La zona collinare posta poco più a nord-est, alle falde del monte Acuto, è stata sede d’insediamenti umani fino dall’era paleolitica.
Dalle campagne di Serralta, e lo attesta la raccolta Pascucci, provengono grosse lame, punte di selce e bulini, derivanti dalla zona di Piolo. Mentre dall’area di Acquafresca arrivano numerosi materiali appartenuti a una officina litica del neo-eneolitico. Nella zona di Civitella (in dialetto Ciotella) insistono i ruderi di una rocca addossata al monte Acuto. E probabilmente qui è sorto un villaggio piceno su un più antico insediamento e, successivamente, il minuscolo castello.

La piccola città, come testimonia il nome Civitella, sarà sopravvissuta al periodo romano e anche al medioevo. I principali insediamenti preistorici del territorio di San Severino Marche sono diffusi lungo il fiume Musone (verso Chigiano) e il Fosso Grande, che comincia proprio sopra Serralta. A suffragare tale ipotesi è il rinvenimento di materiale di età romana nella zona di Straccialena e, in particolare, nel 1838 di un tesoretto di circa cinquecento monete in argento in località Piammà o Costalavata.
Il passaggio dei Visigoti condotti da Alarico e degli Ostrogoti di Totila, le guerre tra Bizantini e Longobardi, che confinavano tra loro, proprio lungo il vicino fiume Musone, non hanno impedito il permanere di una nutrita comunità a Civitella e dintorni. Questa aveva eletto a protettore proprio il santo Apollinare, ravennate. ad attestazione della influenza bizantina sul territorio e di una antica cristianizzazione della zona. Qualche ricco proprietario terriero ebbe il possesso del castello di Civitella e della rocca del monte Acuto, denominata poi la Roccaccia, i cui ruderi sono ancora visibili.

Erano presenti anche un monastero e, forse, un lebbrosario. Poco sotto il versante nord la macchia nascondeva la grotta di Santa Sperandia, la compatrona di Cingoli, molto venerata tutt’ora. Alla grotta di Santa Sperandia sono contrapposti i resti di una cella monastica dedicata a Sant’Angelo (San Michele Arcangelo). Il feudatario di Civitella non nascondeva le sue simpatie per Cingoli e ciò non faceva affatto piacere al comune di San Severino che, oltretutto, aveva mire anche sulla zona di monte Acuto.
Nella seconda metà del XIII secolo San Severino era in piena espansione e aveva deciso di acquistare tutti i castelli di proprietà feudataria o ecclesiastica. Ma con Civitella il comune si comportò in maniera differente. Infatti, per risolvere il problema posto dal piccolo castello di Civitella, il comune di San Severino ricorse a uno stratagemma, raccontato dallo storico Leonardo Franchi: “I sanseverinati avevano deciso d’impossessarsene… il giorno che si solennizzava il patrono Apollinare era festa grande al castello e i sanseverinati colsero l’occasione per recarvisi in buon numero armati. Approfittando dell’allegria e del clima di festa s’impadronirono del castello e lo misero a ferro e a fuoco, distruggendolo completamente.

Con le macerie di Civitella venne costruito a breve distanza il castello di Serralta, nella posizione che oggi vediamo, più consona alla sua strategia difensiva, il nuovo castello fu posto alle dirette dipendenze di San Severino. In prossimità del sito dove sorgeva Civitella insiste ancora una chiesina isolata sul pianoro, più volte rimaneggiata e ampliata nei secoli, dedicata a Sant’Apollinare a Monte.
Sul finire del 1445, Smeduccio, ultimo bellicoso erede della potente famiglia degli Smeducci della Scala, fu cacciato dalla città di San Severino a favore di Francesco Sforza. Deciso a vendicarsi partì dal castello di Ficano, dove era stato deportato, e conquistò i castelli di Elcito, Frontale e Aliforni. Poi espugnò, saccheggiò e distrusse Serralta, spogliando tutti gli abitanti dei loro averi. Tuttavia, dopo poche settimane la sua scellerata azione ebbe fine, venne sconfitto e catturato dei papalini. Per l’ennesima volta il castello di Serralta fu riedificato dall’autorità comunale.

Ma le traversie del piccolo castello di Serralta non erano ancora finite, perché nel mese di dicembre del 1812 la banda Verdenelli, capeggiata da Pacifico e Girolamo Verdenelli, derubava il parroco di Serralta, Filippo Bonservizi. Si presentarono in sette e, fingendosi soldati della Guardia Nazionale, i briganti si fecero aprire la porta del castello. Una volta entrati, dopo che si furono sfamati e ristorati, legarono il prete e i suoi familiari, derubandoli di alcuni orologi da tasca, di duecento scudi e di uno schioppo.
Notizie tratte da testi di Raul Paciaroni, Marcella Muzi e Gualberto Piangatelli
a cura di Fernando Pallocchini, foto di Alberto Monti
28 marzo 2026


