E se oggi facessi il cattivo? Non è facile oggi, nel mondo pieno di violenza, essere cattivo

“E se oggi facessi il cattivo?” Non spaventatevi. Ho detto “facessi” e non “diventassi” cattivo. Perché ce ne sono già tanti in giro da costringermi all’ultimo posto, se decidessi di entrare nel giro. Solo “facessi” quindi, per provare come mi troverei nel caso.

Un po’ cattivo comunque, perché non mi piacciono le mezze figure. E dovrei forse impegnarmi di più a farlo solo se qualcuno mi ricordasse che è “meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”? Che volete? Ho cercato per tanti anni di vivere da leone, mi sono sempre sentito bene e perché dovrei ora d’improvviso cambiare magari col rischio di diventare una pecora? Cattivello allora, anche se un’unica volta nel passato devo ricordare di essermi comportato da vero cattivo.

Avevo 10 o 11 anni e mi trovavo nella corte della Scuola in attesa del segnale d’ingresso. Ai tempi dello Stato della Chiesa l’edificio, come tanti altri poi destinati all’insegnamento, ospitava un vecchio Convento e il porticato esistente nella corte consentiva il passeggio ai Frati presenti. In quel giorno, prolungatasi l’attesa, per sfogare i suoi bollenti spiriti uno dei ragazzi, posata la cartella, si mise a correre sfruttando la pista del porticato quadrato. Uno, due, tre, quattro giri come novello Zatopek, sempre evitando a pelo piedi e cartelle dei compagni ammucchiati. Al quinto passaggio persi la pazienza e al momento giusto allungai il piedino.

Spettacolare capitombolo di svariati metri. Al poveretto, sbalordito, incredulo, dolente ma per fortuna non sanguinante, non rimase altro se non raccattare la propria cartella e rifugiarsi mogio mogio nell’aula che attendeva vorace. Ci rimasi anch’io pensieroso e, lo giuro, non lo feci mai più.

Basta questo per consigliarmi di fare oggi il cattivo o almeno il cattivello? Ormai proverò. Scendo dal letto e apro la finestra. Fa freddo ma non importa. Passa il lattivendolo. Ma come! Non passano più. Va be’, si fa per dire, e se invece proprio oggi passassero, magari anche con la duplice funzione del ritiro dei rifiuti solidi urbani? Eresia totale: ai rifiuti provvede il Cosmari e nessuno è legittimato a sostituire l’addetto. Solo i proprietari dei cani, abilitati alla raccolta delle fatte dei loro animali.

Insomma! Oggi passa il lattivendolo ed io che sono cattivo sapete cosa faccio? Prendo una sedia e la butto dalla finestra quando è a tiro. Ehh! Ma come ci pensi? Ci penso, ci penso, peccato che nei giorni scorsi – è venuto anche in tivvù – c’è stato uno che, non sapendo cos’altro inventare, in una Città che non oso nominare, ha già provveduto a fregarmi l’idea tanto per entrare nel Guinness dei primati. E va bene, sarebbe comunque un bel gesto da cattivo.

Andiamo avanti, mi vesto, faccio colazione con latte, biscotti e banana. Esco per la strada. Che faccio secondo voi? Getti la buccia sul marciapiede. Esatto! Proprio così. Mi nascondo e aspetto; aspetta che ti aspetta finalmente godo. Godo del vecchietto scarsovedente che ci mette il piede sopra e finisce per le terre. Addio poveretto, chissà che male! E chi se ne importa! Peggio per lui, poteva stare più attento. Io sono cattivo. Salgo in macchina. A lungo è piovuto e piove ancora. Che belle pozzanghere che vedo!

Ecco là un pedone che cammina accosto al limite del marciapiede. Accelero, entro con le ruote nella pozza e … splash …, la doccia è servita. Avevo già detto che faceva freddo e allora l’uomo rimasto sotto alla doccia farà bene a correre a casa per evitare un brutto malanno. Che voto mi date? “Cattivo, cattivo”.

Proseguo imperterrito e arrivo all’Ufficio. Sette piani con ascensore. Attendo un turno libero per me solo, mirando al sodo. Ecco arriva trafelato quel antipatico del piano di sopra. Entro nel vano e attendo il momento giusto per premere il pulsante di ascesa cosicché la porta gli si chiuda in faccia senza possibilità di fermarla. Bel colpo ragazzi! Così la smetterà di darsi tante arie! Lavoro (poco) in Ufficio. Scatta la pausa-ristoro. Mi verso un caffè nel bicchierino di carta e attendo con calma e tempismo la prima smorfiosa che passa; con fare distratto e sbadato le macchio il suo bianco giubbino. Con tanto di scuse, però la giornata gliel’ho rovinata!

Chi la fa, l’aspetti. Mi guardano brutto. È meglio che smetta, ma ho reso l’idea? Potrei seguitare, ma ho deciso che basta per oggi di fare del male. Son scherzi cretini; ci vuole ben altro per far bene il male. Ci vuole la stoffa godendo il soffrire; non posso riuscire nel mondo avariato di menti bacate, spronate a dar prova di stupri e violenze, di esempi di orrori. C’è chi ci guadagna; non sono per me.

Eppure è successo che a un certo momento, dovendone scrivere per chiudere un ciclo di romanzi, mi trovai a calarmi all’interno di un bruto, più volte assassino e già traditore. Antico Romano, perverso e cattivo, fuggiva da tempo a giusta vendetta. Un ruolo originale in mezzo a quello di diversi altri personaggi che avevano svolto la parte dei buoni; come i “nostri” nei film western. Lo chiamai Lupus e lo spedii nella terra dei Vandali. Ove fece sfracelli.

Vi dirò: mi ci ero divertito e sono convinto poi di avere azzeccato, il personaggio, pur se all’inizio ero molto perplesso di poterci riuscire. Ma era l’ultimo libro e il ciclo doveva finire. E allora l’ho fatto morire in modo coerente, quasi da eroe, senza privarlo della sua fama di uomo cattivo.

È stata una manifestazione di cattiveria la mia?  Se sì non credo sia un bene imitarla, ma che serva soltanto per far pensare. Poiché il bello della vita non risiede nel male ma è in quello che ognuno può fare per chi ha bisogno di aiuto. Specialmente quando quello neppure lo chiede.

Giuseppe Sabbatini

17 marzo 2026

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