. Mi interrogo anche su come possa esistere una categoria (minima se tre o quattro) di persone che leggono perché sanno scrivere, ma non sono in grado di capire: questo assemblaggio confuso mi sembra piuttosto il ritratto di uno che può forse scrivere un commento analogo a quello sopracitato, ma solo dopo “non aver letto” ciò a cui vuole riferirsi.

È della stessa categoria il commento in cui pudicamente l’estensore ha sostituito con puntini le lettere centrali del lemma cazzate pensando con questo di fare un’elegante figata e distinguersi per raffinatezza. Un’ultima libertà interpretativa di uno di questi nonsanclaudisti che si permette, senza dimostrare di aver alcuna conoscenza in materia, di malignare sulla dott. Frascarelli-Arduino, scrivendo che “Costui (perché è un costui che scrive manibus uxoris suae) infila la solita collana di stupidaggini già patrimonio del fu don Carnevale (che saccheggia senza pudore aggiungendo solo dell’imparaticcio raccattato qua e là)…” l’estensore di questa sgarbata frase ha il grande dono del farsi i fatti altrui che ignora, forse spinto dall’impossibilità di replicare efficacemente nei contenuti. Io non credo che quando si scrive di storia sia necessario, diversamente da quando si redige il progetto di un ponte, esibire le proprie credenziali ed abilitazioni a norma di legge per poterlo fare., pertanto la dott. Frascarelli-Arduino non è tenuta ad esibire il suo curriculum accademico.

A riguardo delle tesi che sostengo da tempo e che sono etichettate “imparaticce” solo per scrivere frasi inconsistenti purché maligne, ricordo che sull’argomento cultura e storia del Piceno ho prodotto delle tesi squisitamente originali. Dette tesi si devono leggere per giudicarle prima di scrivere a sproposito che “saccheggiano” don Carnevale, che ho citato ben 24 volte nel mio libro “Il Piceno, storia e cultura”. A proposito mi permetto di ricordare che quando ci fu a Montegranaro, qualche anno fa, una giornata di festeggiamenti per i novanta e passa compleanni del reverendo, nel mio intervento illustrai perché don Carnevale si meriti un posto fra i grandi scopritori di civiltà al fianco di Evans, Wolley, Carter e Schliemann.

È vero che riprendo e sostengo la sua tesi della Francia Picena, ma la propongo con le mie specifiche ricerche, talvolta non allineate con le sue come a esempio per l’origine dei Franchi che per me sono gli antichi Popuni (scripta manent e basta leggere per rendersene conto). La storia è giardino di tutti e questa malevola critica agli esiti differenti dalla storia che si insegna a scuola, chi vuole malignare a tutti i costi nei miei riguardi e insinua “saccheggi” solo perché tratto lo stesso argomento, non considera che ci sono decine di migliaia di libri che trattano della storia del medioevo europeo e certamente a nessuno passa per la testa che siano “imparaticce” appropriazioni dell’opera del Muratori o di Goffredo da Viterbo o di Ademaro da Castel Potenza.

Anziché frasacce che trasudano livore e di dubbia consistenza, che dicono nulla di concreto, l’estensore di queste opinioni personali, invece di malignare sulle persone e null’altro, dovrebbe sforzarsi di entrare nel merito dei contenuti, ma riguardo all’intervento di Patrizia Frascarelli a favore della Francia Picena, forse non sa come fare e certo non può fare come un lettore che scrive: “So di non sapere quindi leggo. Le sue argomentazioni seguono una logica. I commenti invece sono denigratori e quindi squalificanti per chi li pone.”

Concludo con un appello alla calma e alla razionalità mettendo in evidenza le questioni evolutive della storiografia che sono senz’altro note ai veri storici: non dimentichiamo che i convincimenti possono aggiornarsi come a esempio quello della Terra creduta piatta per millenni, poi un paio di secoli avanti Cristo, Euclide l’egizio ne misurò il diametro ed Ipparco il turco ne determinò l’orbita intorno al sole. Dopo di loro tutti lo sapevano, ma la cosa non era accetta al potere imperante, perciò passarono ben diciassette secoli in cui pur essendo di dominio pubblico (vedi Colombo e la rotta occidentale verso le Indie) il potere non poteva accettarlo, neppure dopo che Galileo col suo cannocchiale dimostrò che i pianeti non erano sfere perfette, e per questo ha rischiato di essere ridotto in braciole.

Non pretendo che magari dopo quarant’anni di insegnamento di un certo tipo di storia sia facile ed immediato per un professore di liceo cambiare opinione senza entrare nel merito di aspetti specifici ma negletti alla storiografia “ufficiale”. Però contestare tesi senza conoscerle e usare contro solo frasi astiose, non produce nulla tranne l’ossequio agli ipse dixit intangibili perché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. Ci vorrà tempo perché “col tempo e con la paglia maturano anche le nespole” per chiudere in bellezza con l’ennesimo proverbio.

Arch. Medardo Arduino

Medardo Arduino

27 febbraio 2026

 

Sii il primo a dire che ti piace

Commenti

commenti