L’antica usanza del “Fuoco domandato”, un tizzone prezioso da portare a casa

Oggi, prendendo spunto da una abitudine che in Abruzzo aveva un nome (fuoco domandato) ma che da noi era parimente usata. Voglio parlare di una tradizione che ha un “sapore” di solidarietà. È il racconto di quanta umanità c’era una volta. Parlo dell’antica abitudine di procurarsi un tizzone acceso da portare a casa per avviare il proprio camino (o fornello).

Facciamo, però, prima una riflessione sul dominio del fuoco, tanto conosciuto e tanto ignoto. Meno di dieci anni fa, gli archeologi e i paleoantropologi pensavano che il dominio del fuoco fosse relativamente recente: le più antiche tracce di fuocherelli noti erano datate 500mila anni fa, ma ora i ricercatori dicono che la storia del fuoco si allaccia a quella di un Homo Erectus, di ben un milione di anni fa.

Fino a non molti anni fa, nelle case di tutto il mondo, il fuoco aveva un posto speciale e andava saggiamente governato. I camini, antichi rappresentavano il cuore di molte famiglie. Il loro calore non era solo fisico ma anche emotivo, creando un’atmosfera accogliente e confortante. Il fuoco nei camini era spesso il punto focale di riunioni familiari, portando conforto e un senso di comunità. Il Fuoco. Averlo in casa è una grazia di Dio.

Oggi, purtroppo, nei condomini non si può. Non ci sono i camini aperti di quando ero piccolo. Che bellezza era stare lì vicino. Oltre a essere utilissimi tenevano compagnia, invece con i termosifoni o i termoconvettori spendi tanti soldi ma gli occhi restano freddi. Il fuoco ancora si adopera in certe case e in certe cucine. A esso non si comanda. Mentre si arrostisce la carne sopra la brace, si… ascolta. C’è un momento, tra la fiamma e la brace, in cui tutto cambia: la carne tace, il profumo parla.

Torniamo, però, al fuoco. Anticamente nella nostra cultura patriarcale, contadina o paesana, tutto era accentrato intorno al fuoco e quindi saperlo gestire, usare al meglio la legna, era indispensabile. Nessuna contadina sarebbe mai tornata a casa dai campi senza portare in testa la fascinetta di zeppe, indispensabile per accendere un fuoco e fare bollire una pentola. Il fuoco era solitamente affidato alla donna, mentre la provvista dei ceppi di legna era compito dell’uomo di casa.

C’era un’usanza nelle campagne di una volta, ormai dimenticata, il “Dono del Fuoco”. Erano i tempi nei quali era più facile andare a tagliar legna che non avere soldi da spendere per comperare i fiammiferi (zolfanelli), rari e costosi. Lasciare spegnere il fuoco sembrava quasi una disgrazia. In certe zone, un tempo, i fiammiferi non si compravano, ma si cercava di produrli con i gambi della canapa e lo zolfo, ma spesso, per non sprecarli, si preferiva chiedere il fuoco ai vicini, andando a prendere un tizzone con uno scaldino o con la paletta di ferro del camino.

Era d’uso bussare alla porta del vicino e farsi regalare un tizzone acceso. Dico farsi “regalare” perché a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiedere un compenso per il “Fuoco domandato”. Il fuoco fu donato agli uomini da Dio, non appartiene a alcuno e nessuno può ricavarne profitto: chi lo riceve non ha l’obbligo di ringraziare.

Per il prossimo Natale, vi dò un consiglio: facciamo che i doni scambiati abbiano la valenza e l’importanza che aveva una volta il “Fuoco domandato”, senza nulla pretendere, semplici ma indispensabili. Facciamo che sciolgano i cuori, sgelino il ghiaccio di certi atteggiamenti duri, scaldino con la presenza più che con la sostanza, brucino le distanze spesso mentali. Per una volta, proviamoci, domandiamoci l’un l’altro un “fuoco d’amore” e non ci sarà bisogno di ringraziare.

Alberto Maria Marziali

17 marzo 2026

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